Febbraio 8, 2015

Il carro dei vincitori è sempre pieno.

foto da Wikipedia

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Sul Corriere della Sera di oggi viene citato in due editoriali il termine «bandwagoning» a proposito del passaggio di un gruppo di otto parlamentari di Scelta Civica al Partito Democratico. Ma cos’è il bandwagoning? Spiega Wikipedia che, letteralmente, il bandwagon è il carro su cui suona la banda. La tendenza del bandwagoning, dunque, è quella di salire sul carro dove suona la banda all’interno di una parata; più prosaicamente, noi intendiamo con ciò il «salire sul carro del vincitore».

In politica, quando si fa del bandwagoning e cioè si decide di salire sul carro del vincitore, non sempre lo si fa a posteriori. È possibile, infatti, farlo anche a priori e ottenere il cosiddetto «effetto carrozzone». In questo sono concordi sia Wikipedia, che parla della tendenza

a votare quei candidati che hanno maggiori possibilità di successo, o che vengono dipinti come tali dai media: questo comportamento aumenta la probabilità di trovarsi, a elezioni concluse, dalla parte giusta, quella del “vincitore”

che il dizionario Garzanti, dove alla voce «bandwagoning» scrive:

partecipare a un’impresa, sposare una causa e simili perché di moda o sembra destinata al successo, saltare sul carro.

Non si hanno traccia di definizione di «bandwagoning» nell’ultima edizione a mia disposizione del Devoto-Oli (quella del 2009), ma non mi è difficile pensare che il termine non sia entrato a far parte di quei neologismi che ogni anno popolano le nuove edizioni dei vocabolari. Del resto, l’espressione italiana di «salire sul carro del vincitore» è molto più efficace — e conosciuta — del termine inglese.

La versione internazionale di Wikipedia dà poi un’altra sfumatura per spiegare il bandwagoning. Dopo aver specificato che il termine è stato coniato dal politologo americano Quincy Wright nel suo libro del 1948 A study of war, lo declina all’interno di relazioni internazionali e dunque afferma che si parla di «bandwagoning» quando

uno stato si allea ad un altro più forte e inizialmente avversario, e concede che questo avversario più forte ora diventato alleato guadagni sproporzionatamente in ciò che conquistano insieme. Perciò il bandwagoning è una strategia solitamente adottata da stati deboli.

Fatta chiarezza, ritorniamo al Corriere e al termine «bandwagoning» citato nei suoi due editoriali. Inizia Angelo Panebianco, dove attacca il suo fondo in prima pagina così:

Nelle tribù umane accade esattamente ciò che avviene nelle tribù dei nostri parenti più prossimi, gli scimpanzé. Dopo che un membro del gruppo ha sconfitto i rivali al termine di una dura lotta di potere, diventando il maschio alfa, o dominante, si mette subito in moto un processo di bandwagoning: quasi tutti gli altri membri della tribù saltano sul carro del vincitore, corrono a rendergli omaggio. C’è però una differenza. Fra gli umani, nel bandwagoning è sempre presente una dimensione comica. Perché gli umani sembrano obbligati a negare la vera ragione per cui saltano sul carro del vincitore, ossia il fatto che, come tutti, tengono famiglia. Sono costretti ad inventarsi nobili motivi, dichiararsi solennemente interessati solo al bene del Paese: non lo fo per piacer mio, eccetera.

Quello di cui parla Panebianco è dunque il bandwagoning nella forma forse peggiore: quello a posteriori. Non mi alleo prima con il più forte, per convenienza, ma sono pronto subito dopo ad andarci insieme per la medesima convenienza, solo ribaltata. Da quando c’è Renzi in campo, in effetti, in Italia ha sempre dominato questo tipo di bandwagoning. A partire dalle primarie che lo elessero segretario del Pd, dove all’interno del suo stesso partito il così detto «apparato» lo aveva ostacolato salvo poi — soprattutto nei governi locali, dalle regioni in giù fino ai comuni — salire sul suo carro e dimenticarsi, ad esempio, che era stato lo stesso apparato ad imporre regole ferree alle primarie per impedire ai non organici al Partito Democratico (per la maggioranza possibili elettori o simpatizzanti di Renzi) di prendervi parte.

L’altro editoriale in cui si parla di bandwagoning è quello firmato a pag. 28 da Giovanni Belardelli. Qui non si parla tanto del significato del termine, né del concetto che racchiude. Si discute, piuttosto, del doppiopesismo nel giudicare e raccontare i casi di bandwagoning in Italia. Secondo Belardelli, e come dargli torto, il passaggio degli onorevoli di Scelta Civica al Pd

è un fenomeno frequente in politica: il bandwagoning, l’irresistibile (per alcuni, almeno) propensione a salire sul carro del vincitore. Non per questo si tratta di un bello spettacolo, soprattutto ripensando al fatto che i suoi attori, fondando Scelta Civica, avevano voluto accreditarsi come i rappresentanti di quella classe dirigente seria, competente, pensosa delle sorti del Paese che in Italia mancava. Ma lo spettacolo è tutt’altro che bello anche per un altro motivo. Per l’entusiasmo con il quale i dirigenti del Pd hanno accolto i transfughi di Sc, lodandone (così il vice-segretario del Pd Debora Serracchiani) la «responsabilità», dopo avere per anni considerato proprio l’inventore dei «responsabili» Domenico Scilipoti — che lasciò l’Italia dei valori per sostenere il governo Berlusconi — , come la personificazione dei mali della nostra politica […] È riemerso insomma in questa occasione un fenomeno che tutti ben conosciamo, consistente nell’applicare un metro diverso di giudizio dinanzi a un’azione a seconda se la compie un amico o un avversario.