Il lavoro del copy-editor.

Proofreading-Copy-editing

Julia Holmes su New Republic entra a fondo nella descrizione del lavoro di un copy-editor. La scusa sarebbe una recensione del libro di Mary Norris, Between You and Me: Confessions of a Comma Queen. Ma fin dalle primissime battute finisce per parlare soprattutto del ruolo del copy-editor (e del fact-checkers, un figura differente nel campo d’azione ma non nell’approccio):

Per chi non lo sapesse, il lavoro del copy-editor di una rivista è prendere qualcosa che è stata scritta, editata e revisionata, e prepararla per la pubblicazione. Ciò significa cercare i refusi, controllare la sillabazione, la grammatica e la chiarezza, e allo stesso tempo non tradire lo stile e la reputazione della pubblicazione, richiamando ogni aspetto del pezzo che potrebbe essere motivo di preoccupazione. Laddove i copy-editor lottano con il linguaggio, i fact-checkers si occupano invece di verificare ogni affermazione contenuta in una storia. Le loro istanze vengono raggruppate e passate ad un editor del giornale, che le approva o le rifiuta analizzandole caso per caso, e poi manda l’articolo in giro per i vari uffici. In questo modo, un pezzo passa di mano in mano e prende forma attraverso un elaborato sistema di passaggio di note che probabilmente non è cambiato molto dal Quindicesimo secolo, quando Johannes Gutenberg inventò la stampa prima di morire dimenticato. Praticamente ogni parola che leggete in un magazine, dalle didascalie sulle foto di Kim Kardashian ai saggi sul default economico, è stata sottoposta a questo trattamento. I copy-editor e i fact-checkers servono a proteggere l’autore, e la maggior parte (di solito anch’essi scrittori) prende questo lavoro sul serio. Sanno benissimo che la specie umana si diverte molto a sottolineare gli errori, specialmente quando c’è di mezzo l’espressione di sé, e anche il più piccolo errore potrebbe potenzialmente distruggere l’autorità di uno scrittore.

Mi piace questo aspetto dell’essere copy-editor. Forse perché, nel mio piccolo, un po’ lo sono stato anche io per qualche mese, collaborando con un service editoriale; e un po’ perché la cura, l’occhio per il dettaglio, la propensione a porsi delle domande e a cercare di entrare a fondo in tutte le questioni — che nella fattispecie si riducono a cercare il significato di ogni singola parola per non tradirne lo spirito — non è molto differente da quella che sperimento anche io nel mio lavoro di tutti i giorni. E chiunque abbia mai avuto a che fare con enormi quantità di dati (nel mio caso: cataloghi e archivi di musica) capisce cosa intendo.

È un periodo particolarmente felice per i copy-editor dell’editoria. Se ne è accorto anche l’American Press Institute, che ha dedicato un articolo alla loro celebrazione e alla funzione di guardiani della scrittura che svolgono. In un certo senso, i copy-editor non si occupano solo di rendere uniforme gli usi lessicali, grammaticali e di punteggiatura all’interno di una pubblicazione. Sono anche dei garanti della tradizione linguistica, che se non fosse per loro sarebbe tramandata nel modo scialbo e poco curato che, troppo spesso, gli autori (avrei voluto scrivere «scrittori», ma avrebbe escluso la categoria di persone che scrivono a vario titolo, ma non sui libri) sottopongono in prima battuta — prima, cioè, che l’intervento di un copy-editor si renda necessario. E sono una figura che, nell’epoca del cura dei contenuti e dell’aggregazione (che di per sé ha altre regole tutte sue), si rivela sempre più importante.