Gennaio 28, 2015

È cambiato il mondo, anche quello della musica

Per Courtney Harding il problema delle lamentele di quelli come Nick Mason (o di David Byrne e, in certa misura, anche Thom Yorke) nei confronti dei servizi in streaming sta nel fatto che

una volta guadagnavano tonnellate di soldi con la loro musica, ora non più e quindi non va bene. A loro piace tirare continuamente in ballo l’idea di «artista della middle-class» come un qualcosa che debba essere preservato ad ogni costo. Ma sta proprio qui il problema: tra poco non ci sarà più alcuna middle-class di artisti perché non ci sarà più alcuna classe media di nessun tipo.

Secondo Harding ora viviamo nell’epoca della gig economy — un concetto che abbraccia più cose, ma che si applica solitamente ai freelance e a coloro i quali sono costretti a sbarcare il lunario con un lavoretto, magari part-time, che gli consenta di dedicarsi con profitto all’altro lavoro, quello “importante”. Nonostante ciò — sostiene Harding — continuiamo a sperare che le cose ritornino quelle di prima, e ad insegnare ai nostri figli di scegliersi un lavoro che garantirà loro una proficua carriera nel corso della vita. Declinando la questione nel campo dell’industria musicale, scrive Harding:

Una volta ho tenuto una lezione in una classe di college e uno studente mi ha chiesto se pensavo che le vendite di musica sarebbero risalite come un tempo. Certo che no. Non avremo mai indietro l’industria musicale degli anni Novanta, proprio come non tornerà mai l’industria manifatturiera degli anni Cinquanta.
C’è però l’altra faccia della medaglia di tutto questo — oggi per i musicisti ci sono molti più modi di fare soldi. Una band indipendente non venderà mai tonnellate di dischi, ma può licenziare un suo brano per uno spot pubblicitario. Stare in un gruppo cool quando hai vent’anni potrà aprirti le porte di un’agenzia di grido quando ne avrai trenta. Molti marchi e start-up vogliono avere nei loro team esperti di musica; e persino insegnare ai bambini i soliti quattro accordi potrà non essere il lavoro dei sogni per molte persone, ma è sempre una fonte di reddito.
Dobbiamo andare oltre la nozione della vecchia classe media della musica, dove si poteva far uscire un disco ogni due anni, fare una manciata di date, vendere qualche maglietta e guadagnare 75 mila dollari all’anno. La realtà ora è quella di fare il guidatore per Lyft quando sei a casa, magari accettare la composizione di un paio di brani per un’agenzia pubblicitaria, produrre e promuovere la tua musica e lavorare come barista nei weekend. Tutto ciò è meno divertente e più stressante rispetto ai cari e vecchi tempi? Assolutamente. Ma è anche la nuova normalità.

Insomma, per Harding solo chi rimpiange un passato che non c’è più e durante il quale certe cose — certi guadagni — erano dati non solo per scontati, ma anche come dovuti, riesce a scagliarsi contro le nuove fonti di guadagno musicale. Lo insospettisce, tuttavia, che anche qualcuno delle nuove generazioni lo faccia, quando è evidente che non faranno mai parte della «middle class» del passato e che, anzi, è proprio grazie alle nuove tecnologie se qualcuno di questi è riuscito a diventare quello che è («Onestamente, pensate davvero che Psy sarebbe diventato Psy dieci anni fa?»).

Per Harding la conclusione del suo discorso è molto semplice:

Credo assolutamente nel fatto che bisogna pagare gli artisti per il loro lavoro, ma calcolare quanto devono essere pagati (o hanno il diritto di essere pagati) è difficile. Tuttavia opporsi a Spotify, in assenza di una soluzione realistica, suona stupido e privilegiato. Mi è piaciuto essere un figlio del baby boom, appartenente alla classe media, con davanti la prospettiva di una pensione. Ma tutto questo non rappresenta più un’opzione percorribile. Anziché rimpiangere il passato perduto, dobbiamo concentrarci per rendere la gig economy più sostenibile per tutti.