Agosto 21, 2015

Il vinile è tornato di moda (ma come accessorio)

vinile tornato di modaFoto via flickr

Quando il vinile è tornato di moda? È una domanda alla quale è difficile rispondere, perché per molti ascoltatori gli LP non sono mai andati fuori moda. È innegabile, tuttavia, che negli ultimi anni il disco in vinile abbia fatto ritorno (causando tra l’altro qualche problema all’industria musicale). Ma si tratta di un ritorno molto diverso da quello che sembra: i dischi in vinile, per quanto abbiano ripreso a vendere, rappresentano solo una piccolissima fetta dell’intero mercato musicale, per il resto dominato ancora dal compact disc e dalla musica in streaming (il download, come si può ben intuire, non riuscirà a non soccombere sotto l’avanzata di Spotify, Apple Music e simili). I dati della IFPI dicono che nel 2014 i dischi in vinile hanno fatto un +57,4% rispetto all’anno prima (+260% rispetto al 2009), ma concorrono solamente per il 2% delle vendite di musica globali.

Una recente inchiesta della CNN ha messo poi in luce il vero dato fondamentale del ritorno del vinile: il suo essere di moda, «fashionable», per usare un termine americano. Citando i dati di una ricerca della ICM, nei primi tre mesi del 2014 la maggior parte degli acquirenti di un disco fisico (più della metà dei quali aveva acquistato un vinile) non lo hanno poi ascoltato:

In the last three months, one in six (15%) purchasers of physical music formats bought music to keep – not to listen to. Over half (53%) bought a vinyl record, 48% a CD, and 23% an audio cassette tape that they have no intention of ever listening to. This behaviour is driven by 18-24 year old music purchasers, with just over one quarter (26%) buying music to own not play.

Il dato può fare, o meno, pensare. Se è vero che è sempre esistita una buona fetta di audiofili che acquistava senza ascoltare, o ascoltava una volta sola (quella necessaria a produrre una copia privata, prima su cassetta e in tempi più recenti su file audio) o drogava il mercato con il cosiddetto fenomeno delle «due copie» (una l’ascolto, l’altra la archivio), è altrettanto vero che a molti ascoltatori ciò che interessa maggiormente è ancora la musica, anche e soprattutto perché contenuta su un supporto che — a torto o a ragione — ritengono superiore.

Sta di fatto che, ultimamente, i vinili sono venduti pressoché ovunque. Non solo in quei negozi che alla fine degli anni Ottanta si erano convertiti in fretta e furia al compact disc, ma anche nei negozi in cui la musica non era mai entrata prima, ma che hanno capito come oggi sia diventato un oggetto alla moda; quasi un accessorio da abbinare al capo di abbigliamento e che serve a delimitare il campo entro il quale far abitare il proprio essere, il proprio lifestyle. Detto questo, credo che nessuno sia stupito del fatto che la catena di abbigliamento Urban Outiffters negli Stati Uniti lo scorso anno dichiarava di essere il principale canale di vendita di dischi in vinile al mondo (ma poi qualcuno ha fatto notare che il dato, per quanto notevole, posizionava la catena al secondo posto: al primo regnava Amazon). A proposito è anche nato un dibattito: a fronte di chi, tutto sommato, considerava normale acquistare dischi in un negozio di abbigliamento, c’è stato anche chi si è schierato contro. Ma non è questo il punto.

Alexandra Molotkow sul sito Hairpin ha provato ad indagare il motivo non tanto del fatto che Urban Outfitters venda dei vinili, ma perché tra questi ci siano i dischi della Dave Matthews Band.

Forse serve una premessa. La DMB non è esattamente il gruppo di culto della massa di hipster che ha scatenato il ritorno in vinile. È un gruppo che in Italia definiremmo, e non del tutto a torto, come un gruppo di «riccardoni»: musicisti che piacciono ad altri musicisti e che basano gran parte del loro status proprio su questo. La DMB non viene mai associata a fenomeni cool, o alla coolness in generale. Si posiziona anzi agli antipodi, non essendo riusciti (più di tanto) ad avere un ricambio generazionale tra le file dei loro ascoltatori. Molotkow stessa lo pensa, tanto da scrivere:

Dave Matthews Band are just about the only group in contemporary Western music that has consistently not been cool. High is adaptable, low is adaptable, out-there is adaptable, but DMB are the middle of the road. To be honest, I’ve never really listened to them—“Too Much” makes me uncomfortable in a not-not-good way, and I remember making fun of the vocals on “Don’t Drink the Water” in middle school, but I know way more about what the band means than what they sound like.

Dunque, riassumendo: i vinili sono di moda, molti di coloro che li acquistano non li ascoltano ma lo fanno per l’oggetto in sé, vengono venduti in posti cool come Urban Outfitters, o comunque spesso e volentieri non vengono associati tanto alla musica che contengono quanto al lifestyle che rappresentano. E però, da Urban Outfitters si trova Under the table and dreaming della Dave Matthews Band. Ci dev’essere qualcosa che non quadra. Forse. Molotkow ha messo insieme due o tre indizi, ed ha ottenuto una prova: chi ascoltava la band negli anni Novanta probabilmente ora è papà, e si vede trascinato dai propri figli quasi adolescenti (i cosiddetti «tweens») il sabato pomeriggio nei negozi di abbigliamento. Perché non rendergli lo strazio più sopportabile, giocando sull’effetto nostalgia che la visione di un disco che hanno adorato ai tempi del college sicuramente porta con sé?

So… why Dave Matthews Band? Maybe Dads are the reason. Under the Table and Dreaming came out in 1994. If you listened to it in college, there’s a good chance you’re in your 40s, which means there are tweens who grew up listening to DMB with none of the bad associations, unless they had some late-millennial older sibling telling them DMB sucks. But late millennials are way less adamant than Gen-Xers were about who sucks and who doesn’t.

Non è l’unico indizio che giustifica il ritorno del vinile. Però è un buon argomento che gioca a favore di chi considera questo ritorno figlio del marketing, più che della passione musicale. Non è una questione di musica, né della sua qualità: piuttosto, l’oggetto vinile, ci identifica agli occhi degli altri come dei veri appassionati di musica. È un accessorio, dunque, e per questo viene venduto anche da Urban Outiffters.