L’imbarazzo della scelta.

Il cosiddetto imbarazzo della scelta a casa mia capita spesso. Si decide di guardare un film, si accende il televisore, ci si connette ad una delle piattaforme disponibili in Italia — no, nessun magheggio per usare Netflix da queste parti, ci si accontenta degli altri due o tre, ma principalmente due, servizi a disposizione — e si comincia una ricerca sfrenata. Un occhio al televisore e l’altro all’orologio, tenendo bene a mente l’ora X alla quale solitamente si va a letto per non incorrere, l’indomani, in una di quelle giornate dove la rotula prende il posto dell’occhio. Questa diapositiva di vita domestica è raccontata da Rick Paulas sul Pacific Standard:

Funziona così: crolli sul divano dopo una dura giornata di lavoro. Affondi le mani nei cuscini, recuperi il telecomando e con un gesto automatico stai scorrendo il menù di Netflix. Prima le commedie, poi i film drammatici acclamati dalla critica, quindi le serie inglesi perché tutti stanno parlando di Black Mirror. Selezioni un titolo, leggi la trama, perdi d’interesse e ti sposti su un altro film. Butti un occhio all’orologio, fai un rapido calcolo, e realizzi che la durata di quello che stai per vedere è maggiore della quantità di tempo che ti rimane prima di prepararti ad andare a letto. Allora spegni la TV, ti alzi dal divano, e di maledici per aver buttato via del tempo.

Temevamo, ad un certo punto, di dover disattivare tutti gli abbonamenti e fare affidamento sulla televisione cosiddetta «generalista», ma anche lì — complice il moltiplicarsi dell’offerta con l’avvento del digitale terrestre — saremmo incappati in questo fenomeno chiamato:

«Choice overload, o choice paralysis, o effetto troppa scelta», spiega Benjamin Scheibehenne, uno psicologo che studia il modo con cui compiamo — o meno — le nostre scelte. «Se dai alle persone più opzioni tra le quali scegliere, impiegheranno più tempo e finiranno col sentirsi oppressi e frustrati».