Marzo 24, 2015

Lo strano caso dei metadati musicali.

metadata

Sul Wall Street Journal David Gelernter tira fuori una questione sempre più importante per la musica all’epoca del digitale: quella della mancanza di un adeguato apparato critico. È evidente a chiunque ascolti musica tramite iTunes o Spotify la totale assenza delle informazioni che solitamente vengono fornite insieme al supporto fisico. L’ho anche scritto un paio di volte. Gelernter lamenta questa mancanza soprattutto nel campo della musica classica (che, secondo lui, è eccessivamente frammentata e frammentaria nella fruizione digitale). A ben vedere, però, il discorso può essere esteso a qualunque genere musicale:

Spotify e iTunes hanno moltissima musica classica. Ma sfortunatamente la odiano (o così sembra). Tenere insieme i quattro movimenti di una sinfonia può essere un’operazione ardua, perché l’unica unità musicale che questi siti riconoscono come valida è la ‘canzone’. Spesso non si capisce, anche osservando le piccolissime immagini che riproducono le copertine dei Cd o degli Lp, chi siano gli interpreti — questo perché, evidentemente, i musicisti di classica non sono propriamente umani — e del resto a chi interessa chi sono davvero? Spesso non si riescono ad ottenere nemmeno i più basilari dati su dove, quando e come la performance è avvenuta e la registrazione prodotta. I vuoti nelle collezioni online sono poi bizzarri. Spotify ha un sacco di registrazioni di scarsa importanza eseguite dal grande violoncellista Steven Isserlis e parecchie registrazioni delle suonate per violoncello di Brahms, molte delle quali nelle versioni di Yo-Yo Ma o Jacqueline du Pré (evidentemente qualcuno più anziano in ufficio, mentre scrollava la cenere dal suo sigaro, deve aver detto a chi si occupava del catalogo: «Questi due vendono!», e nessuno si è mai dimenticato l’ammonimento). Ma non esista una copia delle sonate di Brahms eseguite da Isserlis con il pianista Peter Evans, che di tutte quelle esistenti sono di gran lunga le migliori registrazioni.

Tralasciando per un attimo la questione sul numero e la tipologia di registrazioni presenti su Spotify — questione che non dipende, ovviamente, solo da un (pessimo) gusto arbitrario di chi inserisce i cataloghi musicali — rimane il fatto che quello dei metadati musicali nella fruizione digitale è un problema che ha una sua importanza. Tanto più se si considera che, spesso, questi dati non sono sconosciuti, ma vengono forniti dai titolari dei cataloghi delle registrazioni al momento in cui prende il via la distribuzione digitale. Purtroppo, però, non raggiungono mai l’utente finale. Esistono anche aziende — una delle più importanti è Decibel — che si preoccupano di raccogliere i dati delle registrazioni da varie fonti per poi riempire eventuali buchi che nel corso del tempo si sono accumulati all’interno dei servizi digitali. Il funzionamento è ben spiegato in questo video:

La domanda, a questo punto, è molto semplice. Posto che questi dati esistono e sono fondamentali per l’industria musicale (per fare l’esempio più lampante, senza di essi non si saprebbe a chi spettano i soldi da distribuire), sarebbe tanto difficile trovare il modo di metterli a disposizione (almeno una parte) anche agli utenti, senza obbligarli a girare tra Internet e app varie?