Febbraio 27, 2015

La ricerca della visibilità sociale

In un lunghissimo articolo di Jacob Silverman sul Guardian che affronta la questione dell’esserci o non esserci sul web — e la affronta in modo articolato, fin troppo, e anche un filino moralista, nel senso che si perde nel dare un po’ troppi giudizi senza poi arrivare alla conclusione di un suo, di giudizio — c’è spazio anche per quella tipologia di persone che stanno sui social tutto il giorno, pur senza condividere nulla. Ad un certo punto emerge anche un termine che mi riporta indietro alla fine degli anni 90, quando bazzicavo i newsgroup musicali italiani e quella parola si usava molto:

Nel web sociale, la persona che non condivide è vista come un modello superato che non può trovare posto nel nuovo spazio sociale. Se non addirittura sconnessa del tutto, quella persona non è semplicemente connessa a ciò che conta — magari ha una email, ma non un profilo Facebook, oppure sì ma non lo usa molto. (Il termine prevalente per indicare questo tipo di persona è «lurker», una vecchia parola mutuata dalle message board, leggermente peggiorativa, che descrive qualcuno che legge la board ma non pubblica mai i suoi messaggi). Non è strano chiedersi perché un amico stia su Twitter ma twitta raramente, o perché metta spesso «mi piace» sugli status degli altri in Facebook, ma non posta mai nulla. Perché non sono preoccupati di accumulare capitale sociale? Perché ancora, essere nella minoranza “tranquilla” è meglio che non esserci del tutto. Va forse peggio alla persona i cui frequenti tweet e aggiornamenti di stato non ricevono risposta alcuna. Nell’epoca dei social media, sforzarsi per cercare la visibilità e non raggiungerla è un’amara sconfitta.