Archivio mensile:Febbraio 2015

Il paradosso delle cinquanta sfumature.

Quando in Italia uscì la trilogia Cinquanta sfumature era il periodo in cui gli ebook reader iniziavano a prendere piede in maniera consistente. Tra le tante voci in strenua difesa del libro tradizionale, se ne levò una completamente a favore di quello elettronico: garantisce l’anonimato. E tutti giù a far battute sul fatto che, finalmente, si sarebbero potute leggere le sfumature senza che il tizio di fronte in metropolitana giudicasse noi e i nostri (eventuali) gusti sessuali.
A distanza di qualche anno, e complice l’uscita del film tratto da quei romanzi, si ritorna a parlare di questa strana forma di anonimato, per cui il libro elettronico è preferibile a quello di carta. Lo fa un articolo di Slate, che però ha come obiettivo quello di celebrare il «paradosso delle Cinquanta sfumature»: finalmente chiunque è libero di leggere il libro che vuole — sia esso un racconto soft-porno, un romanzo di Dickens o persino il Mein Kampf di Adolf Hitler — senza essere giudicato da nessuno. Attenzione, però, perché scrive Neil Richards che l’insidia sta da un’altra parte: forse non è il nostro vicino di posto sul treno a conoscere il testo che stiamo leggendo, ed eventualmente giudicarci; di sicuro è chi quel testo ce lo ha venduto, seppur in digitale:

la facilità con cui si acquista un libro digitale nasconde il paradosso della privacy dell’e-reader — chi te lo vende conosce esattamente chi sei e quale ebook leggi, quando, quanto e quanto spesso. Amazon sa più sulle tue abitudini di lettura sul Kindle del commesso della libreria, più del tuo bibliotecario e più di chiunque abbia mai conosciuto il nostro modo di leggere. Considerate un’ipotetica lettrice di Cinquanta sfumature di grigio che si portava appresso il suo Kindle nella metropolitana di Londra. Gli altri passeggeri avranno potuto non avere alcuna idea di cosa stesse leggendo, ma Amazon sì. Il modo in cui il Kindle è progettato permette ad Amazon di sapere non solo costa stava leggendo, ma anche se aveva finito il libro, a che pagina era arrivata, il tempo di lettura di ogni singola pagina, e quali passaggi aveva sottolineato per magari riprenderli in altri momenti, più privati. Certo, l’acquisto dei libri di carta è più laborioso, ma una volta che li abbiamo tra le mani hanno la privacy inclusa nelle loro pagine.

Quello di Richards non è un atto di accusa nei confronti dei libri digitali, e vorremmo vedere. Anche perché finora, scrive, «non esiste indicazione alcuna del fatto che Amazon abbia fatto qualcosa di particolarmente preoccupante con questi dati, o che le informazioni dei lettori siano state divulgate». Semmai, tutti questi dati sono stati utilizzati per garantire al lettore un servizio migliore e per indirizzarlo ad acquistare nuovamente: tutti elementi che rientrano in normali strategie di marketing.
Piuttosto, Richards punta il dito contro una carenza legislativa americana. Tipicamente, le direttive americane a differenza di quelle europee non sono omnicomprensive, ma settoriali. Per quanto riguarda il prestito di libri, spiega Richards che «i bibliotecari americani hanno sviluppato un’etica professionale di confidenzialità e si sono spesi affinché queste regole professionali diventassero legge per proteggere i dati delle librerie in tutti gli stati». Mentre per il noleggio di altri media esiste addirittura una legge, la Video Privacy Protection Act, approvata nel 1988, presidente Ronald Regan, dopo che erano stati diffusi i dati sui noleggi video del giudice della corte suprema Robert Bork. Questa legge non prende però in considerazione il noleggio di ebook perché, come spiega Richards:

continua a proteggere non solo le videocassette, ma anche la vendita di DVD e persino la coda di esecuzione di Netflix. Per una curiosa omissione, i libri e gli ebook non sono però protetti da nessuna legge federale sulla privacy. Qualche stato protegge le vendite di libri come parte delle sue norme sulla confidenzialità di librerie e biblioteche: il Colorando protegge i dati delle librerie nel primo emendamento della sua costituzione, e il Reader Privacy Act della California considera i dati su libri ed e-book come riservati. Ma le leggi sono basate sulla privacy intrinseca della carta, non sui nuovi sistemi di sorveglianza degli e-reader e delle smart tv.

Dunque non esiste un problema di privacy, nemmeno se i grandi operatori del settore conoscono tutti i nostri dati. Esiste, semmai, un problema di mancanza di leggi adeguate.

La rivoluzione soft.

Richard Brody, a differenza di Elisabeth Donnelly, è piuttosto entusiasta di Culture Crash, il nuovo libro di Scott Timberg.

scott-timberg-culture-crashCulture Crash pone grandi domande sull’arte ed esorta a riflettere se ci sia un legame tra l’auto-coscienza di una società e il supporto all’arte e agli artisti, e il benessere delle arti stesse. Piuttosto che limitarsi a proporre semplici politiche economiche che promuovano la creazione artistica e la loro diffusione, Timberg suggerisce un ripensamento piuttosto radicale della natura stessa dell’arte nella vita di oggi — in effetti, descrivendola non come un’eccezione spericolata ma come un modo normale di vivere, sia per chi la cultura la crea che per chi la consuma. Anziché offrire suggerimenti pratici per il miglioramento dell’attività artistica americana, Timberg propone qualcosa di meglio: una rivoluzione soft nel modo di pensare.

Volevo solo comprare dei cavi.

Vikas Bajaj voleva solo comprare comprare dei cavi per le casse dell’impianto audio che aveva appena finito di assemblare. Un suo amico gli aveva così consigliato di recarsi da RadioShack, una delle più importanti e grandi catene di elettrodomestici degli Stati Uniti che ha di recente dichiarato bancarotta. Il racconto che ne è uscito rafforza l’impressione di chi ha provato, anche qui da noi, a recarsi in una delle grandi catene di elettronica. Posti dove si va solo quando si sa già cosa comprare, e dove si acquista solo quando si trova subito la merce. Per i consigli, o per ordinare ciò che al momento non è disponibile in nessun negozio fisico, ormai ci si rivolge in massa altrove:

Un grande problema dei negozi fisici è che non possono competere con le scorte di magazzino dei negozi online. Il management di RadioShack ha provato ad accantonare il core business degli accessori elettronici (come i cavi) per fare spazio a prodotti più in voga come gli iPhone e le cuffie Beats. Se si possono avere dubbi sulla scelta di decidere di vendere prodotti già ampiamente disponibili in altri posti, non riesco però a dare la colpa ai vertici di RadioShack per aver provato ad attrarre una nuova clientela.

Molti negozi tradizionali di elettronica hanno anche lentamente abbandonato il grande vantaggio che avevano nei confronti di Amazon: commessi preparati e utili. Gli impiegati di RadioShack e Guitar Center erano cortesi, ma non mi hanno offerto di ordinare i cavi o le pedante di cui avevo bisogno, né mi hanno suggerito di cercarli sui loro siti web. Uno dei più grandi rimpianti che avevano i clienti di Circuit City prima che chiudesse era che i suoi manager avevano licenziato molti dei migliori, e più pagati, venditori che avevano per risparmiare sui costi.

Non ho nostalgia dei giorni in cui fare shopping di elettronica voleva dire affrontare la seccatura di guidare fino ad un negozio, cercare il parcheggio e studiare gli inserti dei giornali del weekend in cerca di offerte. Però c’era una certa eccitazione nel portare a casa uno stereo o un computer. Ricevere un pacchetto marroncino con il logo di Amazon è certo più efficiente, ma molto meno soddisfacente.

Abbiamo un problema con i fumetti.

Autoritratto di Robert Crumb nel primo numero di Self-Loathing (1994)

Autoritratto di Robert Crumb nel primo numero di Self-Loathing (1994)

Scrive Jonathan Jones che ormai si è persa la distinzione tra cosa sia artistico e cosa no nella produzione di fumetti:

Osservando il loro lavoro sembra che gli illustratori abbiano frequentato lo stesso corso di disegno al college; hanno tutti imparato che la buona graphic art trasmette informazioni. In un fumetto, questo va a vantaggio della storia, ma un approccio così funzionale danneggia la vera arte. Un vero fumettista è colui che usa il disegno come espressione di sé, anziché come macchina narrativa. Solo l’artista che mette in ogni tavola significato e sentimento riesce ad innalzare l’arte del fumetto in qualcosa di bello o profondo.

Obsolescenza digitale

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Da queste parti sono stati spesso raccolti i gridi di allarme degli archivisti, soprattutto per quanto riguarda l’enorme patrimonio musicale — c’è il caso della British Library, e quello nostrano della Rai. Qualche giorno fa, parlando al convegno annuale dell’American Association for the Advancement of Science, Vint Cerf — uno dei due papà dell’Internet, secondo un’espressione molto cara ai giornalisti — ha messo in guardia sul rischio della scomparsa di tutte le informazioni che oggi siamo abituati a dare per scontato esistano in digitale, e quindi erroneamente per sempre.

Sembra strano, dato che uno degli adagi che si ripetono sempre più spesso è che una volta pubblicato qualcosa in rete, una volta scattata una foto con un cellulare, una volta registrato un suono con uno smartphone, questi esisteranno per sempre. Eppure è così. Un editoriale del Guardian fa un po’ il riassunto di come stanno le cose. C’è un problema a livello di supporti:

Nulla che non sia stato immagazzinato due volte in due differenti posti è davvero al sicuro. Gli hard disk muoiono, i compact disc perdono lucentezza e diventano illeggibili in una ventina di anni, i nastri si ossidano: non possiamo fare affidamento a nessuno di questi supporti apparentemente fidati. Un vecchio album di fotografie analogiche della nostra famiglia può sbiadirsi con gli anni, ma le nostre foto digitali spariranno del tutto, e i media su cui sono immagazzinate elettronicamente si romperanno molto prima che muoiano le persone che sono raffigurate al loro interno. Le foto dei vostri nonni saranno preservate molto meglio di quanto quelle dei vostri figli o nipoti.

E uno a livello di device che leggono questi supporti:

I floppy disc ormai sono finiti nel dimenticatoio. Stessa sorte sta toccando ai CD rom. Nel giro di 10 anni, le chiavette USB e le schede di memoria saranno qualcosa di pittoresco come le lanterne magiche. La velocità del cambiamento nei sistemi di scrittura digitale è paragonabile al cambiare alfabeto, o un intero sistema di scrittura, ogni 10 o 15 anni. Passare dai sillabari ai pittogrammi e poi tornare all’alfabeto, quindi cambiare direzione e inventare qualcosa di completamente nuovo. Non è abbastanza, in questo scenario, preservare solo i manoscritti […] Anche quando esiste l’hardware (o si è riusciti a ricostruirlo) per leggere i supporti obsoleti, non c’è certezza del fatto che si possa re-inventare anche il software che serve a decodificarli.

Hannah Jane Parkinson analizza però la situazione dell’obsolescenza da un diverso punto di vista, meno scientifico e più personale:

Provengo da una famiglia di accumulatori. Sul mio iPhone attualmente sono salvate 5 mila 426 foto. Possiedo due hard disk esterni da un terabyte ciascuno, riempiti di file multimediali e documenti. In altri tempi, avevo vecchie scatole di scarpe piene di cartoline di auguri, lettere d’amore, biglietti aerei, cartoline, locandine di locali e souvenir pacchiani provenienti da diversi paesi. Ho ancora le pagelle della scuola. Peggio, ho ancora i sussidiari e i vecchi compiti — nel caso dovessi controllare qualcosa, tipo la formula scientifica dell’acqua. Una volta ho quasi pianto quando mi sono accorta che un poster si era sbiadito con la luce del sole. E mi sono rammaricata per la perdita di messaggi che probabilmente non avrei mai più ri-aperto quando ho accidentalmente cancellato una conversazione via sms. Ma quanto è salutare tutto ciò? Rimanere appesi ad artifici emozionali favorisce la salute mentale? Perché teniamo tutta questa roba? Non ci fa rimanere ancorati al passato? […] Forse Cerf ha ragione quando si preoccupa per la perdita di lavori accademici che non potranno essere visti dagli antropologi del futuro, o per l’attenuazione della memoria collettiva su cose come il Dos. Ma per noi che viviamo qui e ora è probabilmente meglio mollare tutto.

Occuparsi dello stronzo, e basta.

Emma Bonino intervistata da Giovanni Casadio e Dario Cresto-Dina su Repubblica:

Il 12 gennaio, in diretta su Radio Radicale, ha fatto un outing coraggioso. Ha detto: io non sono il mio tumore e voi neppure siete la vostra malattia, dobbiamo pensare che siamo persone che affrontano una sfida che è capitata. Si è rivolta a una pattuglia di combattenti. Quanto è stato difficile pronunciare quelle parole?
«Mi è costato pensarle, metterle in fila una dopo l’altra, mostrare una mia fragilità intima. Io sono una piemontese riservata anche sulle disgrazie, da sempre provo a vivere sostenendo che il personale è politico ma credo anche che il privato non sia pubblico. Può sembrare uno scioglilingua ma spero si capisca. Ero emozionata, come se avessi dovuto annunciare un divorzio. Io che non mi sono mai sposata, pur avendo avuto due grandi amori, perché sono refrattaria alla convivenza, a quella disciplina alla quale ora la malattia mi ha costretta. O forse, pensandoci bene, sono stata una virtuosa per mancanza di tentazioni. Alla fine avere fatto quella confessione mi ha aiutata. Molti malati mi hanno scritto: “Grazie, ha aiutato anche me”. Avere la consapevolezza che noi non siamo il nostro male, che siamo altro, che dobbiamo sforzarci di continuare a essere le stesse identiche persone di prima costituisce la nostra speranza e la nostra fede laica. So che mi devo occupare di questo stronzo e basta. Io o lui, vedremo chi la spunta. Ma non vado certo su internet a cercare che cos’è il microcitoma, oppure se mi conviene prendere l’aloe o qualche specie di bacca miracolosa…».

(E tanti auguri!)

Nutella, Nutellae.

È morto ieri a Montecarlo Michele Ferrero, l’industriale che è rimasto alla guida dell’omonimo gruppo dolciario fino al 1997 e che nel 1954 aveva inventato la Nutella, tra i marchi italiani più famosi nel mondo. Caparbio e visionario, non aveva mai ceduto alle sirene della finanza e si è sempre rifiutato di quotare la sua azienda, una multinazionale, in Borsa.

Scrive Stefano Bartezzaghi su Repubblica [15.02.2015, p. 21], a proposito della Nutella e degli altri prodotti della Ferrero:

Il prodotto principale della ditta retta da Michele Ferrero già nel nome ha indovinato la perfezione dell’ibrido, l’italianità che ingentilisce l’anglofonia, il diminutivo –ella che dà calore al monosillabo nut (il quale sta per la nostra nocciola). In quanto alla cosa, poi, la disponibilità a vaschette o molto meglio a barattoli di qualcosa che è crema ed è cioccolato può far sentire ogni goloso che si affacci ai bordi della confezione come Paperon de’ Paperoni sul trampolino da cui poi si tufferà nella piscina di dobloni. La Nutella! Consolazione, festa, delizia, peccato, godimento di lingua e palato, baffo all’angolo della guancia. E poi i cioccolatini dell’ambasciatore, gli ovetti con le sorprese da montare, i Mon Cherì e i Pocket Coffee, i Tic Tac e l’Estathè… Voluttà discrete, minime libidini dove la discrezione, la compostezza e il piemontesissimo «non esageriamo» sono altrettanti pertugi che aprono la via all’universo della più sconcertante, ma ordinaria, perversione.

La rivincita delle riviste di moda.

foto via The Aestate

foto via The Aestate

Nel 1911 sull’Atlantic apparve un articolo anonimo nel quale la giornalista — che sia donna è una supposizione dovuta all’argomento trattato — raccontava con toni non esattamente di elogio il mondo delle riviste di moda, ree a suo dire di «rappresentare un tipo ideale di persona più simile ai manichini delle vetrine che ad un personaggio dotato di caratteristiche individuali».

Oggi, a distanza di centoquattro anni, lo stesso magazine fa un passo indietro e riconosce, nella penna di Tanya Basu, l’importanza di queste riviste. E lo fa in un’ottica diametralmente opposta rispetto alla critica mossa un secolo prima: scrive l’Atlantic che le riviste di moda hanno importanza anche come guida del movimento femminista del Ventunesimo secolo:

Le riviste di moda hanno messo in luce i problemi della società che spesso sono stati ignorati dai media mainstream, fossero esse le condizioni lavorative delle madri in giro per il mondo o le discrepanze di salario tra le donne e gli uomini. In un certo senso, sono diventate la guida del movimento femminista del Ventunesimo secolo. Mentre il nostro autore nel 1911 disprezzava l’impotenza delle donne così come era rappresentata dalle riviste di moda del tempo, oggi questi magazine provano a far sì che le donne che mostrano non siano semplici appendiabiti ma persone di carattere, coraggio e ambizione.

Buttare via i numeri di pagina

Naomi S. Baron, professoressa di linguistica e autrice di Words Onscreen, ha iniziato a notare un cambiamento di atteggiamento nei suoi studenti circa la numerazione delle pagine nei compiti. Non importava che lei chiedesse o meno esplicitamente di inserirli nei documenti che preparavano, gli studenti quasi sempre non lo facevano. E nel suo libro — di cui Slate ha pubblicato un piccolo estratto — dopo aver passato in rassegna alcuni dei meta-testi che, col tempo, sono apparsi nel libro e nei documenti fisici (il nome dell’autore, il sommario, i numeri di pagina ecc.) prova a darsi una spiegazione di questo fatto:

Data l’esperienza di lettura su schermo degli studenti, i numeri di pagina nei documenti che creano su un computer (in questo caso i compiti che avevo loro assegnato) sembrano essere irrilevanti. Quando i lettori accedono ai giornali online, non ci sono i numeri di pagina, e sempre più persone leggono i giornali in rete anziché su carta — soprattutto in questa fascia d’età. I documenti che nascono per il web sono prevalentemente non impaginati, e i numeri di pagina sugli ebook non hanno alcuna correlazione con i loro omologhi su carta stampata. Dal momento che i compiti in questione sono stati creati su computer — e talvolta inviati in formato elettronico — se io, lettore, volessi trovare una parola o un passaggio nel testo degli studenti dovrei utilizzare la funzione di ricerca, anziché la convenzione apparentemente antica dell’impaginazione.

Con l’avvento della stampa nella metà del Quindicesimo secolo, il modo in cui le persone leggono ha iniziato a cambiare. E così, con la funzione di ricerca ora disponibile nella lettura online, il concetto di lettura può essere potenzialmente ridefinito da un’attività lineare (continua) ad un processo di accesso casuale (quella che io chiamo la «lettura in agguato»).

Per finire, una confessione. Nella mia carriera di scrittrice professionale, ho ripetutamente affrontato il dilemma se sforzarmi di rintracciare i numeri di pagina originali negli articoli che leggevo online pensati però per un supporto di carta (la maggior parte dei siti internet non prevede l’impaginazione), o se rinunciarvi. Generalmente preferisco la seconda ipotesi. Il motivo: nell’era di Internet le convenzioni bibliografiche sono cambiate.