Il fazzoletto.

La micidiale ‘Minima’ di Marco Belpoliti di questa settimana su La Stampa è dedicata ad uno degli oggetti più disposable, ma anche più antichi, di cui l’uomo si è dotato: il fazzoletto.

Nato a Roma in ambito sacro, come strumento che svolgeva un ruolo nelle funzioni e nelle cerimonie religiose, il fazzoletto di tessuto è passato nei riti cristiani, sotto forma di porzione minuscola di stoffa o panno. I fazzoletti secolari appaiono in Europa solo nel Medioevo.
La stessa parola non è altro che un diminutivo: fazzuolo è una pezza di tela con cui ci si puliva il viso. Lo si trova a Venezia nel 1270, frutto della civiltà italiana, come fazolus, che deriva da «faccia»; ma c’è anche chi sostiene che sia originato da una parola e da un oggetto d’uso longobardo, poco probabile. Nel Cinquecento circolava la parola «moccichino», un toscanismo, per indicare il medesimo oggetto, che serve a detergere il naso; lo si conosce anche come un grande quadrato di seta, o tessuto, usato per coprirsi la testa, come attesta Matteo Bandello, vescovo e scrittore. Sembra che la prima menzione nella lingua inglese sia del 1384, usato da re Riccardo II per «purgarsi il naso»; questo sovrano sarebbe stato l’inventore del fazzoletto da taschino. La maggior parte delle persone all’epoca per pulirsi il naso usa le mani, i più raffinati maniche o tovaglie della tavola. Comincia da qui quella che Norbert Elias ha chiamato la «civiltà delle buone maniere», che ha nel fazzoletto e nelle posate i suoi strumenti d’affinamento. La borghesia mercantile ha cominciato a usare il fazzoletto dal XVIII secolo.
La produzione della versione di carta avviene solo all’inizio del Novecento. La tedesca Tempo sorge nel 1920, ma l’oggetto c’era già da qualche decennio.