Febbraio 28, 2016

Repress, reprint.

Sto ascoltando un classico del post-punk: How much longer do we tolerate mass murder? del Pop Group. È un disco del 1980, il secondo della loro carriera dopo il formidabile debutto Y. Lo conoscevo da tempo, ma non lo possedevo; ho rimediato ieri pomeriggio, acquistando la lussuosissima ristampa-replica in LP appena pubblicata da Freaks R Us, etichetta di proprietà del leader del gruppo Mark E Smith (l’originale uscì per Rough Trade). Rispetto al disco di debutto, questo lavoro insiste di più su due aspetti che hanno reso il gruppo uno dei migliori esempi di quella musica nata in Inghilterra in seguito al big bang del punk: il lato funk e quello dub, lasciando un po’ in secondo piano il taglio sperimentale e avanguardistico ma in senso lato di Y.

Che senso ha parlare oggi di un disco uscito trentasei anni fa? Nessuno. Come nessun senso ha averlo acquistato oggi. Però l’ho fatto, e qui parte la riflessione.

Il mercato delle ristampe sta trainando quello del ritorno al vinile – o forse è più vero il contrario, e cioè che il ritorno del vinile ha favorito soprattutto la circolazione di ristampe. Del resto non lo sto inventando io: nel 2015 per la prima volta negli Stati Uniti le vendite di album di catalogo sono state superiori rispetto alle nuove uscite.

Gira un’amara e formidabile, quindi veritiera, battuta su chi compra ancora i dischi oggi. Fa così: «È la quinta volta che si ricomprano Led Zeppelin IV». Il che è vero: ciclicamente, a nemmeno troppa distanza temporale dall’ultima volta, il mercato è invaso dalle ristampe degli Zeppelin e di qualunque altro gruppo storico di quegli anni. Solo che se nel 2016 non ci siamo ancora rassegnati ad aver ascoltato – senza per forza aver amato – certi dischi, direi che potremmo riporre speranze e risparmi in passatempi a noi più consoni.

Detto questo, le ristampe cui faccio riferimento non sono quelle che si rivolgono ad un pubblico genericamente mainstream quale è quello composto da chi si è ricomprato per la quinta volta lo stesso disco. Quello è un pubblico di nostalgici, interessati alla musica solo nella misura in cui questa risiede nel perimetro che col tempo si sono creati, nella loro comfort zone.

Se oggi entrate in un negozio di dischi indipendente – diciamo pure hipster, allargando il concetto in maniera tale che facciamo a capirci senza troppe sottigliezze – noterete una strana invasione di dischi del tipo, nell’ordine: sperimentazioni varie dagli anni Sessanta e Settanta; colonne sonore di Ennio Morricone, Piero Umiliani et similia; library music; jazz in salsa easy listening o, all’opposto, in veste avanguardistica; world music. Sembra che l’intero mercato odierno degli LP ruoti intorno a queste musiche – spesso molto interconnesse – e che ogni pubblicazione sia la riscoperta di una gemma nascosta. Intendiamoci: sovente questi dischi oscuri ed esoterici hanno un importante interesse storico e musicale. La library music, per esempio, è un filone musicalmente complesso e storicamente poco sfruttato a livello commerciale. Se da un lato è giusto dare (nuova) luce a opere di valore rimaste per troppo tempo relegate in un contesto più di utilizzo che di fruizione, dall’altro si assiste ad un inutile battere il ferro in quanto ancora caldo, con il risultato che la misura è colma come gli scaffali dei negozi di dischi. Non tutto ciò che è stato prodotto in quel periodo ha valore o è degno di riscoperta, anzi.

Questo rifiorire ha molti complici. La stampa musicale, innanzitutto: pigra all’inverosimile essendo abituata a sentire il punto di vista di alcune tra le persone più noiose di tutti i tempi (i musicisti), non perde troppo tempo e energia mentale a separare il giusto dallo sbagliato, il buono dal meno buono e, messa l’analisi critica sotto il tappeto, si affida all’unico criterio che da sempre la muove: chi manda i promozionali, con che frequenza e con quanto affetto nella lettera d’accompagnamento. C’è poi il fatto che dentro un certo mondo è caduta ogni distinzione tra addetti ai lavori (i responsabili di ciò che finisce sul mercato) e ascoltatori (chi ne decreta il successo). Tutto è mescolato in un floridissimo mercato che spesso gira intorno a due o tre attori legati tra loro a doppio filo: il fan, che ha l’etichetta con cui si fa licenziare dai proprietari originali la possibilità di una ristampa e pubblica dischi acquistati dagli amici, i quali scrivono sulle riviste e riciclano le recensioni per le schede prodotto dei mailorder specializzati di loro stessa proprietà – o, al limite, del cugino. Si genera un circuito nel quale si crea un interesse smisurato per cose spesso trascurabili, raramente interessanti, una volta ogni cento meravigliose.

Sono parte in causa di questo circolo vizioso: del resto ieri pomeriggio ho comprato un disco del Pop Group che sto ascoltando ora, trovandolo fantastico come se fosse la prima volta anche se lo conosco piuttosto bene. L’acquisto di questa ristampa – che non ho prodotto, non conosco chi l’ha fatto né tantomeno chi me l’ha venduta – ha legittimato in me non solo la voglia di scriverne, generando un pistolotto un po’ indigesto e un po’ flusso di pensieri sullo stato delle ristampe musicali, ma anche il mio rapportarmi ad esso. Ora che quel disco posso rigirarlo tra le mani, sento il dovere di apprezzarlo di più; forse lo sto sopravvalutando o forse no, ma lo sto ascoltando provando per la prima volta un gusto che prima – quando dovevo fare play col puntatore del mouse su uno schermo di pc – non avevo.

Oggi si vive nel paradosso da una parte di avere quasi tutta la musica prodotta a portata di mano, e dall’altra di non avere tempo per ascoltarla come si deve. Seguire le nuove uscite è sempre più faticoso: sono troppe e troppo poco è il tempo da dedicare loro per farle crescere dentro, per giudicarle in maniera ponderata. Il rischio dietro l’angolo, infatti, è sempre quello di liquidare troppo in fretta un disco come inutile, o al contrario di ritenerlo bellissimo per cinque giorni e poi accorgersi – quando ormai è troppo tardi – che non era tutto questo gran che. Rischi di questo tipo si sono sempre corsi, chiaro, e la quantità di soldi che il medio appassionato di musica ha col tempo buttato in acquisti di pessima fattura è lì a ricordarci quanto sia dispendioso e pericoloso l’hobby che ci siamo scelti. Ma ho come l’impressione che oggi si corrano in misura maggiore, portando ad una disaffezione nei confronti della materia musica-dischi-canzoni che è sia frustrante che nociva.

In questa crisi ecco che intervengono le ristampe: una specie di usato garantito che ti promettono di non pentirti dei soldi investiti. In men che non si dica siamo risucchiati nella retromania descritta da Simon Reynolds, che oltre ad avere musealizzato il rock and roll ha generato il mostro delle ristampe cicliche. Ci godiamo di nuovo i grandi classici, ci facciamo persino piacere cose che all’epoca dell’uscita erano intorno al mediocre con preoccupanti oscillazioni verso il basso. E pian piano ci rendiamo conto che il budget mensile dedicato alla musica se ne va in questo tipo di acquisti. Sappiamo tutto della musica che fu – il che non è necessariamente un male, anzi. Il problema è che non capiamo più – per dirla con Ornette Coleman – quale sarà la forma della musica che verrà. Perché quella soundtrack giapponese del Settantadue è così presente negli scaffali e così ben recensita sulle riviste che ci sembra essere l’unica vera novità degna di attenzione. Con quarantaquattro anni di ritardo.