Marzo 2, 2015

Poco, ma meglio di niente.

Il 20 gennaio scorso Bjork è stata costretta a pubblicare (nella sola versione digitale) il suo nuovo disco Vulnicura con un paio di mesi di anticipo sulla data d’uscita ufficiale, prevista per il 17 marzo (e ancora confermata per quanto riguarda l’edizione fisica). Questo perché improvvisamente erano apparsi i leak in rete, e dunque l’album aveva iniziato a circolare piratato. Il disco, ad oggi e a differenza di tutto il suo back-catalogue, non è disponibile su nessuna piattaforma di streaming. Il motivo — almeno stando a quanto ha dichiarato a Fast Company — è figlio di una precisa volontà dell’artista islandese: dare ancora un senso al disco acquistato. Non sembra una battaglia contro lo streaming, sul modello di quelle condotte (inutilmente) da Thom Yorke e David Byrne. Piuttosto, il tentativo — e non è l’unico: l’operazione sta prendendo un certo piede — di provare a fare con la musica quello che fa il cinema nell’epoca di Netflix: prima il film esce nelle sale, poi va in streaming.

Il discorso è suggestivo, e può avere un suo senso sia artistico che commerciale. Poiché ho investito tempo, denaro, fatica, arte e ispirazione in questo prodotto, voglio che almeno nella fase iniziale della sua vita sia promosso al meglio. Se ci pensiamo bene, non è molto differente a quello che succede anche con i libri: esce un libro e, prima che vada in offerta, deve accadere almeno una di queste cose: il libro non vende nulla, e tanto vale svenderlo; oppure passa qualche anno, il libro ha un discreto successo, viene ristampato in economica per ingolosire all’acquisto chi ancora non ha provveduto. Lo stesso, del resto, succedeva con i dischi «nei cestoni del supermercato». Mica ci trovavi le nuove uscite: ci trovavi le chiaviche, o vecchi successi (ma spesso non gli enormi successi) che aveva senso tenere in catalogo a prezzo medio.

Non sono sicuro che questa cosa funzioni. O che funzioni per tutti. Di certo, se c’è un’artista per la quale potrebbe funzionare, quell’artista è Bjork. Né troppo di nicchia da permettersi di rinunciare del tutto ad un canale distributivo; né così tanto famosa da permettersi di andarci subito — nel senso che gli U2, pur con tutte le criticità del caso e tenuto conto dell’unicità dell’operazione, hanno potuto persino regalare il loro disco in un formato che non è quello fisico ma è infinitamente più tangibile di uno streaming.

C’è poi da aggiungere, a voler essere maliziosi, che Bjork fa le date con il biglietto a 80 euro. Il che, per quanto si possa trattare di una produzione non esattamente low-budget, è di sicuro un buon viatico per guadagnare. Da persona che usa lo streaming — e paga il prezzo pieno per farlo — sono ovviamente dispiaciuto. Allo stesso tempo, non me la sento di biasimare la scelta di Bjork, che come detto ha qualche buon motivo. Mi rimane solo un dubbio, che applicherei tanto al cinema quanto alla musica: sarebbe interessante vedere di quanto aumenta la pirateria per quei dischi che hanno una finestra temporale dedicata alla vendita tradizionale (sia essa fisica o digitale), rispetto ai prodotti che vanno da subito in streaming. Perché credo che a questo punto, e soprattutto oggi e se non sei Taylor Swift, quello del «poco, ma pur sempre meglio di niente» sia un discorso che inizia a diventare irrinunciabile.