Maggio 31, 2015

Una critica rock, al femminile.

Proprio quando Jessica Hopper di Pirchfork pubblica un libro dal titolo programmatico (The first collection of criticism by a living female rock critic), Anwen Crawford denuncia sul New Yorker il disperato bisogno di una critica rock al femminile. La colpa principale di questa mancanza sarebbe secondo lei della stessa stampa musicale, che fin dagli inizi si è formata principalmente sul contributo di critici maschili:

Nel tentativo di dimostrare che la fiorente scena rock degli anni Sessanta fosse un soggetto degno di analisi critica, il rock aveva bisogno di essere considerato sia serio che autentico. Una delle conseguenze di tutte queste discussioni — i Rolling Stones vs Muddy Waters, la Motown vs la Stax, Bob Dylan vs il resto del mondo — fu che le donne uscirono da perdenti, come qualcosa di frivolo e fasullo.

Nonostante ciò, Crawford ammette che le cose vanno un po’ meglio nel mondo accademico, quello dei cosiddetti «Popular music studies»:

Il mondo accademico, piuttosto lontano dal macismo tipico delle redazioni, si è dimostrato più accomodante nei confronti delle donne che scrivono di popular music. In questa sfera i saggi e i libri di autrici come Tricia Rose, Daphne Brooks, Aisha Durham, Alice Echols, Gayle Wald e Angela McRobbie contribuiscono ad un’analisi ricca e costante sul femminismo. Gli scritti di queste donne però appaiono a intermittenza nella grande stampa, sebbene quarant’anni di teoria critica femminista sulla popular music siano lentamente arrivati nella prospettiva dei critici più giovani.

Oltre la grande stampa mainstream, c’è il mondo delle biografie, dove secondo Crawford la fiction, anziché l’analisi critica, ha permesso alle donne di «riflettere sulle pressione e le contraddizioni dei loro ruoli». Gli esempi sono molti: dal recente Girl in a band di Kim Gordon, alla biografia di Viv Albertine delle Slits Clothes, clothes, clothers. Music, music, music. Boys, boys, boys a classici come Dreamgirl: my life as a Supreme di Mary Wilson (The Supremes) e I, Tina di Tina Turner:

Forse gli ambiti della fiction e del ricordo, più di quelli della critica, lasciano spazio alle scrittrici per analizzare tutto ciò che è sia meraviglioso che esasperante nella musica popular: lo spettacolo, gli imbrogli e le bellissime bugie che ci racconta.

Alla fine emerge che non è tanto il mondo del rock, col suo cliché che lo vorrebbe contornato da macismo e misoginia, ad essere il più colpevole per questo status quo denunciato da Crawford. Che, citando un famoso saggio del 1971 di Ellen Willis (una delle prime critiche di musica per il New Yorker), prova a mettere in luce un punto di vista differente:

[Willis] sosteneva che la «cruda esibizione di virilità» di Mick Jagger fosse meno sessista rispetto alla posa «condiscendente» di un bohemienne come Cat Stevens; questo poiché il rock — ha scritto — «si intrometteva nel solco delle energie delle ragazze adolescenti contro le loro frustrazioni consce ed inconsce, portando implicitamente avanti la battaglia per la liberazione femminile». Pur non essendo del tutto d’accordo con la difesa dei Rolling Stones fatta da Ellen Willis, riconosco il difficile compromesso che lei descrive, tra la libertà che per una donna può sembrare il rock e il soggiogamento che può celebrare. Ma è proprio all’interno di questi due confini che una critica femminile può funzionare, nella speranza di tracciare un solco.