Febbraio 19, 2015

Tutte le virgole del New Yorker

Immagine di Javier Jaén e Karen A. Racz, via The New Yorker

Immagine di Javier Jaén e Karen A. Racz, via The New Yorker

Mary Norris lavora al New Yorker dal 1978 e ha eseguito varie mansioni fino al 1993, quando è diventata uno dei copy-editor del giornale. Ovvero una di quelle persone incaricate di leggere ogni singola parola di ogni singolo articolo in cerca di errori e di conformare il testo a quelle che sono le rigidissime norme di redazione della rivista. Il che vuol dire, tra le altre cose, controllare che «sulphuric» sia scritto «sulfuric», che l’utilizzo delle maiuscole sia coerente e la punteggiatura corretta (si scriverà «light-years» o «light years»?) e che nel correggere una virgola non cambi il senso che l’autore del testo intendeva dare.

Mary Norris ha in uscita un libro, intitolato Between You and Me: Confessions of a Comma Queen. O, almeno, così lo trovo riportato in giro per la rete. Perché se c’è una (piccola) norma di redazione che mi sono imposto, anche a costo di infrangerla (spesso e) volentieri, è quella di scrivere il titolo di un libro mettendo la maiuscola solo alla prima lettera della prima delle parole che lo compongono. A meno che, certo, non contengano un nome di cosa o persona: «Jane Eyre» e non «Jane eyre» — non lo scrivo in corsivo perché non sto facendo riferimento ad un libro in quanto entità (di carta o elettronico) ma al suo titolo e basta, da qui l’uso delle virgolette basse. Insomma, avessi dovuto citare il libro in qualunque altro contesto, l’avrei scritto così: Between you and me: confessions of a Comma Queen. Ponendomi subito un’altro problema: essendo «comma queen» una specie di soprannome che Mary Norris riconosce per sé, va scritto con la maiuscola o no? (Come si vede, ho optato per il sì).

Nel numero che celebra i 90 anni del New Yorker Norris ha voluto raccontare, con un lungo e bellissimo articolo, la sua esperienza di copy-editor e spiegare, ai profani, in cosa consiste la rigidità del suo lavoro:

Una delle cose che mi piacciono del mio lavoro è che coinvolge l’intera persona: non solo la conoscenza della grammatica, della punteggiatura, dell’utilizzo dei termini, delle lingue straniere e della letteratura, ma anche l’esperienza di viaggio, di giardinaggio, di navigazione, di canto, di idraulica, del Cattolicesimo, delle questioni Medio Orientali, della mozzarella, della linea A della metropolitana, del New Jersey. E in cambio, ti restituisce ancora più esperienza. Nell’immaginario popolare il copy-editor è qualcuno che favorisce la rigidità. Non credo di essere così. Anche se credo di avere un punto di vista davvero forte sulle virgole.

Per dare un’idea di quanto la questione delle virgole sia importante nei giornali, e nel New Yorker in particolare, un paio di anni fa Ben Yagoda (autore e professore di giornalismo alla Delaware University) scrisse sul New York Times un articolo per la serie dedicata alle questioni della scrittura, Draft, nel quale raccontava del «feticismo» del New Yorker per le virgole:

Il New Yorker è sempre stato scrupoloso, tendente al feticismo, sulle virgole, in larga parte grazie alla mania del suo fondatore Harold Ross per la precisione e la chiarezza. Lo scrittore E.B. White, che è stato sottoposto all’editing della rivista per oltre cinquant’anni, ha sottolineato in un’intervista alla Paris Review, che «le virgole al New Yorker cadono con la stessa precisione dei coltelli in un numero da circo, circondando la vittima». Ci sono molti esempi, ma c’è un particolare utilizzo della virgola costantemente rintracciato quasi solo sul New Yorker. Si veda, ad esempio, questa frase tratta da questo articolo di Jane Mayer pubblicato nel numero datato 13 Febbraio 2012:

[Lee] Atwater prima di morire, di cancro al cervello, nel 1991, si pentì della sua «nuda crudeltà» nei confronti di [Michael] Dukakis per aver descritto «Willie Norton [come] il suo compagno di corsa» [Il riferimento è a questo casondt].

Nessun altro giornale metterebbe una virgola tra «morire» e «cancro». Il New Yorker sì perché altrimenti la frase suggerirebbe (o almeno così loro pensano) che Atwater sia morto più volte per cause differenti.

Mary Norris quella volta rispose con un altro articolo, nel quale si definiva «la custode della saliera delle virgole» del New Yorker («keeper of the comma shaker») e difendeva l’uso della virgola seriale canzonato da Yagoda:

[La virgola seriale] ci piace perché evita l’ambiguità. Per esempio, se scrivo «I invited my boss, her nephew and my acupuncturist to the party» senza la virgola seriale, uno potrebbe scambiare il nipote del mio capo per il mio agopunturista. Questo potrebbe essere fuorviante, sebbene solo per un momento: Sam è un caro bambino, ma non lo vorrei mai accanto a me con un ago in mano. Usando la virgola seriale, si evita l’ambiguità: «I invited my boss, her nephew, and my acupuncturist to the party»*. Potresti sostenere che solo un lettore perverso scambierebbe il nipote del mio capo per il mio agopunturista, ma la questione è che se limiti l’uso della virgola seriale solo a quelle frasi dove esiste una vera ambiguità, allora ogni volta che incontri un elenco devi fermarti a riflettere sul da farsi. Utilizzando la virgola seriale, invece, risparmi energie da impiegare per spargere le virgole altrove.

Spiegò poi la scelta di usare la virgola seriale nella frase contestata da Yagoda così:

La questione è che Atwater si pentì prima di morire. Di cosa e quando morì in questo caso sono dettagli che l’autore dell’articolo fornisce come un di più, per soddisfare la curiosità del lettore. La causa e la data della morte non sono fondamentali nel significato della frase. In effetti, sarei potuta essere stata tentata di seppellire le cause della morte tra parentesi, come fossero un sospiro: «[Lee] Atwater prima di morire (di cancro al cervello, nel 1991), si pentì…»

* Non ho volutamente tradotto le frasi citate da Norris come esempio. In italiano, infatti, la prima frase si tradurrebbe in «Ho invitato il mio capo, suo nipote e il mio agopunturista alla festa». L’uso obbligatorio dell’articolo determinativo «il» prima dei complementi oggetto che formano l’elenco (ad eccezione del «nipote», già preceduto dall’aggettivo possessivo «suo») avrebbe eliminato il senso di ambiguità nella frase tradotta, rendendola di fatto inutile come esempio. Del resto, l’idea di tradurre la frase in «Ho invitato il mio capo, suo nipote e mio agopunturista alla festa» per mantenere coerente l’esempio non mi ha mai attraversato il cervello.