Archivio mensile:Marzo 2015

Pedanterie grammaticali

Lo scrittore e giornalista Oliver Kamm se la prende con quelli che puntano il ditino alla minima incertezza grammaticale (sono i cosiddetti «grammar nazi» e sono tanto famosi sul web), chiamandoli «pedanti» e scrivendo sul Wall Street Journal che non hanno capito come funzionano le regole che governano le lingue: «Se lo dicono le persone, significa che è il modo corretto di parlare».

Le regole grammaticali invocate dai pedanti non sono affatto regole grammaticali. Alla meglio, sono solo convenzioni stilistiche. Un esempio potrebbe essere l’uso della doppia negazione («I can’t get no satisfaction»). Grammaticalmente ha senso, come rafforzativo. Il fatto che solitamente non usiamo le doppie negazioni di questo tipo nell’inglese standard è solo una convenzione.

Altre imposizioni tipiche dei pedanti non sono nient’altro che elementi di folklore, come la convinzione che sia sbagliato dividere un infinito o finire una frase con una preposizione. Dovremmo invece essere rilassati davanti ad una scelta del genere. Perché preoccuparsi, come fanno i pedanti, se scrivere «firstly» o «first» all’inizio di un elenco puntato? Entrambe sono corrette.

Il range di variazioni grammaticali legittime è più ampio di quanto immaginiate. Sì, puoi usare «hopefully» come avverbio andando a modificare l’intera frase; e puoi usare «they» come un generico pronome al singolare; e puoi anche dire «between you and I». I divieti dei pedanti di usare costrutti come questi non sono supportati dall’evidenza dell’uso generale.

La pedanteria è una cattiva abitudine, certo, ma è anche cattiva erudizione. Se qualcuno ti dice che «non puoi» scrivere qualcosa, chiedigli perché. Raramente otterrai una risposta che abbia senso a livello grammaticale; si tratta piuttosto di una superstizione che si portano dietro da anni.

Certo che è possibile fare errori grammaticali, di punteggiatura o di ortografia. Ma non è possibile che tutti, o almeno la maggioranza degli istruiti, sbaglino la stessa cosa. Se un’espressione è parte dell’uso generale allora è parte di una lingua.

Il fazzoletto.

La micidiale ‘Minima’ di Marco Belpoliti di questa settimana su La Stampa è dedicata ad uno degli oggetti più disposable, ma anche più antichi, di cui l’uomo si è dotato: il fazzoletto.

Nato a Roma in ambito sacro, come strumento che svolgeva un ruolo nelle funzioni e nelle cerimonie religiose, il fazzoletto di tessuto è passato nei riti cristiani, sotto forma di porzione minuscola di stoffa o panno. I fazzoletti secolari appaiono in Europa solo nel Medioevo.
La stessa parola non è altro che un diminutivo: fazzuolo è una pezza di tela con cui ci si puliva il viso. Lo si trova a Venezia nel 1270, frutto della civiltà italiana, come fazolus, che deriva da «faccia»; ma c’è anche chi sostiene che sia originato da una parola e da un oggetto d’uso longobardo, poco probabile. Nel Cinquecento circolava la parola «moccichino», un toscanismo, per indicare il medesimo oggetto, che serve a detergere il naso; lo si conosce anche come un grande quadrato di seta, o tessuto, usato per coprirsi la testa, come attesta Matteo Bandello, vescovo e scrittore. Sembra che la prima menzione nella lingua inglese sia del 1384, usato da re Riccardo II per «purgarsi il naso»; questo sovrano sarebbe stato l’inventore del fazzoletto da taschino. La maggior parte delle persone all’epoca per pulirsi il naso usa le mani, i più raffinati maniche o tovaglie della tavola. Comincia da qui quella che Norbert Elias ha chiamato la «civiltà delle buone maniere», che ha nel fazzoletto e nelle posate i suoi strumenti d’affinamento. La borghesia mercantile ha cominciato a usare il fazzoletto dal XVIII secolo.
La produzione della versione di carta avviene solo all’inizio del Novecento. La tedesca Tempo sorge nel 1920, ma l’oggetto c’era già da qualche decennio.

Sottane e veline

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Oggi il Foglio pubblica una lunga chiacchierata di Salvatore Merlo con Ettore Bernabei, che tutti immaginiamo essere lo splendido e coltissimo 94enne che è. Bernabei è stato, tra il 1961 e il 1974, direttore generale della Rai passando attraverso quattro parlamenti e quattordici differenti governi. Considerato da tutti come il ‘papà’ della televisione italiana, è un grande sostenitore della televisione di stato come di un modello che «interpreta ancora l’interesse nazionale, a prescindere dal fatto che uno sia guelfo o ghibellino», come ha recentemente dichiarato in un’intervista alla Stampa, dove si augurava anche un futuro per la Rai sul solco della Bbc in Gran Bretagna.

Ad un certo punto della conversazione con Merlo — e lo riporto così com’è scritto, come un appunto da lasciare ai posteri e senza che questo mio riportare celi un giudizio di alcuna sorta — si finisce dalle parti delle differenze tra la televisione di ieri e quella di oggi, e tra la televisione pubblica di ieri e la televisione privata di oggi, e viene introdotto l’argomento ‘sottane e veline’:

Malgrado il suo cattolicesimo convinto, Bernabei tolse le lunghe gonne alle ballerine televisive, «le sottane arrivavano fin sotto le caviglie», e lanciò in televisione le gemelle Kessler, primo sogno erotico degli italiani. Una cosa ai limiti dello scandaloso. «Ma non c’era volgarità, quelle gambe in calzamaglia erano un capolavoro un po’ platonico, avevano la stessa estetica che può avere, chessò, la statua della Venere di Fidia. Di modo che poi ciascuno degli italiani, fra i telespettatori, si accontentasse delle gambe storte e con la cellulite della propria moglie o compagna». E qui Bernabei mi fissa con cupa energia, per la prima volta alza anche il tono della voce. «Le cosce e le natiche al vento delle televisioni commerciali di oggi sono un’altra cosa», dice. «E non mi piacciono. Le gemelle Kessler mandavano gli italiani a dormire tranquilli, gli italiani che poi dovevano votare. Le veline fanno venire voglia di dargli un morso. Ma poiché, poi, in realtà, non c’è nulla da mordere, la gente si arrabbia».

Pretesti.

Il costituzionalista Michele Ainis sul Corriere della Sera prende di mira con mille ragioni la malattia che sta contraddistinguendo il governo Renzi: presentare non delle leggi ma dei «pretesti»:

Le prove? Sono conservate nei verbali del Consiglio dei ministri. Scuola: annunci al quadrato e al cubo durante i geli dell’inverno, finché il 3 marzo sbuca la notizia: il governo ha approvato le slide , evidentemente una nuova fonte del diritto. In compenso 9 giorni dopo approva pure un testo, che però è più misterioso del segreto di Fatima.O della spending review : difatti i report di Cottarelli non sono mai stati resi pubblici. Riforma della Rai: batti e ribatti, poi il 12 marzo via libera alle linee guida, altra nuova fonte del diritto. Falso in bilancio: sul Parlamento incombe da settimane l’emendamento del ministro Orlando. Nessuno l’ha letto, forse perché lui non lo ha mai scritto. Jobs act:il 20 febbraio il Consiglio dei ministri timbra due schemi di decreto, le commissioni parlamentari competenti non li hanno ancora ricevuti . E via via, dal Fisco (il 24 dicembre venne approvato un comunicato, non un testo) alla legge di Stabilità (che si materializzò una settimana dopo la sua deliberazione, peraltro senza la bollinatura della Ragioneria generale).

Multe finlandesi.

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Un articolo di Joe Pinsker sull’Atlantic spiega come vengono calcolate le multe agli automobilisti in Finlandia, dopo il recente caso della multa record di 54 mila euro data a Reimi Kuisla, un uomo d’affari che è stato pizzicato ad andare a 103 Kmh su una strada il cui limite è di 80:

Il sistema di calcolo delle multe adottato in Finlandia è relativamente semplice. Fatta una stima della cifra di soldi che un finlandese ha a disposizione da spendere, viene divisa per due e il risultato è considerato una cifra ragionevole da sottrarre alla persona multata. In seguito, sulla base dell’intensità del crimine commesso, il sistema ha regole che calcolano il numero dei giorni che il trasgressore deve trascorrere senza quella cifra a disposizione. Per esempio, andare a 15 miglia orarie oltre il limite di velocità corrisponde a 12 giorni, mentre superare il limite di 25 miglia equivale a 22 giorni (ma viene fissato un limite massimo di 120 giorni).

Lo spirito di questa punizione dal vago retrogusto di ‘giustizia sociale’ mascherata da semplice ‘equità’, spiega Pinsker che sono da ricercarsi nella famosa domanda retorica che Montesquieu si poneva nel suo Spirito delle leggi (1748): «Le pene pecuniarie non possono essere proporzionate agli averi?»:

Il popolo finlandese sta con Montesquieu. Quattro finlandesi su cinque hanno ammesso di credere nelle multe basate sul numero di giorni anziché su quelle a cifra fissa, in un sondaggio condotto più di dieci anni fa, quando il sistema fu riformato per l’ultima volta (Prima del 1999, spettava al trasgressore dichiarare il suo reddito alla polizia. Da quando è stato istituito un database, gli introiti delle mute sono aumentati del 30 percento).

Blurred lines” vs “Got to get it up”. Roundup

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Robin Thicke e Pharrell Williams hanno perso la causa contro gli eredi di Marvin Gaye, i quali li avevano accusati di aver plagiato nella loro canzone “Blurred lines” il celebre brano di Gaye “Got to give it up”. L’accusa aveva chiesto al cantante e al produttore, in quanto compositori del brano, 40 milioni di dollari di risarcimento. Il tribunale di Los Angeles ha condannato Thicke e Williams al pagamento di 7.3 milioni, ritenendo la violazione non intenzionale. Il terzo compositore del brano, il rapper T.I., inizialmente citato in causa, non è stato ritenuto colpevole di alcuna violazione di copyright.

Nel 2013, quando la canzone era una delle più suonate di quell’anno, il fondo che cura gli affari degli eredi di Marvin Gaye, il Gaye Estate, aveva minacciato di fare causa a Thicke, Williams e T.I.. Il motivo era la violazione di copyright: troppi i riferimenti che “Blurred lines” faceva a “Got to give it up”. Fu in quel momento che i compositori citarono preventivamente a giudizio il fondo, nella speranza (rivelatasi ora invana) di trovare un giudice che li proteggesse a loro volta da un’eventuale causa.

Nessuno ha mai negato una similarità di atmosfera tra le due canzoni. Che però, secondo l’avvocato di Thicke e Williams Howard King, non configurerebbe un plagio: «L’intento di “Blurred lines” era quello di evocare un’epoca musicale» e non era dunque possibile che gli eredi di Marvin Gaye «reclamassero la proprietà di un intero genere, anziché di una specifica canzone».
Un punto di vista nei confronti del quale i legali dei Gaye si sono sempre opposti, come spiega il New York Times: «Durante il processo gli avvocati dei compositori hanno sempre detto che la questione riguardava il groove o un’epoca musicale. Ma non era quello il punto. Il punto è sempre stato la violazione del copyright di “Got to give it up”».

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McNostlagia.

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Pierluigi Battista racconta sul Corriere della Sera di quando entrare in un McDonald’s era come fare un salto verso il futuro e la modernità, abituati come eravamo alla nostra pizza e ai nostri spaghetti.

Sono entrato per la prima volta in un McDonald’s a New York, e lì dentro era come trovare i grattacieli, il ponte, Times Square. Una cosa lontanissima dall’Italia e dagli spaghetti e dalla pizza. Era il primo posto gastronomicamente globale visto nel mondo. La pizza, negli Stati Uniti, non c’era perché non arrivava la mozzarella: nemmeno a Little Italy la potevi trovare. I tedeschi mangiavano gli spaghetti, scotti e sconditi, come contorno. In Italia non esistevano ancora i ristoranti etnici. Bisognava andare a Londra o a Parigi per conoscerli. Da noi, al massimo qualche cinese (che comunque era molto diverso dai cinesi di Chinatown a New York). Mangiare quelle polpette chiamate hamburger dentro quel pane, confezionato in quel modo, ordinato in quella maniera ti faceva sentire un secolo avanti. Un tempo si diceva addirittura che mai due Paesi in cui comparisse il simbolo McDonald’s: purtroppo non è più così.
Quando si decise di aprire a Piazza di Spagna a Roma il primo ristorante McDonald’s d’Italia, i tradizionalisti romani, di destra e di sinistra, fautori del nazional-popolare, odiatori dell’Amerika, trattarono gli invasori come se fossero gli antenati degli hooligans olandesi che hanno devastato la città e la Barcaccia del Bernini. Fecero pure un esorcismo a base di maccheroni per scacciare la spazzatura globalizzata che si stava impossessando della Città eterna. Tanto che quelli del McDonald’s dovettero ricorrere alla bravura degli architetti perché dessero un toco di classe e di italianità a locali che nel resto del mondo erano rigorosamente standardizzati.

Oggi, invece, quando gli adulti entrano in un ristorante della catena per accompagnare i bambini, quasi si sentono in colpa. Perché nel frattempo — scrive Battista — Il McDonald’s è diventato «cosa vecchia, superata dai tempi, un po’ come il fumo delle sigarette, che un tempo faceva figo e adesso è appannaggio dei ‘portoricani’ e degli strati di retroguardia della società».

Conoscendo il fastidio di Battista per tutto ciò che è politicamente corretto, capisco la sua nostalgia. Persi come siamo a rincorrere inutilmente il cibo a chilometro zero e a subire quello che ha tutta l’aria di essere fascio-salutismo, ci dimentichiamo del piacere provato ogni volta che addentavamo uno di quei panini, tutti così uguali e perciò così diversi da ciò che è di moda oggi.

Come si rappresenta un hipster

Ricardo Liniers è un fumettista argentino ed è l’autore della copertina del nuovo numero del New Yorker, dove sono raffigurati due hipster — un ragazzo e una ragazza — che passeggiano per New York. Ma come si rappresenta un hipster? Posto che nel corso degli ultimi mesi la questione su cosa o meno sia «da hipster» è dibattuta, e che contro il fenomeno è in corso quella che ha tutta l’aria di essere una (scherzosa) battaglia culturale, Liniers prova a tratteggiare le caratteristiche fondamentali di cui ha voluto tenere conto mentre disegnava la copertina

Come si rappresenta un hipster? Beh, deve avere un libro sotto braccio, e così nella mia immagine ho usato Infinite jest di David Foster Wallace. Ha in testa un cappello, certo. E molti tatuaggi, tatuaggi ironici, anche se non li puoi vedere sotto la sua giacca ironica. Per quanto riguarda lei, s’interessa di cultura e libri; fa qualcosa per combattere il cambiamento climatico. È molto dolce — come si può vedere dal suo cappello colorato, e anche dal fatto che indossa un Montgomery, uno scomodo cappotto di lana che i miei nonni mi fecero quando ero un bambino. Infine c’è la barba — tra vent’anni, la barba sarà quello che gli scaldamuscoli sono stati per gli anni Ottanta.

Carta igienica

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Un oggetto poco consono da usare come argomento di discussione, ma con il quale tutti abbiamo a che fare più o meno quotidianamente, è la carta igienica — e l’averne a che fare quotidianamente è segno di molte cose, compreso il buon funzionamento di tutto.

La carta igienica la si trova ovunque e ne esistono di tutti i tipi. C’è quella da discount: un paio di veli e via, la morbidezza è forse l’ultimo dei problemi; e quella invece molto morbida, profumata alla camomilla o alla lavanda, tre o quattro strati che si sentono ovunque, portafogli compreso. Oppure quella che trova la sua forza non solo nella morbidezza, ma anche nella lunghezza, a scongiurare ogni rischio di rimanere senza quando ormai è troppo tardi.
Ne viene prodotta anche di colorata, in almeno due varianti: quella cheap dell’Ikea e quella decisamente più di lusso di Renova. Non ho mai capito a cosa serva esattamente la carta igienica colorata, al di là dell’esaurire la sua funzione nell’approccio tipicamente estetico — si può abbinare con le piastrelle, con la rifinitura dei mobili, finanche con il tappetino del bagno: tutto men che con, insomma, ci siamo capiti.

Di tutti gli accessori da bagno, la carta igienica è certamente quello che accomuna la stra-grande maggioranza delle popolazioni di tutto il mondo, almeno da cinquant’anni a questa parte. Ma non è sempre stato così, e lo spiega Marco Belpoliti nella sua “Minima” su La Stampa [09.03.2015]:

La carta igienica è un’invenzione recente: 1857. Secondo Steve Connor (Effetti personali, Cortina) la prima carta igienica ufficialmente registrata fu quella della «J.C. Gayetty’s Medical Paper for the Water Closet» messa in vendita quell’anno in pacchetti contenenti strisce orizzontali, opera del signor Gayetty. Il suo successo fu dovuto al fatto che sino ad allora venivano utilizzati fogli di giornale; l’inchiostro tipografico e le tracce sbiancanti, come vetriolo, calce viva e la potassa, si riteneva potessero provocare o aggravare le emorroidi, mentre le «medicazioni emollienti» di Gayetty davano sollievo – così la pubblicità. Sarebbero stati i cinesi a inventarla come del resto la carta per altri usi, prima di tutto per scrivere; tuttavia solo gli imperatori del Celeste Impero ne facevano uso. La diffusione dei giornali mise a disposizione nel corso dell’Ottocento e del Novecento materiale adatto per nettare il posteriore.

Esiste poi una carta igienica, ma con il nome inglese, che è la mia preferita. Ma non c’entra nulla con quell’altra.