Le attività culturali hanno fatto crash. E ora?

Flavorwire ha letto uno dei libri di cui si sta discutendo di più nelle ultime settimane: Culture Crash di Scott Timberg. Sottotitolo: «L’uccisione della classe creativa». L’oggetto del libro è l’enorme difficoltà, al giorno d’oggi, di riuscire a guadagnarsi da vivere facendo un’attività «culturale» — termine che include ambiti tra loro diversi: scrittura, giornalismo, arte, film e musica. Timberg si è occupato per anni di questo fenomeno, prima come reporter del Los Angeles Times e poi scrivendo per Salon. Tuttavia, recensendo il libro, Elisabeth Donnelly scrive che:

scott-timberg-culture-crashCulture Crash non è il racconto della storia di Timberg; piuttosto, è il racconto di come l’era digitale ha maltrattato molte industrie — l’editoria, il giornalismo, la musica e il cinema — e dell’effetto a cascata che ha avuto sui commercianti locali, dall’impiegato del negozio di dischi al librario. L’argomento è molto ampio, e dove Timberg eccelle è nell’indicare come la “scena locale” abbia perso la sua energia in un mondo iper-connesso a Internet.
(…)
In breve, come spiega Timberg, il valore dei lavoratori delle industrie artistiche e culturali negli ultimi vent’anni si è svalutato in maniera quasi grottesca. Tutto ciò è triste perché rappresenta una situazione differente rispetto a quella del mondo in cui siamo cresciuti; tuttavia, è anche una storia piuttosto ricorrente nel tempo. Oggi, quella che una volta sarebbe potuta essere una carriera è un hobby. Nonostante ciò, le persone continuano a creare, a scrivere poesie, canzoni e libri. Senza una middle-class di persone che faccia lavori di medio-livello in ambito culturale, ciò che produciamo si riduce ad essere o un blockbuster (basti pensare ai film di supereroi prodotti in larga parte per il mercato cinese) o piccoli film dal budget ridottissimo che interessano a tre persone. È un mondo dove le sole persone che possono permettersi una vita nelle arti senza compromessi sono i figli di chi in passato ce l’ha fatta, e questa è una grave perdita.

Secondo Donnelly questa è la parte convincente dell’analisi di Timberg. Alla quale, purtroppo, non ne segue una propositiva:

Il libro non è all’altezza quando manca di una visione del futuro. Timberg racconta di Internet, e di come le grandi aziende come Apple, Amazon e Facebook abbiano preso la nostra cultura per poi rivendercela. Ha ragione, ed è una brutta situazione — ma come sopravviviamo in questo mondo? Timberg sembra più interessato a lamentarsi e a raccontare le cose com’erano, a quando le classi creative riuscivano a sopravvivere e prosperare, anziché a rispondere alla questione fondamentale.