You’ll be keeping on kicking ass.

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Non mi ricordo più quante volte ho visto i Motorhead dal vivo. Probabilmente tre, forse quattro, anche se magari poi scopro che erano solo due e le altre volte le confondo con serate durante le quali venivano proiettati i filmati dei loro concerti per noi amici e qualche birra. Però ricordo che i Motorhead dal vivo erano una garanzia: eri sicuro di assistere ad uno show con i controfiocchi, tanto ti avrebbero tenuto incollato a guardare il palco – o a muovere il culo, se si era di quelli che muovevano il culo a tempo di musica – incredulo che tre persone sole potessero innalzare un muro di suono del genere.

I Motorhead potevano anche non piacerti, e magari i loro dischi ti suonavano un po’ noiosi. Un mio amico, per esempio, non avrebbe mai ascoltato un disco dei Motorhead in vita sua. Però una volta, non ricordo quanto più o meno accidentalmente, assistette anche lui ad un loro concerto. Andò a finire che si comprò la maglia, perché il marchio dei Motorhead – quella testa motorizzata – alla fine aiuta a rappresentarti: dice in giro che ti piacciono quelle cose lì, e piacendoti quelle cose lì implicitamente fornisci anche un elenco di quali altre cose, invece, non ti piacciono affatto – che poi magari non è mica vero: è un tranello nel quale chi ascolta il rock purtroppo cade spesso.

Bisognerebbe poi aprire una parentesi infinita per raccontare tutto ciò che Lemmy è stato anche al di fuori dei Motorhead. Per non fare un torto a nessuno, nemmeno alle parentesi che non si vorrebbero qui aprire, cito in ordine sparso: Beatles, droga, psichedelia, Jimi Hendrix, punk rock, rock, roll, Hawkwind (soprattutto Hawkwind), duemila donne, porri, Wendy O Williams, Jack Daniel’s e Marlboro esclusivamente rosse, calci nel culo. Anche la battuta storica del film Airheads, una band da lanciare (nel quale fece anche un piccolo cameo).

Una di quelle volte che vidi i Motorhead dal vivo era all’interno di un festival. Non è per fare sempre quello che all’estero le cose funzionano meglio, ma in Italia c’è stato un periodo dove si organizzavano festival estivi al chiuso, dentro un palatendone da qualche parte a Milano, piazzando un palco di fronte all’altro sui lati più corti del tendone. Quella volta lì i Motorhead si esibivano immediatamente prima dei Savatage, un gruppo che nomino in un pezzo celebrativo solo per dovere di cronaca. Mentre Lemmy e soci suonavano, dall’altra parte del palatendone i tecnici dei Savatage stavano facendo il check agli strumenti. Lemmy prese bene la cosa, e tra un brano e l’altro si lanciò in un ormai mitologico: «Hey Savatage, shut the fuck up». Non era un modo per dimostrarsi superiore a loro – per quello c’erano storia e dischi – ma secondo me una non concessione a cosa i Savatage rappresentavano: un’idea di rock duro – chiamiamolo pure metal – che Lemmy ha contrastato per tutta la vita.

Già, nel calderone del metal si è trovato infilato suo malgrado. C’è una frase storica che spiega bene la cosa. L’ho riletta molte volte in questi due giorni durante i quali anche il TG1 si è accorto del peso della scomparsa, e ha dedicato a Lemmy un servizio che non ho visto ma del quale mi ha comunque fatto piacere saperne l’esistenza: sono mica come quelli che poi hanno scritto su Facebook che anche il telegiornale governativo si è accorto dei Motorhead dopo averne ignorato l’esistenza per quasi quarant’anni. La frase storica fu pronunciata da Lemmy durante un’intervista, quando gli chiesero secondo lui cosa rappresentasse il vero heavy metal, secondo una dicotomia vero-falso che si portava molto tra metallari brufolosi di 16 anni, anche quando di anni poi ne avevano qualcuno in più. La sua risposta fu: «I have no idea. We play rock and roll (…) We’re more punk, really.» (qui, al minuto 1 e 28, se non riuscite a sopportare lo sproloquio di quell’altro presente nell’intervista). Quella era una vera manifestazione di superiorità. Per questo motivo, caro metallaro brufoloso, il TG1 oggi dedica un servizio alla sua scomparsa; sei tu che, avendolo tirato per la giacchetta insistentemente dalla tua parte, non hai capito un cazzo di quello che era Lemmy.

Questa sotto, caro Lemmy, fu una delle canzoni della mia adolescenza. Probabilmente è anche la cosa, in tutta la produzione dei Motorhead, più sdolcinata che ti sia venuta.

Quest’altra, invece, la mia preferita in assoluto:

Lo scarafaggio Stockhausen

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Mentre digerite i pranzi di Natale e Santo Stefano ascoltando l’intera discografia dei Beatles disponibile in streaming, arrivati al ‘White Album’ vi interesserebbe sapere delle connessioni tra i quattro di Liverpool e Karlheinz Stockhausen. Lo racconta il Guardian, che traccia un parallelismo tra l’opera del compositore tedesco Hymnen e Revolution 9:

Only a few months after Stockhausen completed Hymnen, the Beatles were working on their White Album. In June 1968, John Lennon and Yoko Ono, with a little help from George Harrison, made what Beatles writer Ian MacDonald described as “the world’s most widely distributed avant-garde artefact”: “Revolution 9”. The band had acknowledged Stockhausen’s work by including him in the gathering on the cover of Sgt Pepper’s. Lennon had telephoned him a few times and a meeting was planned. There are strong connections betweenHymnen and Revolution 9: the intoning of the number nine, recordings of waves of noisy crowds, the calling of magic names – Lennon’s and Harrison’s magic names are popular ballroom dances, “the Watusi” and “the Twist”, along with random snippets probably from a newspaper: “economically viable”, “industrial output”, “financial imbalance”. Both Hymnen and Revolution 9 were recorded using a four-track tape machine, the cutting-edge audio technology of the time. This eight-minute collage presents a snapshot of the end of the 60s and its presence on a Beatles LP brought the avant garde into millions of homes.

Back from the grave

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Occorre immediatamente fare argine — culturale, battagliero, quello che volete — contro il ritorno delle musicassette.

The cassette is the embodiment of planned obsolescence. Each time you play one it degrades. Bad sound gets worse. Casings crack in winter, melt in summer. Inescapably, a cassette tape unspools: It’s only destiny. Fine, death comes to us all. But just because we can anthropomorphize a gadget doesn’t give it a soul. [x]

Qualche settimana fa girando tra gli scaffali di un negozio di dischi mi è capitata sotto mano una cassetta degli Arcade Fire. Non mi sono nemmeno dato la pena di cercare in rete che razza di prodotto fosse, non valendone affatto.

Ora, capisco le micro-label che da tempo — fosse anche solo un mese, una settimana — hanno deciso di investire in una nicchia, dimostrando per altro una certa visione manageriale che in quella nicchia individua una terra da lavorare; capisco chi ne fa una questione di nostalgia e seguita a duplicare su cassetta i compact disc, o gli ellepì, o gli mp3 scaricati da internet per poter ascoltare la musica sul vecchio stereo della macchina; capisco il giovane artista che ne fa un ricco premio da regalare ai fan più cari o agli amici più stretti; capisco anche l’hipsterismo a braccetto col modernariato che ha prodotto disastri nelle sinapsi di qualche essere umano. Capisco tutto questo. Ma siamo spietati e cinici: chiunque prenda sul serio il ritorno della musicassetta sta producendo seri, serissimi, danni alla musica inondando il mercato di spazzatura della quale non si sente alcun tipo di bisogno.

Battaglie culturali

Tom Chatfield è uno scrittore e commentatore di cose digitali inglese. In un lungo articolo pubblicato dal sito Aeon, si sofferma su una questione molto dibattuta nel mondo editoriale: la superiorità della carta sul digitale (e viceversa) e la necessità che gli editori diano in omaggio la copia digitale di un testo laddove si sia acquistata quella fisica. Alla fine della lunga analisi, con Chatfield che pure si schiera a favore dell’uno e dell’altro formato – «Una versione di carta da scarabocchiare o da regalare, una digitale da usare» –, lo scrittore conclude che la vera battaglia per il mondo editoriale non è interna (digitale contro cartaceo, Amazon contro gli editori tradizionali), ma esterna:

The real battle isn’t between screen and paper editions, or even between Amazon and Hachette: it’s between one person trying to conjure a world in words, and another inviting me to match coloured shapes in lines until my eyes glaze into darkness. Readers, writers, publishers: get a grip. We need to stick together. The enemy isn’t pixels (or print) – it’s someone breathing a bored sigh, plucking their iPhone from their pocket, and giving up on us entirely.

 

Architettura biologica.

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Biota Lab è un laboratorio di architettura che ha come obiettivo quello di progettare materiali per la costruzione di edifici che favoriscano la crescita di muschi e licheni. Altro che superfici a specchio e brutalismo grigio da cemento armato:

For most architects, moss and lichen growing up the side of a structure is a bad sign. Building materials are designed specifically to resist growth, and much research has been done to develop paint treatments and biocides that make sure the concrete and wood and bricks that sheath a building aren’t colonized by living things. But a new group is trying to change all that. Instead of developing surfaces resistant to moss and lichen, the BiotA lab wants to build facades that are “bioreceptive.”

BiotA lab, based in University College London’s Bartlett School of Architecture, was founded last year. The lab’s architects and engineers are working on making materials that can foster the growth of cryptograms, organisms like lichens and mosses. The idea is that ultimately they’ll be able to build buildings onto which a variety of these plants can grow. Right now, they’re particularly focused on designing a type of bioreceptive concrete.

Marcos Cruz, one of the directors of the BiotA lab, says that he has long been interested in what he sees as a conflicted way of thinking about buildings and beauty: “We admire mosses growing on old buildings, we identify them with our romantic past, but we don’t like them on contemporary buildings because we see them as a pathology,” he says. Cruz says that he wants the BiotA project to push back against the idea that cleanliness is the ideal that buildings should strive for. “Architects were wearing a straightjacket, that only in the last 20 years architects started shredding off.”