Splendidi cinquantenni.

Un paio di cose che potreste non sapere su ‘(I can’t get no) Satisfaction’ dei Rolling Stones, che oggi compie esattamente cinquant’anni essendo stata pubblicata il 6 giugno del 1965. L’idea del riff — che alla fine è il riff del rock’n’roll, volenti o nolenti — venne a Keith Richards in sogno una notte durante la tournée americana di quell’anno; il chitarrista si alzò e la incise subito su un registratore che teneva accanto al letto, per appuntarsi tutto ciò che gli veniva in mente. Mick Jagger ci mise un paio di giorni a completare il testo e la band registrò quasi immediatamente due versioni della canzone: una acustica ai Chess Studios di Chicago e una elettrica (che è poi quella che tutti conosciamo) agli studi della RCA a Hollywood. Il brano ebbe un successo pressoché immediato, fu una «instant hit» come si dice, balzò al numero 1 della classifica americana dei singoli e stazionò nelle posizioni alte per molte settimane, diventando la regina incontrastata di quell’estate. A nulla infatti erano servite le solite censure di qualche stazione radiofonica di New York e di qualche programma televisivo. Pare che Keith Richards all’inizio fosse molto contrariato per quella registrazione, anche se col senno di poi diremmo che si sia ricreduto: nella sua mente, in quel sogno, il riff non doveva essere suonato da una chitarra elettrica ma da una sezione di fiati, sullo stile di ‘Dancing in the street‘ di Martha and the Vandellas.

Soprattutto, come scrive Greg Kot, la sua forza sta nelle versioni che gli altri artisti hanno rifatto, cementificandola per sempre nell’olimpo della pop music:

What really cemented the song’s reputation, at least for the Stones, is that it was covered, and covered well, by some of their heroes. As if reading Richards’ mind, Otis Redding had the horns deliver the killer riff on his version of ‘Satisfaction’. Like many listeners, though, he had trouble deciphering some of Jagger’s lyrics, so he made up a few of his own. It didn’t matter. The soul legend built a bridge to a new, wider audience when he delivered a frenetic interpretation at the Monterey Pop Festival in 1967. Aretha Franklin’s piano-driven, Jerry Wexler-produced version took the Stones to church and the song re-entered the pop charts in 1968. #

Anche i Devo ne hanno fatta una loro versione, che è probabilmente la versione più strana e irriconoscibile tra quelle pubblicate. Cioè l’hanno coverizzata facendola diventare una specie di crossover disco-funk metropolitano, come era nel loro stile.