L’epoca delle interruzioni

interruptionMaurizio Ferraris [La Repubblica, 18.01.2015, p. 48] racconta i problemi di quella che uno studio della University of Southern California ha definito come «l’età delle interruzioni». Essendo perennemente connessi a qualcosa — un computer, uno smartphone, qualunque device che contribuisce alla creazione dell’«internet delle cose» — interrompiamo continuamente le nostre attività per occuparci di altro, interrompendo di lì a poco anche la nuova attività e così via. Stiamo facendo un lavoro al computer e smettiamo per dare un sbirciata alla timeline di Twitter; lì, dopo qualche secondo, seguiamo un link che ci porta ad una storia: lette le prime righe siamo attratti da un messaggio ricevuto sul cellulare. Un loop di interruzioni, al termine del quale ci rimane addosso ben poco.

Secondo Ferraris, questa «interruzione universale» ha influenzato anche l’informazione: siamo allo stesso tempo tutti produttori di contenuti (via social network) e fruitori di contenuti; anche se questi non rappresentano l’informazione ma, piuttosto

un flusso di documenti, vincolanti perché scritti (scripta manent) e individualizzati, cioè rivolti solo a noi, che ci spingono all’azione (minimalmente, alla reazione: il messaggio richiede risposta, e nel farlo genera responsabilità). Il che genera un senso costante di inadeguatezza e frustrazione, ossia l’inverso speculare della condizione di pienezza e di realizzazione che si accompagna al portare a termine un progetto o un oggetto.

Ferraris non pensa che il web sia la causa di tutto ciò, anche se potrebbe sembrare leggendo quanto citerò tra poco. Di fatto, però, secondo lui l’epoca delle interruzioni ha ricadute fortissime sul mondo dell’informazione tradizionale, che individua in quattro istituzioni: l’editoria tradizionale (l’informazione), l’università (la scienza e la conoscenza) e la televisione (la creazione di un pubblico).

Senza nulla togliere ai meriti e alle risorse del web, che appaiono irrinunciabili, anzi, proprio per dare senso e scansione alla ricchezza del continuum, i giornali, l’università, e anche quella istituzione in profonda trasformazione che è la televisione, possono giocare un ruolo essenziale. Difficile ricorrere ai giornali per le minute informazioni sul tempo, sul corso del dollaro, sul cinema e sui treni: i flussi sono gestiti benissimo dal web. Ma come siano gli oggetti, gli eventi, e la stessa nozione di attualità, quello può dircelo solo la prima pagina di un giornale. E che cosa sia vero è tradizionalmente garantito dalla scienza e dalla cultura che trova nelle università e nel sistema editoriale il suo tradizionale punto di forza. Infine, che qualcosa sia “pubblico”, cattolico in senso etimologico, è stato garantito da quel tubo catodico, oggi scomparso come apparato tecnico ma che rimane il vessillo della televisione rivolta a tutti.
Senza una notizia che resti immutata per 24 ore, e su cui si possa riflettere, senza una comunicazione di cui si può avere la ragionevole certezza che raggiungerà quasi tutta l’opinione pubblica, senza la possibilità di comprovare l’attendibilità delle informazioni diviene difficile dar senso alla nozione di «informazione», «attualità» e «opinione pubblica». Per quanto la struttura del giornalismo, dell’editoria, dell’università e della televisione richiedano di essere ripensate, a causa degli evidenti arcaismi che presentano di fronte alle nuove tecnologie, resta che questo ripensamento e rilancio è indispensabile e imprescindibile, pena il venir meno di quei valori (opinione pubblica, attualità, sapere) che stanno al centro del progetto della modernità.