Il rischio maggiore è non correggere.

Si parla spesso di giornalismo, di giornalismo sbagliato, di errori e di errori mai commessi. Il giornalista John S. Carroll ha tenuto un discorso ampio sullo stato di questi errori e, in parte, su come molti elementi interni al giornalismo stiano rovinando il giornalismo stesso e il suo significato più intrinseco. Il discorso è stato pubblicato, in versione parzialmente rivista, sul Los Angeles Times.

A proposito di errori, Carroll mette in guardia da un rischio maggiore del farli: il non correggerli.

Every fact a newspaper publishes goes into a database. So do the errors. A good newspaper corrects those errors and appends the corrections to the original stories, so that the errors are not repeated. Thus we keep the river clean. Last year at the Los Angeles Times, we published 2,759 corrections. Some of you may be shocked that a newspaper could make so many mistakes. Others may be impressed that the paper is so assiduous in correcting itself.

(Apro una parentesi: negli Stati Uniti il giornalismo ha un significato leggermente diverso, se non negli intenti almeno nelle modalità, rispetto a quello che ha da noi. O almeno sembra. Perché fa effetto, ad un certo punto, leggere che Carroll ha deciso di diventare giornalista per via di una certa «informalità» del mestiere: «Unlike doctors, lawyers or even jockeys, journalists have no entrance exams, no licenses, no governing board to pass solemn judgment when they transgress». Chiusa la parentesi)