Gennaio 28, 2015

Un grande compleanno.

wyattLa prima volta che ho sentito Robert Wyatt è stata sul disco Third una decina di anni fa. Ci sono arrivato tardi, ma del resto a quel tipo di rock non ci si affeziona durante l’adolescenza: manca il brivido. Che ovviamente non è vero che manchi, anzi. Solo che servono un grande lavoro d’orecchio, una grande pazienza. Mica è musica, quella, che può ascoltare chiunque facendo un volo dal — chessò — punk rock alla scena di Canterbury apprezzandone tutte le sfumature. Io a Third ci ero arrivato via il progressive rock. Le fonti che mi nutrivano (col senno di poi: mica ‘ste grandi fonti) me lo avevano spacciato come uno dei capolavori assoluti del genere, solo un po’ più intriso di jazz (del jazz, al tempo, ero ancora quasi totalmente a digiuno). Mi aspettavo i Gentle Giant, trovai tutt’altro. Non mi piacque, così come non mi piacque Moon in June la prima volta che l’ascoltai: quel brano, ancora più che tutto Third, sono stati il mio primo vero incrocio con Robert Wyatt, cioè con il succo di quello che è Robert Wyatt. Di quello che è sempre stato, non solo nella sua prima parte di carriera (quella di batterista bipede, come ama ironizzare). C’era però qualcosa, in Moon In June, che era impossibile da ignorare: la voce. Robert Wyatt, per il tempo che gli fu concesso di suonare la batteria, era stato un gran bel batterista. Non nel senso che fosse tecnico, o che cercasse nella tecnica, nel manierismo, nel virtuosismo la sua essenza di musicista. Tutt’altro, a Wyatt di quelle cose lì non è mai importato un cazzo. Solo che gli ascolti di gioventù — Cecil Taylor, soprattutto, perché il suo modo di suonare la batteria era un po’ pianistico, e d’altronde stiamo parlando di due strumenti «a percussione» — devono avergli indicato la strada, devono essergli rimasti impressi più di qualunque seminario su uso e tecnica dello strumento. E tanto più pestava — era un pestone, Robert Wyatt — tanto più la sua voce sembrava arrivare direttamente dal lui bambino. Una voce d’angelo, una voce malinconica. Due aspetti che l’hanno sempre contraddistinto. No, non era possibile ignorarlo.

Caparbiamente, ho insistito. Prima tutti i dischi dei Soft Machine, anche quelli senza di lui. Poi The End of An Ear — altro scontro non del tutto differente da quello avuto con Third, e anche lì le mie certezze di proseguire nella caparbietà di farmelo piacere a tutti i costi hanno vacillato. Fino a Rock Bottom, finalmente. E poi via via tutto il resto. Oggi sto affrontando l’importante, impegnativa, ma bellissima biografia che Marcus O’Dair gli ha dedicato: Different Every Time.

«Different every time» è un po’ l’espressione topica di Robert Wyatt. La canta in Sea Song («You look different every time», ma anche «but I can’t understand the different you»). La differenza — da se stesso batterista bipede prima e confinato su una sedia a rotelle poi, dagli altri, da quelle che per lui erano e sono le ingiustizie del mondo, dal colonialismo, dal liberismo, ma anche dal resto della musica — lo ha sempre caratterizzato. È differente da tutti, Robert Wyatt. Percorre una sua strada difficile, tortuosa, piena di imprevisti, di noie, di disamoramenti, di depressioni, di incapacità di relazionarsi prima con un gruppo (i Soft Machine), poi con il loro epigono (i Matching Mole), poi con chi gli stava accanto nei suoi progetti solisti. Persino, sembra, anche con la sua stessa capacità di scrittura: e infatti per un lungo periodo eseguì per lo più cover o pezzi che altri gli scrissero — Shipbuilding, il più celebre, firmato da Elvis Costello e Clive Langer, che racconta il paradosso dell’industria navale britannica che cresce in corrispondenza con la guerra della Falkland.

Nella sua biografia, raccontando proprio della tendenza a far scorrere parecchio tempo tra una produzione e l’altra (tempo che impiega in vario modo: dipingendo, facendo l’attivista politico, dando una mano a qualche suo amico musicista) dice a grandi linee che è lui il più grande minimalista di tutti i tempi, mentre gli altri minimalisti (intesi come chi fa musica minimalista) tendono a sommergere il mercato di uscite. Il che è caratteristica tipica del suo humour, e rende anche l’uscita di un suo nuovo lavoro un piccolo evento, impossibile da celebrare con una stroncatura anche quando, magari, qualche tirata d’orecchie se la meriterebbe.

Oggi è il suo compleanno. Fa 70 anni, 42 dei quali passati su una sedia a rotelle. Marcus O’Dair, in un pezzo sul Guardian, dice che Wyatt sta provando a smettere di fumare e che, in verità, ci ha provato già 4-5 volte mentre lo intervistava per la biografia. Secondo me è tutta la vita che ci sta provando. Robert Wyatt è tutta la vita che ci prova.