The first cut is the deepest

Io sono il peggior utilizzatore di tecnologia che una compagnia produttrice di tecnologia possa mai avere. Per esempio non sono uno smanettone. A me interessa che la macchina funzioni, non come funziona. Quando sono davanti ad un pc, ad un telefono, ad un tablet, voglio accenderlo e iniziare a lavorare nel minor tempo possibile.

Forse per questo ho un mac. Ma anche no: perché con una frase del genere potrei iscrivermi di diritto tra coloro i quali si sentono una categoria superiore perché hanno un mac (e spesso solo per quello). A me di tutto questo non me ne può fregare di meno. Ho un mac perché funziona subito, quando lo accendo. E perché non mi ha mai dato una di quelle schermate blu che stanno tra le più grandi rotture di scatole di tutti i tempi. Ho un mac perché clicco, e funziona. Non perché devo portare a letto qualcuno la sera; né perché bisogna averlo. Nemmeno perché faccio un lavoro creativo — faccio un lavoro con un certo grado di creatività, e molte delle mie passioni richiedono un certo altro grado di creatività; ma non mi sono mai considerato un creativo, tanto meno nel senso che intendono quelli che hanno un mac.

(Per la cronaca: ho anche un iPhone e un iPad, entrambi non dell’ultimo modello e nemmeno del penultimo).

Però alla Apple — e qui scriverò una prima banalità — ho sempre riconosciuto un certo grado di pionierismo. Non particolarmente difficile da trovare, seppur sotterrato sotto quintali di marketing (ma, hey!, serve anche quello). Quando più di dieci anni fa l’azienda di Cupertino ha deciso come secondo lei sarebbe dovuto cambiare il mercato musicale, è poi riuscita a convincere tutti che quello fosse l’unico cambiamento possibile. È riuscita a convincere gli utenti, cui non pareva vero poter avere tutte le canzoni che prima stavano sui loro pesanti hard disk all’interno di un coso che aveva le dimensioni di un pacchetto di Marlboro. Ha convinto i discografici — non che fosse difficile, viste le condizioni in cui versavano — che acquistare (vabbé, concedere in licenza, ma quello si è scoperto solo dopo) dei file musicali fosse la soluzione non migliore ma certamente unica contro la pirateria, e anche l’unico modo per prendere una boccata d’aria uscendo da una stanza il cui livello di asfissia aveva raggiunto una soglia pericolosamente alta. Era una boccata d’aria d’emergenza, di quelle con cui non ci campi ma senza le quali muori; stava poi all’industria discografica trovare una soluzione alla sua crisi. Però era l’unica boccata d’aria che garantiva la sopravvivenza. Con l’operazione dell’Ipod è riuscita a consolidare persino il suo status presso il gotha del design, e a convincere il mondo economico che lì dietro c’era una grande azienda con una grande visione.

Già, la visione. Ieri la Apple ha presentato il suo nuovo servizio di streaming Apple Music, e io ho avuto l’impressione (che alcuni esperti avevano già annunciato) che per la prima volta l’azienda di Tim Cook si sia messa a rincorrere i tempi, anziché anticiparli. Apple Music è la più grande rivoluzione musicale in casa della mela dai tempi di iTunes. Ma arriva quando il mercato è già pieno e il suo leader — Spotify — ha sessanta milioni di abbonati, dei quali quindici a pagamento. Alla Apple fanno sapere di voler raggiungere i 100 milioni di abbonati, che è un numero modesto ed enorme allo stesso tempo. modesto se si pensa che la Apple parte con un enorme numero di utenti ai quali il servizio (in Italia dal 30 giugno) arriverà automaticamente e come per magia sui loro gadget; ma enorme se consideriamo che Apple Music non prenderà in considerazione il modello freemium, e cioè scaduti i tre mesi di prova (un periodo però molto lungo, bravi) o paghi la tua fee (in linea: 9.99 euro) oppure nisba.

Ma cosa offre di più Apple Music? Nulla, altrimenti non avrebbe rincorso il mercato. A meno che si voglia essere dei fan boy fino in fondo e dire che i trenta milioni di brani già presenti su iTunes sono un bacino incredibile e concorrono a formare quell’insieme che si chiama «tutta la musica che vuoi». Solo che poi all’utente interessa soprattutto la musica giusta nel posto giusto, non «milioni di canzoni da tutto il mondo» — ci saranno i Beatles?, e i Led Zeppelin che danno lo streaming in esclusiva a Spotify?, e con gli AC/DC siete riusciti nell’opera di convincimento? C’è la radio, Beats1, che già dal nome sembra una joint venture tra la Apple e la BBC (e in parte lo è, visto che il responsabile della programmazione Zane Lowe proviene proprio dall’emittente britannica). Ma davvero c’è bisogno di una radio? Uhm. C’è la funzione Connect, che vuole connettere direttamente i fan e gli artisti, anche quelli sconosciuti: sembrerebbe la novità più interessante. Poi però ci ricordiamo di due cose: la prima è Ping, lanciata dalla stessa Apple anni fa con più o meno lo stesso scopo e lasciata naufragare al suo destino (e anche nel non accanirsi contro i buchi nell’acqua sta la grandezza di un’azienda); la seconda è che piattaforme che mettono in contatto gli artisti e i fan ci sono già, e le usano sia gli uni che gli altri. Si chiamano Facebook, soprattutto. Ma in misura minore anche Twitter, Instagram. Entrando poi nello specifico ci sono Bandcamp e Reverbnation. Ci sono persino le piattaforme per il crowdfunding. E sempre Spotify mette in contatto gli artisti e i loro fan.

Come ha fatto notare l’esperta di musica e nuove tecnologie Cortney Harding in un suo post su Medium, il fatto che gli altri competitor abbiano risposto tra il bizzarro e il piccato alla presentazione di Apple Music è comunque significativo dell’entrata della mela in questo settore. Insomma, se Daniel Ek scrive «Oh, ok» in un tweet (poi rimosso) e Rdio si lancia in una parodia degli spot Apple, vuol dire che se l’obiettivo non l’hai c’entrato ci sei comunque andato vicino (sempre Harding nel suo post scrive: «Nessuno di loro si è preso la briga di twittare in modo irriverente quando è stato lanciato Tidal.»)

Però mi rimane l’impressione che queste feature non rendano granché chiaro l’obiettivo che Apple si pone e siano davvero debolucce come gamechanger. Forse è la mia visione ad essere sbagliata e sicuramente è limitante: tanto più che anche se entri in un mercato già colmo, crei concorrenza e fai (si spera) un servizio all’utente. Ma credo che là fuori disposte ad usare Apple Music ci siano più persone come me, che pagano Spotify dal primo minuto, anziché praterie di gente che ascolta la musica su YouTube e continuerà a farlo. E non la convinci ingaggiando un ‘curator’ per una radio online o promettendo rapporti diretti artista-fan che saranno tutti da dimostrare. Si sa che i rapporti abitudinari sono i più difficili da scalfire, e né Amazon Music né Google Play sono mai riusciti a surclassare iTunes per volumi di vendite e per considerazione proprio perché sono arrivati dopo, rincorrendo qualcosa che già c’era e non offrendo sostanzialmente nulla di nuovo.

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