Archivio mensile:Gennaio 2015

Le attività culturali hanno fatto crash. E ora?

Flavorwire ha letto uno dei libri di cui si sta discutendo di più nelle ultime settimane: Culture Crash di Scott Timberg. Sottotitolo: «L’uccisione della classe creativa». L’oggetto del libro è l’enorme difficoltà, al giorno d’oggi, di riuscire a guadagnarsi da vivere facendo un’attività «culturale» — termine che include ambiti tra loro diversi: scrittura, giornalismo, arte, film e musica. Timberg si è occupato per anni di questo fenomeno, prima come reporter del Los Angeles Times e poi scrivendo per Salon. Tuttavia, recensendo il libro, Elisabeth Donnelly scrive che:

scott-timberg-culture-crashCulture Crash non è il racconto della storia di Timberg; piuttosto, è il racconto di come l’era digitale ha maltrattato molte industrie — l’editoria, il giornalismo, la musica e il cinema — e dell’effetto a cascata che ha avuto sui commercianti locali, dall’impiegato del negozio di dischi al librario. L’argomento è molto ampio, e dove Timberg eccelle è nell’indicare come la “scena locale” abbia perso la sua energia in un mondo iper-connesso a Internet.
(…)
In breve, come spiega Timberg, il valore dei lavoratori delle industrie artistiche e culturali negli ultimi vent’anni si è svalutato in maniera quasi grottesca. Tutto ciò è triste perché rappresenta una situazione differente rispetto a quella del mondo in cui siamo cresciuti; tuttavia, è anche una storia piuttosto ricorrente nel tempo. Oggi, quella che una volta sarebbe potuta essere una carriera è un hobby. Nonostante ciò, le persone continuano a creare, a scrivere poesie, canzoni e libri. Senza una middle-class di persone che faccia lavori di medio-livello in ambito culturale, ciò che produciamo si riduce ad essere o un blockbuster (basti pensare ai film di supereroi prodotti in larga parte per il mercato cinese) o piccoli film dal budget ridottissimo che interessano a tre persone. È un mondo dove le sole persone che possono permettersi una vita nelle arti senza compromessi sono i figli di chi in passato ce l’ha fatta, e questa è una grave perdita.

Secondo Donnelly questa è la parte convincente dell’analisi di Timberg. Alla quale, purtroppo, non ne segue una propositiva:

Il libro non è all’altezza quando manca di una visione del futuro. Timberg racconta di Internet, e di come le grandi aziende come Apple, Amazon e Facebook abbiano preso la nostra cultura per poi rivendercela. Ha ragione, ed è una brutta situazione — ma come sopravviviamo in questo mondo? Timberg sembra più interessato a lamentarsi e a raccontare le cose com’erano, a quando le classi creative riuscivano a sopravvivere e prosperare, anziché a rispondere alla questione fondamentale.

L’odore della pioggia

Il petricore è il tipico odore di pioggia, che solitamente si sente non appena cominciano delle piogge deboli o moderate. La sua esistenza è stata scoperta nel 1964 da due scienziati australiani, i quali non sono però riusciti a spiegare il fenomeno meccanico alla base della produzione e della diffusione nell’aria di questo odore. Una nuova ricerca condotta da alcuni scienziati del Mit sembra aver portato delle importanti novità in questo senso:

Utilizzando delle videocamere ad alta velocità, i ricercatori hanno osservato che quando una goccia di pioggia cade su una superficie porosa, al momento del contatto incapsula delle piccolissime bolle d’aria. Come in un bicchiere di champagne, queste bolle poi risalgono sulla superficie della goccia, esplodendo in un piccolo aerosol.
Il team di ricerca è riuscito anche a stabilire la quantità di aerosol rilasciato, sulla base della velocità della goccia di pioggia e della permeabilità della superficie. I ricercatori sospettano che negli ambienti naturali, questi piccoli aerosol portano con sé degli elementi aromatici, insieme ai batteri e ai virus che si trovano per terra. Questi aerosol vengono rilasciati solitamente durante delle piogge deboli o moderate, e poi diffusi dalle raffiche di vento.

Saggi lettori

books

Babelia, l’inserto culturale del quotidiano spagnolo El Pais, celebra il boom della saggistica nelle librerie. E Filippo La Porta commenta [Corriere della Sera, 18.01.2015, p. 33] questa fame di idee, anziché di racconti, che sembra aver colpito i lettori:

[i lettori] dai libri pretend[ono] idee, ragionamenti utili, pensieri sulla cristi che sta[nno] vivendo e non mero intrattenimento (che cerca[no] in altre direzioni: come puro distraente il libro oggi cessa di essere competitivo). Anche la nostra editoria comincia ad accorgersene benché sotto la dicitura «saggi» continuiamo a vedere, con effetto di confusione sul lettore, titoli che riguardano la cucina, il giardinaggio e la vasta area del self-help, che andrebbero rubricati sotto «varia». L’unica distinzione da fare è tra «saggio accademico» (o formal essay) — che avrà probabilmente un futuro solo digitale — e «saggio generalista» (o personal essay), che invece può avere un futuro cartaceo. Il saggio conta poi su lettori più fedeli e meno casuali della narrativa. Infine: in Spagna, ma anche da noi, funziona meglio il saggio breve: quelli di Byung-Chul Han, Agamben, Berardinelli, Pablo D’Ors e Sabater […] Un paese con più lettori di saggi è meglio attrezzato ad affrontare la spaesante complessità del presente. Quando avanza l’antipolitica, e rischia di incrinarsi lo stesso patto sociale, si ha bisogno di cittadini riflessivi, di individui consapevoli che si nutrono soprattutto di saggistica.

L’epoca delle interruzioni

interruptionMaurizio Ferraris [La Repubblica, 18.01.2015, p. 48] racconta i problemi di quella che uno studio della University of Southern California ha definito come «l’età delle interruzioni». Essendo perennemente connessi a qualcosa — un computer, uno smartphone, qualunque device che contribuisce alla creazione dell’«internet delle cose» — interrompiamo continuamente le nostre attività per occuparci di altro, interrompendo di lì a poco anche la nuova attività e così via. Stiamo facendo un lavoro al computer e smettiamo per dare un sbirciata alla timeline di Twitter; lì, dopo qualche secondo, seguiamo un link che ci porta ad una storia: lette le prime righe siamo attratti da un messaggio ricevuto sul cellulare. Un loop di interruzioni, al termine del quale ci rimane addosso ben poco.

Secondo Ferraris, questa «interruzione universale» ha influenzato anche l’informazione: siamo allo stesso tempo tutti produttori di contenuti (via social network) e fruitori di contenuti; anche se questi non rappresentano l’informazione ma, piuttosto

un flusso di documenti, vincolanti perché scritti (scripta manent) e individualizzati, cioè rivolti solo a noi, che ci spingono all’azione (minimalmente, alla reazione: il messaggio richiede risposta, e nel farlo genera responsabilità). Il che genera un senso costante di inadeguatezza e frustrazione, ossia l’inverso speculare della condizione di pienezza e di realizzazione che si accompagna al portare a termine un progetto o un oggetto.

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Sveglia New York!

@vanessa.knight 7 Ave South & Morton #getupny

Una foto pubblicata da Get Up NY (@getupny) in data:

Se vi trovate a New York e vi capita di postare una foto su Instagram, provate ad aggiungere l’hashtag #getupny. Potreste finire all’interno di questo progetto dal sapore meta-fotografico, dove i vostri scatti digitali vengono trasformati in una stampa fisica e appesi per le strade della metropoli.

Tecnologia predittiva

Evan Salinger sui rischi che gli algoritmi di auto-completamento della scrittura (parte della cosiddetta «tecnologia predittiva») possono portare nel nostro modo di comunicare:

Incoraggiandoci a non pensare troppo a fondo alle nostre parole, la tecnologia predittiva potrebbe cambiare il nostro modo di interagire con le altre persone. Mentre la comunicazione diventa sempre meno un’azione intenzionale, ciò che offriamo agli altri è: più algoritmi e meno personalità. Per questo motivo ho scritto lo scorso anno su Wired che l’automazione può essere negativa poiché ci fa smettere di pensare.

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Il rigore di pallini e quadratini (una storia di musica e Bauhaus)

foto copyright Nitzan Hermon

Come è noto, ai nazisti non piaceva il movimento artistico Bauhaus — una scuola che metteva insieme arte, design e architettura operante in Germania tra il 1919 e il 1933 prima a Weimar, poi a Dessau e Berlino. Esperienza artistica fondamentale e alla quale guardarono gli interpreti del razionalismo e del funzionalismo, quando nel 1933 i nazisti ne decisero la chiusura molti dei suoi esponenti cercarono fortuna in altre nazioni. Josef Albers, che della scuola fu uno dei maggior esponenti nel campo delle arti visive, emigrò in America e insegnò per qualche anno al Black Mountain College — dove fu a capo del dipartimento d’arte — e anche alla prestigiosa università di Yale, dove fu a capo del dipartimento di design fino al 1958, quando smise di insegnare per dedicarsi interamente alla pittura.

Uno dei quadri della serie ‘Omaggio al quadrato’

Tra le sue opere più celebri c’è il ciclo Omaggio al quadrato, tra tutte forse quella che più rappresenta la sua ricerca condotta sulle forme geometriche e sugli effetti che queste — sovrapposte, posizionate di fianco — avevano sulla percezione. A proposito di Omaggio al quadrato, scriveva su Alfabeta2 Carlo Antonio Borghi:

Rigore artistico quasi ascetico nel colore dei Quadrati. Rigore ed essenzialità spartana, tanto francescana quanto tibetana. Ogni suo Quadrato potrebbe fungere da pianta quadrata per un giardino zen, dove tutto si può vedere anche se nulla c’è. Nulla si perde e tutto si trasfigura, anche il suo amato Giotto riquadrato nella Cappella degli Scrovegni. La sua materia preferita era il vetro per consistenza e trasparenza. I suoi quadrati sono vetrofanieottenute per stesure di colore sulla tela. Ognuno è una superficie mentale ed astrale, dove rigore e bellezza combaciano.

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I giornali digitali.

Il portariviste dell'era moderna - foto via Flickr

Il portariviste dell’era moderna – foto via Flickr

Edicola Italiana è la nuova piattaforma digitale frutto dell’accordo tra i maggiori gruppi editoriali italiani (La Stampa, 24 Ore, Caltagirone, Espresso, Rcs e Mondadori) e la start-up Premium Store. L’obiettivo è quello di poter leggere, pagando un prezzo fisso mensile che varia da 9,99 a 14,99 euro, tutti i periodici in essa presenti. O di gestire, con un unico profilo, l’abbonamento digitale a diversi quotidiani italiani. Non si tratta però di un vero e proprio “all you can read”, come viene pubblicizzato in questi giorni, visto che la modalità buffet è al momento disponibile soltanto — ai prezzi visti sopra — per i periodici settimanali e mensili, ma non per i quotidiani — ai quali è possibile comunque abbonarsi gestendo il tutto con un unico profilo.

Di servizi simili ne esistono già in altri paesi. Negli Stati Uniti i due più grandi sono Next Issue e Magzter, prontamente ribattezzati i «Netflix dei giornali» perché funzionano concettualmente come Netflix per i film (o Spotify per la musica). E in questi giorni si fa un gran parlare di queste piattaforme proprio per lo scarso successo che hanno riscontrato presso il pubblico dei lettori. Scrive sull’Atlantic Derek Thompson che, a differenza di quanto succede proprio con Netflix o Spotify, queste piattaforme non offrono un accesso diretto ad un contenuto; piuttosto offrono l’accesso ad un’app. Ma se la stampa cartacea gode ancora di una circolazione piuttosto ampia — riviste come National Geographic, Sports Illustrated, Time e Cosmopolitan raggiungono i 3 milioni di lettori — il problema è che sono molti di meno quelli che pagano per l’app. Scrive Thompson che «non c’è un magazine negli Stati Uniti che raggiunge i 300 mila abbonati» nella versione digitale. I dati parlano chiaro: la stampa digitale ha volumi dalle 10 alle 100 volte inferiori rispetto alla stampa tradizionale, se si considerano solo quei casi in cui l’abbonamento è sottoscritto digital-only, non quando la versione digitale è data gratuitamente (o con un piccolissimo costo extra) agli abbonati del cartaceo.

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Il nome della band è Talking Heads

I tizi di Music Vault, un canale YouTube che offre intere esibizioni di gruppi storici e che si definisce come «la più grande collezione di musica dal vivo al mondo», hanno scovato un concerto finora rimasto inedito dei Talking Heads che si esibiscono al Capitol Theatre di Passiac, nel New Jersey, il 4 novembre 1980 — ad un mese dall’uscita del loro album più famoso Remain In Light (5 delle 14 canzoni in scaletta provengono da quel disco).

Scrive Daniel Kreps su Rolling Stone:

Canzoni come House in motion e Born Under Punches (The Heat Goes On) acquistano una forma più cruda e frenetica, con i Talking Heads — allora all’apice della loro forza — aiutati sul palco da Adrian Belew dei King Crimson, che contribuisce con chitarre à la Robert Fripp alle canzoni tratte da Remain In Light. Appare nel concerto anche il tastierista Bernie Worell, proveniente dai Funkadelic/Parliament di George Clinton.

Anche Richard Metzger su Dangerous Mind si entusiasma, paragonandolo all’altro celebre filmato dei Talking Heads Stop Making Sense. E conclude la sua breve recensione con un gioco di parole (Fear of Music è il titolo del terzo album dei Talking Heads, uscito nel 1979:

Questo concerto suona così fresco e gioioso. Senza tempo. Se non vi fa venire un enorme orgasmo alle orecchie significa che non vi piace la musica. O forse che abbiate paura di essa?