Agosto 18, 2015

Ci si era un tantino sbagliati.

Io capisco e faccio mia l’indignazione (giovane o giovanilistica come devono essere le indignazioni) di chi si è accorto che i giornali, dopo aver riempito stanche pagine estive con un’emergenza droga che stroncherebbe i giovani nelle discoteche, hanno ora relegato in un boxino a pagina 43 la notizia che, almeno in un caso, la droga non c’entrava affatto ma ad uccidere un giovane all’interno di una discoteca secondo l’autopsia sarebbe stata una malformazione congenita e asintomatica al cuore.

Però mi chiedo perché quando un qualsiasi altro mostro viene sbattuto in prima pagina (cit.) – intendo un politico, un banchiere, un extracomunitario, una persona disagiata, quello che volete – e poi il mostro si dimostra (ops) del tutto innocente; e dopo le paginate in cui lui, la sua famiglia, le sue amicizie, le sue relazioni e, soprattutto, la sua reputazione, sono stati irrimediabilmente compromesse, e la notizia dell’innocenza è relegata allo stesso box posizionato nella stessa pagina in fondo alla foliazione, e la grancassa mediatica non batte più quando invece dovrebbe battere più sonora e più forte di prima – quando succede questo, e cioè non c’è di mezzo un giovane, il divertimento, lo sballo (la cui cultura per fortuna esiste,  non raccontateci il contrario) mi chiedo perché i frequentatori dei social network anziché indignarsi della mostrificazione contribuiscano alla stessa con post indignati prodotti in proprio e con la condivisione di post indignati prodotti da terzi. Poi, ad innocenza conclamata, nemmeno 140 caratteri di tweet per dire che, sì, forse, ecco, ci si era un tantino sbagliati.