Quella volta che mi scrisse un fan di Ignazio Marino

Per non far mancare anche la mia sulla questione Marino, se ne sentisse la necessità. Qualche anno fa, all’epoca in cui l’ex sindaco di Roma era candidato alle primarie per la segreteria del Partito Democratico, ricevetti un email da un seminoto personaggio della politica locale delle mie parti. Lamentava, come ogni supporter che si rispetti e al modo con cui un tifoso di calcio di una squadra di terza categoria lamenta la mancanza di spazio dedicato ai suoi beniamini sulle gazzette locali, una pseudo censura da parte del quotidiano La Repubblica circa un incontro che Marino avrebbe di lì a poco tenuto da qualche parte nel milanese. M’iportava una sega, a dire la verità. Ma non resistetti: ho una passione per i supporter, mi diverte dar loro una mano a scoprire i tic che li dominano. Inoltre, erano i giorni del caso Pittsburgh, l’occasione era ghiotta. Mi infastidì anche il sospetto – poi confermato – sul come il seminoto in questione si fosse procurato il mio indirizzo e-mail per usarlo a scopi suoi promozionali.

Ho recuperato quel e-mail, e me ne compiaccio ancora oggi, sebbene avrei osato di più e tagliato qualche cosa qua e là. Incollo qui sotto, valga per tre cose: per il personaggio in questione, che nonostante gli anni continua a rimanere seminoto; per dire la mia sul caso Marino; per sottolineare come il Pd, all’epoca di quelle primarie, non aveva capito nulla – ma questo è endemico a sinistra.

Gentilissimo ***,

la ringrazio per avermi informato circa l’incontro con il Sen. dott. Ignazio Marino, uno dei tre candidati alla segreteria del Partito Democratico, come chiunque legge un giornale – moderato, filogovernativo, d’opposizione, corsaro o semiclandestino – sa benissimo. Non riesco però a comprendere i toni della sua mail, soprattutto quando parla di modo «un po’ berlusconiano e sovietico» di fare le cose. Non li comprendo forse perché del Pd e dei suoi segretari mi importa solo nella misura con cui osservo cosa succede in uno schieramento politico che non sento mio: con rispetto ma altrettanto distacco. Ma al di là del ragionevole dubbio che mi sorge quando leggo accostati gli aggettivi «berlusconiano» e «sovietico», il punto è soprattutto il seguente: come chiamare, se non sovietico, il dare per scontato che un destinatario qualunque del suo messaggio possa anch’egli pensare che Repubblica sia un po’ «stronza» e Scalfari un «ragazzo attempato»? (I virgolettati sono i suoi, non mi permetterei mai) Siamo arrivati al pensiero unico via posta elettronica?

Visto che ha però citato La Repubblica e il suo fondatore, e visto che da lettore compulsivo di tutto ciò che è stampato su carta ho a cuore la questione, le dico come la penso, almeno facciamo in modo che né io né lei sprechiamo del tempo con questo scambio di mail. La verità, a mio parere, non è che anche l’opposizione ha il suo regime. La verità, in un’Italia il cui sport nazionale del calcio è stato sostituito dalla raccolta firme per ogni supposta e del tutto immaginaria
emergenza democratica, è che la stampa gode di ottima salute, è libera di informare e persino di insultare dopo aver spiato nelle lenzuola degli altri, liberissimi a mio modo di vedere di fare della loro vita privata ciò che vogliono senza dover rendere conto a nessuno, siano essi netturbini (senza offesa, ci mancherebbe), Presidenti del Consiglio o medici allontanati da Pittsburgh per ragioni – mai del tutto chiarite né dall’accusatore né soprattutto dall’accusato – di
 note spese gonfiate. In bocca al lupo al suo candidato di riferimento. Cordialità.

PS – Mi perdoni la franchezza e l’ironia dell’e-mail, ma cerchi di capire il mio spiazzamento: da un amico so cosa aspettarmi, un amico lo conosco. E un amico possiede il mio indirizzo di posta elettronica, al quale si sente libero di scrivere qualunque cosa ogni volta che lo ritenga necessario. Noi, suppongo, abbiamo saltato un passaggio: se non quello della presentazione reciproca, almeno quello in cui ci siamo scambiati i nostri indirizzi di posta elettronica (soprassiedo, non me ne avrà, sull’amicizia). Posso chiederle dunque dove ha trovato il mio?

La buona scrittura, la buona lettura.

buona scrittura

Sulla Lettura del Corriere della Sera [04.10.2015, p.13] il politologo e costituzionalista Michele Ainis, all’interno di un articolo che vorrebbe indagare la verbosità della legge (Senza leggerezza la legge non si legge), scrive un paragrafo delizioso su cosa debba essere la scrittura, per chi la fa e per chi legge. Annoto qui.

La buona scrittura, dalla quale scaturisce poi una buona lettura, è sempre leggera, aerea. Scrivere è sottrazione di peso, e infatti uno scrittore si distingue dal suo cestino dei rifiuti. Scrivendo, espelli verso il fuori il vortice d’idee che ti frulla nel di dentro, ma quando l’hai fissato sulla carta devi poi limare, cancellare, devi impugnare un paio di forbici da pota. Perché il primo aggettivo che stai adoperando è quasi sempre pure il più banale, è una parola resa logora dall’uso. E perché in genere gli aggettivi sono troppi, oppure si ripetono rendendo inelegante il tuo fraseggio. Ma la prima bonifica devi farla tu stesso, e devi farla prima ancora di incominciare a scrivere. Devi liberarti dell’erudizione che appesantisce il pensiero, che zavorra la fantasia. Devi conoscere ciò di cui stai parlando, ma al contempo devi essere capace di dimenticarlo, di ignorare quanto già consoci. Altrimenti sarai un megafono di cose risapute, e il megafono è una fonte di rumore, è peso sonoro che sovastra gli altri suoni.

Cravatte.

A proposito di look e lifestyle, mi ero perso un fenomenale Jonathan Wells in difesa della cravatta sul Telegraph. Antefatto: il giornalista della BBC Robert Peston è andato in onda senza cravatta e gliene hanno dette di tutti i colori circa la scarsa professionalità dimostrata. Lui si è difeso dicendo che è una follia l’idea che sia la cravatta a fare di lui un giornalista serio, ma in Inghilterra – una nazione che, come ricorda Simonetta Sciandivasci in un articolo sul Foglio, «porta ancora alto il vessillo dell’inscindibilità di forma e sostanza» – hanno preso la questione seriamente. Così Wells ha sentenziato sul quotidiano più conservatore del Regno Unito che la cravatta ci serve, quanto meno a distinguere il lavoro dal cazzeggio: uno di quei casi in cui togliendola comprendiamo la differenza rispetto a quando la indossavamo.

Today, the tie is largely a workplace accessory, used to neatly demarcate work and leisure time. And so it should stay! These small strips of silk or wool or polyester blend are dividers, psychologically telling us when it’s time to knuckle down and do our jobs. When we remove our ties after work, it’s a way of telling our bodies that we can relax, physically and mentally. Tie time belongs to your employee; open neck time belongs to yourself. Easy.

Per la cronaca, anche i liberal Guardian e Independent sono scesi in campo in difesa dell’accessorio. Sul primo Henry Conway ha scritto che indossare la cravatta è una forma di rispetto, soprattutto in determinati contesti:

Wherever you hail from, going to a wedding or funeral, or being hauled up in court, a tie gives you dignity. You are respecting not just the individuals you are there to see, but also the institutions they represent.

Sull’Independent invece Terence Blacker scrive che se la BBC dovesse dare ai suoi giornalisti la possibilità di essere più formali nell’abbigliamento «sarebbe un errore», perché le convenzioni e le formalità nell’abbigliamento

They remind us of the existence of an establishment at the centre of our national life, and show that the whims, tastes and preferences of individuals (however entertaining) are less significant than the events on which they are reporting.

Siamo tutti artisti (?)

Jonathan Jones, per il quale da queste parti si ha una passione molto ben documentata, torna sull’argomento della democratizzazione della fotografia. Ovvero, come scrive nella sua column sul Guardian, su come qualunque essere umano dotato di smartphone si consideri un fotografo:

Superb widely available cameras, often on our phones, have turned us all into “artists”. But the art we make, coo over and share on Instagram is often unbelievably corny, sentimental, vacuous nonsense. The more easily created and universally visible photography becomes, it seems the more flesh-crawlingly stupid its aesthetic values. We are turning into a world of bad artists, cosily congratulating one another on every new slice of sheer kitsch.