Giugno 17, 2015

Godere e rosicare.

schadenfreude

«Schadenfreude» è un termine tedesco che indica una particolare forma di piacere provata quando si gode delle disgrazie altrui. È un termine cross-linguistico: viene cioè usato in molte lingue senza essere tradotto e sembra essere l’unico in grado di rendere bene l’idea del sentimento che vuole indicare.

Come racconta il giornalista Ben Cohen in un articolo sul Wall Street Journal, schadenfreude è una antica parola tedesca il cui impiego, almeno nella lingua inglese, si può far risalire alla metà del 1800. Ha avuto un momento di gloria subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, per poi essere caduto in disuso, almeno stando a quanto riportano le ricerche di Google consultate da Cohen.

Da qualche anno sembra essere ritornato particolarmente in voga. Lo si legge sui giornali, lo si trova scritto nelle conversazioni sui social network. A volte, persino, si è accusati di esserne affetti. Il motivo di questa seconda (o terza?) giovinezza del termine schadenfreude è dovuto a un episodio dei Simpson andato in onda per la prima volta nel 1991, dove si vedeva l’imbranato e bacchettone Ned Flanders aprire all’interno del centro commerciale di Springfield un negozio di articoli per mancini. Il negozio ebbe però vita breve e Homer ne fu ovviamente contento. Quel sentimento provato di fronte al fallimento dell’impresa commerciale del suo vicino di casa era «schadenfreude, ovvero il ricavare piacere dalle sofferenze altrui», come gli aveva spiegato la figlia Lisa.

Spiega Cohen che ci sarebbe anche un termine, sempre tedesco, che indica il contrario della schadenfreude: «Gluckschmerz». Solo che non lo troverete mai in nessun dizionario della lingua tedesca. Perché non esiste. Non ha un’origine etimologica, non deriva da altre lingue. Sembrerebbe essere solo un neologismo inventato da qualcuno e impostosi col tempo. Del resto la tesi di una lingua liquida e in costante evoluzione è piuttosto accreditata presso i linguisti. Nel suo recente libro La situazione è grammatica il linguista e scrittore Andrea De Benedetti spiega come spesso alcuni usi grammaticalmente scorretti di alcuni termini vengano poi recepiti — almeno da parte di una linguistica ‘progressista’ alla quale De Benedetti sembra volersi iscriversi — e accettati dall’intera comunità come corretti, o almeno di uso comune.

Potrebbe essere questo il caso di gluckschmerz. Ben Cohen ha fatto un po’ di ricerche a riguardo, scoprendo che la parola è apparsa nel 1985 in una raccolta di racconti dello scrittore americano Charles Baxter. Il quale ha spiegato allo stesso Cohen di averla usata dopo averla probabilmente letta da qualche. In effetti Cohen racconta poi del caso di un giornale settimanale della California, l’Anderson Valley Advertiser, che nel 1983 cominciò a ricevere alcune lettere da una scrittrice che si firmava Wanda Tinasky e che affermava di essere una senzatetto che viveva sotto un ponte. Molti furono i dubbi circa la sua vera identità: in un primo momento si pensò ad uno scherzo di Tomas Pynchon (ma l’ipotesi fu smentita da un suo portavoce), ma l’ipotesi più accreditata iniziò a essere quella che voleva Wanda Tinasky essere uno pseudonimo di qualche scrittore beatnik, probabilmente Tom Hawkins. In una lettera del 1985, pubblicata pochi mesi prima della pubblicazione del libro di Bexter, Tinasky affermava di aver letto una storia proprio sul sentimento contrario alla schadenfreude che l’avrebbe ispirata a coniare un termine tedesco che lo indicasse. «Il contrario di “schadenfreude” dovrebbe essere “gluckschmerz”», scrisse.

Rimane da capire se psicologicamente il termine abbia senso. Se, cioè, descrive correttamente il sentimento che indica e non può essere sostituito da altri termini già esistenti. Cohen spiega che gluckschmerz col tempo è apparso anche su testi scientifici. Una prima volta nel 2012, quando lo psicologo dell’Università del Kentucky Richard Smith lo incluse in un suo paper; una seconda nel 2014, quando fece capolino in un testo scolastico di cui era co-autrice la psicologa di Harvard Mina Cikara. In entrambi i casi gli autori furono ammoniti per l’inesistenza nella lingua tedesca di quel vocabolo: a Smith lo fecero notare i suoi colleghi tedeschi deputati alla peer-review, mentre a Cikara fu spiegato che «il termine non esiste nella lingua tedesca, e se fosse esistito la lettera ‘u’ si sarebbe dovuta indicare con l’umlaut». In ogni caso stando a Gerrod Parrott, psicologo della Georgetown University ed ex presidente della International Society for Research on Emotion:

There are lots of ways to feel bad. I think gluckschmerz is a welcome addition to the collection.