Nulla esiste che non sia vita.

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È morto oggi, ad 85 anni, per un arresto cardiaco Ornette Coleman. È stato uno dei più grandi jazzisti di tutti i tempi. Un’idea di questo la si ricava dai titoli di alcuni suoi lavori: nel 1968 ha intitolato un suo disco The shape of jazz to come, mentre il lavoro dell’anno successivo — Free jazz — è uno di quegli album che solitamente si definiscono «manifesti programmatici», avendo dato il nome ad un intero genere musicale. È stato tante cose Ornette Coleman nel jazz, anche non necessariamente musicali: cercò di applicare alla musica degli studi e delle teoria molto vicine alla filosofia. Ora lo considerano tutti un avanguardista; all’epoca dei suoi dischi più celebri (i più coraggiosi, quelli continuò per tutta la vita a produrli) però quasi nessuno lo capiva fino in fondo, e la sua musica era destinata in gran parte a quella frangia di jazzofili estremisti, quelli che flirtavano con molte cose e quelle molte cose spesso non venivano dal mondo del jazz. Fu l’inventore dell’armolodia, ovvero del tentativo di slegare la musica da qualunque centro armonico, creando un unicuum in cui i tre elementi principali — armonia, melodia e ritmo — hanno lo stesso valore. Tra i tanti premi e le onoreficenze ricevute, un Pulitzer nel 2007.

Data la passione per gli obituary, qui un estratto da quello di Ben Ratliff sul New York Times:

Mr. Coleman’s melodies may be easy to appreciate, but his sense of harmony has been a complicated issue from the start. He has said that when he first learned to play the saxophone — his mother gave him an alto saxophone when he was around 14 — he didn’t understand that because of transposition between instruments, a C in the piano’s “concert key” was an A on his instrument. (He also seems to have believed that when he was reading CDEFGAB, a C-major scale, he was playing the notes ABCDEFG.) When he found out the truth, a lifelong suspicion of the rules of Western harmony and musical notation began.

In essence, Mr. Coleman believed that all people had their own tonal centers, and that “unison” — a word he often used, though not always in its normal musical-theory sense — was a group of people playing together harmoniously, even if in different keys.