Il rischio maggiore è non correggere.

Si parla spesso di giornalismo, di giornalismo sbagliato, di errori e di errori mai commessi. Il giornalista John S. Carroll ha tenuto un discorso ampio sullo stato di questi errori e, in parte, su come molti elementi interni al giornalismo stiano rovinando il giornalismo stesso e il suo significato più intrinseco. Il discorso è stato pubblicato, in versione parzialmente rivista, sul Los Angeles Times.

A proposito di errori, Carroll mette in guardia da un rischio maggiore del farli: il non correggerli.

Every fact a newspaper publishes goes into a database. So do the errors. A good newspaper corrects those errors and appends the corrections to the original stories, so that the errors are not repeated. Thus we keep the river clean. Last year at the Los Angeles Times, we published 2,759 corrections. Some of you may be shocked that a newspaper could make so many mistakes. Others may be impressed that the paper is so assiduous in correcting itself.

(Apro una parentesi: negli Stati Uniti il giornalismo ha un significato leggermente diverso, se non negli intenti almeno nelle modalità, rispetto a quello che ha da noi. O almeno sembra. Perché fa effetto, ad un certo punto, leggere che Carroll ha deciso di diventare giornalista per via di una certa «informalità» del mestiere: «Unlike doctors, lawyers or even jockeys, journalists have no entrance exams, no licenses, no governing board to pass solemn judgment when they transgress». Chiusa la parentesi)

Clicca ‘invia’.

Stai lavorando ad un documento di Microsoft Word, o compilando un complicatissimo foglio di calcolo con Excel, quando all’improvviso il programma si blocca. Un blocco quasi sempre irreversibile: tecnicamente il programma è andato in crash — «è crashato», per usare un inglesismo. Quasi sempre la causa di ciò sta in un errore di programmazione: qualche riga di codice non corretta o un conflitto generato con pezzi di software di terze parti. All’utente però raramente interessa il vero motivo del crash, troppo impegnato com’è ad imprecare per il lavoro perso o a sperare in quella funzione che, alla riapertura del programma crashato, dovrebbe ripristinare il file cui stava lavorando — almeno fino al momento in cui qualcosa non ha funzionato correttamente.

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Nulla esiste che non sia vita.

ornette_coleman
È morto oggi, ad 85 anni, per un arresto cardiaco Ornette Coleman. È stato uno dei più grandi jazzisti di tutti i tempi. Un’idea di questo la si ricava dai titoli di alcuni suoi lavori: nel 1968 ha intitolato un suo disco The shape of jazz to come, mentre il lavoro dell’anno successivo — Free jazz — è uno di quegli album che solitamente si definiscono «manifesti programmatici», avendo dato il nome ad un intero genere musicale. È stato tante cose Ornette Coleman nel jazz, anche non necessariamente musicali: cercò di applicare alla musica degli studi e delle teoria molto vicine alla filosofia. Ora lo considerano tutti un avanguardista; all’epoca dei suoi dischi più celebri (i più coraggiosi, quelli continuò per tutta la vita a produrli) però quasi nessuno lo capiva fino in fondo, e la sua musica era destinata in gran parte a quella frangia di jazzofili estremisti, quelli che flirtavano con molte cose e quelle molte cose spesso non venivano dal mondo del jazz. Fu l’inventore dell’armolodia, ovvero del tentativo di slegare la musica da qualunque centro armonico, creando un unicuum in cui i tre elementi principali — armonia, melodia e ritmo — hanno lo stesso valore. Tra i tanti premi e le onoreficenze ricevute, un Pulitzer nel 2007.

Data la passione per gli obituary, qui un estratto da quello di Ben Ratliff sul New York Times:

Mr. Coleman’s melodies may be easy to appreciate, but his sense of harmony has been a complicated issue from the start. He has said that when he first learned to play the saxophone — his mother gave him an alto saxophone when he was around 14 — he didn’t understand that because of transposition between instruments, a C in the piano’s “concert key” was an A on his instrument. (He also seems to have believed that when he was reading CDEFGAB, a C-major scale, he was playing the notes ABCDEFG.) When he found out the truth, a lifelong suspicion of the rules of Western harmony and musical notation began.

In essence, Mr. Coleman believed that all people had their own tonal centers, and that “unison” — a word he often used, though not always in its normal musical-theory sense — was a group of people playing together harmoniously, even if in different keys.

The first cut is the deepest

Io sono il peggior utilizzatore di tecnologia che una compagnia produttrice di tecnologia possa mai avere. Per esempio non sono uno smanettone. A me interessa che la macchina funzioni, non come funziona. Quando sono davanti ad un pc, ad un telefono, ad un tablet, voglio accenderlo e iniziare a lavorare nel minor tempo possibile.

Forse per questo ho un mac. Ma anche no: perché con una frase del genere potrei iscrivermi di diritto tra coloro i quali si sentono una categoria superiore perché hanno un mac (e spesso solo per quello). A me di tutto questo non me ne può fregare di meno. Ho un mac perché funziona subito, quando lo accendo. E perché non mi ha mai dato una di quelle schermate blu che stanno tra le più grandi rotture di scatole di tutti i tempi. Ho un mac perché clicco, e funziona. Non perché devo portare a letto qualcuno la sera; né perché bisogna averlo. Nemmeno perché faccio un lavoro creativo — faccio un lavoro con un certo grado di creatività, e molte delle mie passioni richiedono un certo altro grado di creatività; ma non mi sono mai considerato un creativo, tanto meno nel senso che intendono quelli che hanno un mac.

(Per la cronaca: ho anche un iPhone e un iPad, entrambi non dell’ultimo modello e nemmeno del penultimo).

Però alla Apple — e qui scriverò una prima banalità — ho sempre riconosciuto un certo grado di pionierismo. Non particolarmente difficile da trovare, seppur sotterrato sotto quintali di marketing (ma, hey!, serve anche quello). Quando più di dieci anni fa l’azienda di Cupertino ha deciso come secondo lei sarebbe dovuto cambiare il mercato musicale, è poi riuscita a convincere tutti che quello fosse l’unico cambiamento possibile. È riuscita a convincere gli utenti, cui non pareva vero poter avere tutte le canzoni che prima stavano sui loro pesanti hard disk all’interno di un coso che aveva le dimensioni di un pacchetto di Marlboro. Ha convinto i discografici — non che fosse difficile, viste le condizioni in cui versavano — che acquistare (vabbé, concedere in licenza, ma quello si è scoperto solo dopo) dei file musicali fosse la soluzione non migliore ma certamente unica contro la pirateria, e anche l’unico modo per prendere una boccata d’aria uscendo da una stanza il cui livello di asfissia aveva raggiunto una soglia pericolosamente alta. Era una boccata d’aria d’emergenza, di quelle con cui non ci campi ma senza le quali muori; stava poi all’industria discografica trovare una soluzione alla sua crisi. Però era l’unica boccata d’aria che garantiva la sopravvivenza. Con l’operazione dell’Ipod è riuscita a consolidare persino il suo status presso il gotha del design, e a convincere il mondo economico che lì dietro c’era una grande azienda con una grande visione.

Già, la visione. Ieri la Apple ha presentato il suo nuovo servizio di streaming Apple Music, e io ho avuto l’impressione (che alcuni esperti avevano già annunciato) che per la prima volta l’azienda di Tim Cook si sia messa a rincorrere i tempi, anziché anticiparli. Apple Music è la più grande rivoluzione musicale in casa della mela dai tempi di iTunes. Ma arriva quando il mercato è già pieno e il suo leader — Spotify — ha sessanta milioni di abbonati, dei quali quindici a pagamento. Alla Apple fanno sapere di voler raggiungere i 100 milioni di abbonati, che è un numero modesto ed enorme allo stesso tempo. modesto se si pensa che la Apple parte con un enorme numero di utenti ai quali il servizio (in Italia dal 30 giugno) arriverà automaticamente e come per magia sui loro gadget; ma enorme se consideriamo che Apple Music non prenderà in considerazione il modello freemium, e cioè scaduti i tre mesi di prova (un periodo però molto lungo, bravi) o paghi la tua fee (in linea: 9.99 euro) oppure nisba.

Ma cosa offre di più Apple Music? Nulla, altrimenti non avrebbe rincorso il mercato. A meno che si voglia essere dei fan boy fino in fondo e dire che i trenta milioni di brani già presenti su iTunes sono un bacino incredibile e concorrono a formare quell’insieme che si chiama «tutta la musica che vuoi». Solo che poi all’utente interessa soprattutto la musica giusta nel posto giusto, non «milioni di canzoni da tutto il mondo» — ci saranno i Beatles?, e i Led Zeppelin che danno lo streaming in esclusiva a Spotify?, e con gli AC/DC siete riusciti nell’opera di convincimento? C’è la radio, Beats1, che già dal nome sembra una joint venture tra la Apple e la BBC (e in parte lo è, visto che il responsabile della programmazione Zane Lowe proviene proprio dall’emittente britannica). Ma davvero c’è bisogno di una radio? Uhm. C’è la funzione Connect, che vuole connettere direttamente i fan e gli artisti, anche quelli sconosciuti: sembrerebbe la novità più interessante. Poi però ci ricordiamo di due cose: la prima è Ping, lanciata dalla stessa Apple anni fa con più o meno lo stesso scopo e lasciata naufragare al suo destino (e anche nel non accanirsi contro i buchi nell’acqua sta la grandezza di un’azienda); la seconda è che piattaforme che mettono in contatto gli artisti e i fan ci sono già, e le usano sia gli uni che gli altri. Si chiamano Facebook, soprattutto. Ma in misura minore anche Twitter, Instagram. Entrando poi nello specifico ci sono Bandcamp e Reverbnation. Ci sono persino le piattaforme per il crowdfunding. E sempre Spotify mette in contatto gli artisti e i loro fan.

Come ha fatto notare l’esperta di musica e nuove tecnologie Cortney Harding in un suo post su Medium, il fatto che gli altri competitor abbiano risposto tra il bizzarro e il piccato alla presentazione di Apple Music è comunque significativo dell’entrata della mela in questo settore. Insomma, se Daniel Ek scrive «Oh, ok» in un tweet (poi rimosso) e Rdio si lancia in una parodia degli spot Apple, vuol dire che se l’obiettivo non l’hai c’entrato ci sei comunque andato vicino (sempre Harding nel suo post scrive: «Nessuno di loro si è preso la briga di twittare in modo irriverente quando è stato lanciato Tidal.»)

Però mi rimane l’impressione che queste feature non rendano granché chiaro l’obiettivo che Apple si pone e siano davvero debolucce come gamechanger. Forse è la mia visione ad essere sbagliata e sicuramente è limitante: tanto più che anche se entri in un mercato già colmo, crei concorrenza e fai (si spera) un servizio all’utente. Ma credo che là fuori disposte ad usare Apple Music ci siano più persone come me, che pagano Spotify dal primo minuto, anziché praterie di gente che ascolta la musica su YouTube e continuerà a farlo. E non la convinci ingaggiando un ‘curator’ per una radio online o promettendo rapporti diretti artista-fan che saranno tutti da dimostrare. Si sa che i rapporti abitudinari sono i più difficili da scalfire, e né Amazon Music né Google Play sono mai riusciti a surclassare iTunes per volumi di vendite e per considerazione proprio perché sono arrivati dopo, rincorrendo qualcosa che già c’era e non offrendo sostanzialmente nulla di nuovo.

Splendidi cinquantenni.

Un paio di cose che potreste non sapere su ‘(I can’t get no) Satisfaction’ dei Rolling Stones, che oggi compie esattamente cinquant’anni essendo stata pubblicata il 6 giugno del 1965. L’idea del riff — che alla fine è il riff del rock’n’roll, volenti o nolenti — venne a Keith Richards in sogno una notte durante la tournée americana di quell’anno; il chitarrista si alzò e la incise subito su un registratore che teneva accanto al letto, per appuntarsi tutto ciò che gli veniva in mente. Mick Jagger ci mise un paio di giorni a completare il testo e la band registrò quasi immediatamente due versioni della canzone: una acustica ai Chess Studios di Chicago e una elettrica (che è poi quella che tutti conosciamo) agli studi della RCA a Hollywood. Il brano ebbe un successo pressoché immediato, fu una «instant hit» come si dice, balzò al numero 1 della classifica americana dei singoli e stazionò nelle posizioni alte per molte settimane, diventando la regina incontrastata di quell’estate. A nulla infatti erano servite le solite censure di qualche stazione radiofonica di New York e di qualche programma televisivo. Pare che Keith Richards all’inizio fosse molto contrariato per quella registrazione, anche se col senno di poi diremmo che si sia ricreduto: nella sua mente, in quel sogno, il riff non doveva essere suonato da una chitarra elettrica ma da una sezione di fiati, sullo stile di ‘Dancing in the street‘ di Martha and the Vandellas.

Soprattutto, come scrive Greg Kot, la sua forza sta nelle versioni che gli altri artisti hanno rifatto, cementificandola per sempre nell’olimpo della pop music:

What really cemented the song’s reputation, at least for the Stones, is that it was covered, and covered well, by some of their heroes. As if reading Richards’ mind, Otis Redding had the horns deliver the killer riff on his version of ‘Satisfaction’. Like many listeners, though, he had trouble deciphering some of Jagger’s lyrics, so he made up a few of his own. It didn’t matter. The soul legend built a bridge to a new, wider audience when he delivered a frenetic interpretation at the Monterey Pop Festival in 1967. Aretha Franklin’s piano-driven, Jerry Wexler-produced version took the Stones to church and the song re-entered the pop charts in 1968. #

Anche i Devo ne hanno fatta una loro versione, che è probabilmente la versione più strana e irriconoscibile tra quelle pubblicate. Cioè l’hanno coverizzata facendola diventare una specie di crossover disco-funk metropolitano, come era nel loro stile.

Mama often told me we all got to die.

Da oggi è online Ubble, il servizio che dovrebbe calcolare la probabilità che si ha di morire nei prossimi 5 anni sulla scorta di una dozzina di domande (11 per le donne, 13 per gli uomini) relative alla propria salute e condizione fisica. Scrive l’Independent:

With predictable questions on smoking habits and history of illness, but also more nuanced inquiries about the pace of your walk, your attitude to your own health and even how many cars you own, researchers behind the new “Ubble” questionnaire said they could give 40 to 70-year-olds a mortality risk “score”, and even an alternative “Ubble age”.The scores are based on an analysis of health information from more than half a million adults in the UK, carried out by experts at the Karolinska Institutet in Sweden.
[…]
After completing the questionnaire, participants, who must be aged between 40 and 70, are given a percentage likelihood of dying in the next five years, as well as an “Ubble age”: the age at which an average person in the general population has the same five-year mortality risk.
To create the test, researchers used a statistical model that looked at 655 specific demographic, lifestyle, and health measurements that could predict death from any cause and also six specific causes. #

Fortunatamente possono partecipare solo le persone di età compresa tra i 40 e i 70 anni. Il che significa che mi rimangono ancora 8 anni prima di decidere se consegnare tutta una serie di miei dati personali — l’ennesima serie, mi verrebbe da dire — a dei perfetti sconosciuti. Che ne faranno ciò che vorranno, con in cambio la promessa di rivelarti ciò che temo, spero, non sia rivelabile.

Le lettere si firmavano, altroché.

slack

C’è stato un periodo in cui m’infastidivano persino le e-mail delle persone più vicine — un genitore, un amico, persino la mia ragazza. Non che m’infastidissero le e-mail in sé, quanto piuttosto la sciatteria con cui erano scritte. Siccome chi le inviava pensava rientrasserro nell’ambito di una comunicazione informale e confidenziale, si aspettava che accettassi tutte le licenze più o meno poetiche. Nessun «ciao» in apertura, e nemmeno un «ciao»-a capo: aprivi la mail e letto l’oggetto — quando si degnava di mettere l’oggetto — eri catapultato direttamente al cuore del messaggio. Una formula di cortesia in chiusura di e-mail? Quasi mai pervenuta.

Tutto ciò mi infastidisce ancora, se ci penso bene. Solo che ho trovato cose che mi infastidiscono ancora di più in grado di farmi dimenticare questo fastidio. A fastidio, fastidio e mezzo. E (forse) ho risolto la cosa.

Capisco che sia un problema solo mio. E che sia un problema doppio: oltre a pretendere un certo grado di formalità anche nelle e-mail personali e confidenziali, mi applico ad offrire lo stesso a chiunque stia scrivendo, adeguando di volta in volta il tono a seconda della formalità richiesta, ma mai rinunciando ad un saluto in apertura e ad un ringraziamento in chiusura. Lo stesso capita anche con le mail di lavoro. Anche lì però col tempo mi sono abituato: offro cortesia a chiunque, ma dagli italiani non me l’aspetto più. Non ne faccio una questione antropologica o esterofila. Non sono qui per dire che noi italiani siamo pecoroni e maleducati mentre all’estero sono tutti dei gentiluomini. Non troverete mai nessuna facileria da queste parti. Perché non è vera né l’una né l’altra cosa. E se c’è un’alta probabilità che una e-mail ricevuta da un italiano non abbia un’apertura e una chiusura degne di questo nome, non è altrettanto probabile che quelle spedite da un inglese, da un americano, da un francese, da un finlandese o da un tedesco siano sempre educate e con tutte le formule al loro posto.

Ma questo problema dell’educazione nello scrivere le e-mail rimane, soprattutto in quelli che lo vivono male come me. Mi è sempre stato detto, ad esempio, che gli inglesi sono tendenzialmente permalosi e che quindi è buona norma mettere un ringraziamento in chiusura. Un «Thank you.» o anche un più semplice «Many thanks.» (o, talvolta, solo «Thanks.») possono bastare. Se proprio si vuole essere formali, «Best regards.» o «Kind regards.» vanno benissimo. Al contrario, se siamo in un ambito informale, basta chiudere con un «Cheers.», che è formula che va bene un po’ per tutto. Con gli americani valgono le stesse regole: hanno un buon grado di educazione che però spesso fa loro dimenticare di salutare in apertura — ma mai di non salutare o ringraziare in chiusura. Anche con i tedeschi, i finlandesi, i francesi o chiunque altro il discorso non cambia: le e-mail che ci scambiamo sono in inglese, e le formule di chiusura e saluto sono le stesse — evito però il «Cheers.», che uso solo ed esclusivamente con gli inglesi.

Ogni tanto — e qui prende senso tutto il cappello iniziale — mi capita di chiudere una e-mail solo con «Best.». Una formula che mi è sempre sembrata un saluto a metà, mai portato a compimento. Però alla milionesima e-mail ricevuta che si chiudeva con «Best.» mi sono in qualche modo adeguato e ogni tanto cado in questa brutta tentazione. Del dilagare del «Best.» si è occupata anche Rebecca Greenfield, ed è arrivata ad una conclusione piuttosto tranciante. Scrive su Bloomberg che utilizziamo le e-mail nel modo sbagliato e, soprattutto, le concludiamo male: con tutte queste formule di apertura e di chiusura è come se ad ogni e-mail ricevuta volessimo porre un punto definitivo, quando invece le dinamiche della comunicazione hanno trasformato i messaggi di posta elettronica in elementi di un discorso continuo, come fossero pezzi di una chat su Whatsapp o messaggi su un canale di Slack. E tra tutte le formule per concludere una e-mail, la più insulsta è proprio «Best.». E conviene non metterla del tutto:

Don’t sign off at all. With the rise of Slack and other office chatting software, e-mail has begun functioning more like instant messaging anyway. In conversations with people we know, complimentary closings have started to disappear. Tacking a «best» onto the end of an e-mail can read as archaic, like a mom-style voice mail. Signoffs interrupt the flow of a conversation, anyway, and that’s what e-mail is. “When you put the closing, it feels disingenuous or self-conscious each time,” Danzico argues. “It’s not reflective of the normal way we have conversation.” She ends all her e-mails, including professional ones, with the period on the last sentence—no signoff, no name, just a blank white screen. #

Una soluzione del genere, a questo punto, sarebbe l’ideale anche per me. Se solo non avessi quell’idiosincrasia che mi porta a giudicare — male, lo ammetto — una persona che non apre e non chiude le e-mail così come andrebbero aperte e chiuse.

Franca Valeri, la mia preferita.

Franca Valeri, intervistata da Malcolm Pagani sul Fatto quotidiano [03.06.2015], a proposito della crisi del teatro:

A teatro non si inventa più nulla perché anche il teatro, come molto altro dalle parti della cultura e del pensiero, è morto. A scrivere commedie magari brutte, ma nuove siamo rimasti forse in cinque. Gli altri continuano a manovrare in malo modo i classici. Perché non scrivono qualcosa di nuovo? Perché ripropongono in continuazione Shakespeare? Lasciatelo in pace, Amleto. È un capolavoro. La tv non la vedo. #

Massa di metallo decadente.

paris pont des arts

Dopo che a Parigi hanno deciso di rimuovere i lucchetti d’amore lasciati dai ragazzini sul Ponts des Arts, Jonathan Jones — che è ormai diventato, se non il nostro critico d’arte di riferimento, quanto meno il polemista più amato — mette un punto o due sulla questione:

Love locks are visually repulsive. They are barnacles that accumulate in a mass of decaying metal. It is sad that the idea of love should be reduced to a copycat custom that turns tourists into dull clones. As a token of love, a padlock is about as personal as a rude Valentine’s card bought from a shop. But what makes the fad inexcusable is its magnetic attraction to some of the most beautiful cityscapes on Earth. You won’t find love locks on many motorway bridges but the Ponte Vecchio in Florence, the Ponte Milvio in Rome and – until this week – the Pont des Arts are covered in them.

Purtroppo Jones ne ricorda anche l’origine tutta italiana e dovuta ad un romanzetto di quelli che andavano di moda qualche anno fa, pubblicato da una sedicente casa editrice per ex intellettuali:

Roman teenagers took up the habit and tourists joined in. The tide of padlocks has since swept over the most romantic river crossings that people can find. It is as stupid as climbing a mountain and leaving a crisp packet at the top, or seeking out the most unspoiled beach and stubbing out cigarettes in the sand. Seriously. This is not a romantic thing to do. It is a wanton and arrogant act of destruction. It is littering. It is an attack on the very beauty that people supposedly travel to Paris or Rome to see.

Consigli per diventare creativi

Pamela Druckerman è una giornalista americana che vive a Parigi. Ha iniziato scrivendo di economia e finanza e, in breve tempo, è diventata una delle giornaliste di costume e di cultura più celebri degli Stati Uniti. Dal 2013 è opinionista dell’edizione internazionale del New York Times (quella che una volta era l’International Herald Tribune) e i suoi articoli sono apparsi in passato sul Washington Post, sul Wall Street Journal, sul Guardian, sul Financial Times e sull’edizione francese di Vanity Fair. È anche autrice di tre libri, il più famoso dei quali è Il metodo maman. Con poche regole ma chiare le mamme francesi li crescono meglio, un testo che indaga il rapporto che le donne francesi hanno con il loro essere mamme e che è diventato un bestseller tradotto in 20 lingue.

Sull’edizione di domenica scorsa del New York Times Druckerman ha raccontato di una serie di consigli che ha dato ai neo-laureati del Collegio delle Arti di Parigi durante la cerimonia della consegna dei diplomi. Questi discorsi, chiamati «commencement speech», sono un fenomeno molto famoso soprattutto negli Stati Uniti — ricordate il celebre «stay hungry, stay foolish» di Steve Jobs? — e Druckerman stessa ha ammesso di essersi trovata un po’ in difficoltà a parlare davanti ad una platea solo in minima parte composta da studenti americani. Nonostante tutto ha provato a radunare una serie di consigli utili a chi voglia intraprendere, dopo gli studi, una carriera genericamente ‘creativa’:

State in una stanza. Non c’è bisogno che sia una vera stanza. Potete anche stare da soli in un bar affollato. Molte delle migliori idee mi sono venute mentre camminavo, o mentre viaggiavo sulla metropolitana di Parigi (raccomando la linea 8). Ma non mi sono mai venute delle buone idee mentre controllavo la timeline di Twitter o facevo shopping.
E portate sempre con voi una penna, un taccuino e qualcosa da leggere. Gran parte della vita è fatta dai tempi morti che intercorrono tra vari eventi. Non riempite questi momenti con la pornografia o i filmati dei gattini. Riempiteli con qualcosa in grado di nutrire il vostro lavoro e la vostra anima.

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