La vanità degli scrittori.

vanity

«Ho intervistato e condiviso il palco con molti scrittori negli anni, e la maggior parte di essi si sono dimostrati persone modeste e con i piedi per terra. Solo uno una volta è arrivato nella lobby dell’albergo indossando gli occhiali da sole, ma era un attore riciclatosi in scrittore. E di tutti i relatori dei festival letterari ai quali veniva chiesto di indossare il microfono ad archetto, solo due si sono rifiutati di farlo perché rovinava la loro pettinatura — ed erano entrambi maschi».

Julian Baggini, scrittore inglese che si occupa soprattutto di divulgazione filosofica, è l’autore di questa frase, tratta da un suo intervento sul Guardian circa un problema che affligge gli scrittori. I quali non saranno egocentrici come le rockstar, ma non sono neppure immuni da un altro vizio: la vanità. Spiega Baggini:

Più ho esperienza con gli scrittori, più noto i loro piccoli segnali di vanità, come la tendenza a riportare la conversazione ai loro lavori al minimo accenno provocazione. «Come ho scritto nel mio…», affermano al modo della più tipica apertura di un monologo. È un vizio comune, certo, ma visto che gli scrittori dovrebbero essere delle persone eccezionalmente curiose, penseresti che siano i meno propensi a mettere loro stessi (anziché gli altri) al centro di tutto. Ma forse è solo il riflesso del fatto che uno scrittore, oltre ad essere interessato alle cose che succedono del mondo, deve anche esplorare a fondo il suo punto di vista su di esso.

Di volta in volta ho visto scrittori infastiditi anche da critiche miti e anche quando le recensioni tutto sommato presentavano un giudizio positivo. Una volta, per esempio, scrissi quella che pensavo essere una recensione entusiasta di un libro su uno degli argomenti più dibattuti nella storia dell’uomo. Suggerii che l’autore aveva risolto il problema di come dire qualcosa di nuovo circa un tema sul quale era già stata detta ogni cosa, e lo aveva fatto mettendo insieme i pezzi nel miglior modo possibile. L’autore mi rispose, ringraziandomi per le belle parole ma anche dicendosi «devastato» dal mio giudizio di scarsa originalità.

Il peggior esempio di autore troppo sensibile fu invece quando recensii, mi sembra piuttosto generosamente, un libro di memorie. Ricevetti una email dall’autore che minacciava di farmi causa. Il mio errore era stato quello di aver riportato che l’autore aveva picchiato sua «moglie» — quando in effetti si trattava di una coppia convivente.