La buona scrittura, la buona lettura.

buona scrittura

Sulla Lettura del Corriere della Sera [04.10.2015, p.13] il politologo e costituzionalista Michele Ainis, all’interno di un articolo che vorrebbe indagare la verbosità della legge (Senza leggerezza la legge non si legge), scrive un paragrafo delizioso su cosa debba essere la scrittura, per chi la fa e per chi legge. Annoto qui.

La buona scrittura, dalla quale scaturisce poi una buona lettura, è sempre leggera, aerea. Scrivere è sottrazione di peso, e infatti uno scrittore si distingue dal suo cestino dei rifiuti. Scrivendo, espelli verso il fuori il vortice d’idee che ti frulla nel di dentro, ma quando l’hai fissato sulla carta devi poi limare, cancellare, devi impugnare un paio di forbici da pota. Perché il primo aggettivo che stai adoperando è quasi sempre pure il più banale, è una parola resa logora dall’uso. E perché in genere gli aggettivi sono troppi, oppure si ripetono rendendo inelegante il tuo fraseggio. Ma la prima bonifica devi farla tu stesso, e devi farla prima ancora di incominciare a scrivere. Devi liberarti dell’erudizione che appesantisce il pensiero, che zavorra la fantasia. Devi conoscere ciò di cui stai parlando, ma al contempo devi essere capace di dimenticarlo, di ignorare quanto già consoci. Altrimenti sarai un megafono di cose risapute, e il megafono è una fonte di rumore, è peso sonoro che sovastra gli altri suoni.