Sciacalli e sciacalletti

Capita, purtroppo, che alle persone interessi più quello che dici di fare, anziché quello che concretamente fai. Soprattutto quando quello che fai non deve diventare oggetto di pubblico vanto. Il riferimento è al terribile terremoto che ha devastato il Centro Italia lo scorso 24 agosto e a tutto il meccanismo virtuoso della solidarietà che, per fortuna, si è messo in modo all’indomani della tragedia.

Succede però che tu fai, o organizzi per farlo, è quello lì invece sta su Facebook a contare quanti hanno postato lo screenshot della donazione sms, o a dire che lui farà, certo, ma senza specificare cosa farà. In uno scambio privato con degli amici, ho chiamato queste persone «sciacalletti»: non sono come quelli che vanno a rubare nelle case, ma ugulamente speculano per vari fini – spesso politici, rendendo la cosa ancora più triste – su chi aiuta, chi dice di aiutare e chi invece si nasconde dietro il dito (loro, spesso).

Mi rallegra il fatto che oggi anche Aldo Grasso abbia usato questo stesso termine nella sua rubrica domenicale sul Corriere della Sera per riferirsi a questo genere di personaggi:

Ma c’è un altro tipo di sciacallaggio mediatico, forse peggiore del primo, per il quale non sono previste condanne. Sono sciacalletti, narcisi e moralizzatori, che usano la Rete solo per alimentare il piagnisteo contro gli immigrati o le bufale, per esprimere la loro insignificante indignazione, per lucrare, per trasformare una disgrazia in una battaglia politica contro i propri nemici di turno.

Rudy Van Gelder, 1924 – 2016

Il 25 agosto scorso, sebbene la maggior parte di voi fosse ancora in vacanza, è morto Rudy Van Gelder. Ovvero il suono – inteso proprio come onde acustiche che si propagano attraverso l’aria – del jazz che più ci piace. Lo racconta sul New Yorker Richard Brody:

Van Gelder brings out the sharp edge of a horn’s tone, a burr or a buzz or a glare, that retains the connection to the column of air from the musician’s body, the pressure of the lips. His piano sound tends to the percussive, achieving a relatively thin but tactile plangency. And he’s a master of letting the power of drums come through without overwhelming the texture of the ensemble. That’s where the warmth and the cool come in: his live mixes capture a sense of the group—he lets each individual voice sound prominent while maintaining a sense of the musicians’ proximity, of the intertwining of their sounds and, above all, of their sensibilities.

Though Van Gelder’s sound defines the classic age of the jazz LP, he had no vinyl-centered nostalgia in the digital era. In 1995, he called the LP “the biggest distorter” and added, “As far as I’m concerned, good riddance. It was a constant battle to try to make that music sound the way it should. It was never any good. And if people don’t like what they hear in digital, they should blame the engineer who did it.”

In Van Gelder’s hands, even the most furious music maintains a refined clarity, a center of calm assurance amid the turbulence—and he recorded some of the most turbulent jazz of all, including John Coltrane’s collectively improvised “Ascension” and Cecil Taylor’s thrilling “Conquistador!” On “Bags’ Groove,” from 1954, he captured on record, for the first time, the breathy ripeness of Miles Davis’s tone. He caught the classical fullness of Eric Dolphy’s siren-like intensity on “Out There,” the recording that first made me love jazz. He caught the crystalline thunder of the new-wave rhythm section of the late Bobby Hutcherson and Tony Williams (then all of seventeen years old) on McLean’s “One Step Beyond.”

La chiamano cultura.

C’è qualcosa di sbagliato nella decisione del governo Renzi di destinare 500 euro a ciascun ragazzo che abbia compiuto i 18 anni nel 2016, spendibili in “cultura” – intendendo con questo i libri, i musei e le aree archeologiche, il cinema e il teatro, le mostre, i concerti, le fiere e altri eventi. Spiega Tommaso Nannicini, il sottosegretario che ha curato l’iniziativa, che il messaggio che si vuol promuovere è quello «di una comunità che ti accoglie nella maggiore età ricordandoti quanto siano cruciali i consumi culturali, per il tuo arricchimento personale e per irrobustire il tessuto civile di tutto il Paese» e che per la prima volta, in questo modo, «i fondi per promuovere la cultura non sono ripartiti dalla burocrazia ma dalle decisioni di migliaia di giovani. I soldi andranno laddove si indirizzeranno le scelte dei 18enni».

Il che vuol dire essenzialmente due cose. Primo, il governo ti spiega quanto sia cruciale il consumo di cultura, ma te lo spiega solo nel senso che è importante consumare cultura quando i soldi con cui lo fai sono calati dall’alto, per altro con il solo criterio della maggiore età e senza prendete in considerazione altri fattori che forse avrebbero meglio determinato la capacità o meno di poter sostenere autonomamente la spesa. Insomma, il massimo dello statalismo, tipico di un governo che ha bisogno di distribuire una mancia elettorale e che, nel farlo, si nasconde dietro la foglia di fico che tutto sommato è una mancia destinata ad un buon fine: quello dei buoni libri, dei buoni film, dei buoni concerti (immaginiamo che i diciottenni spenderanno questo borsellino alla Scala o presso altri teatri lirici), della buona arte – tutto buono e dunque tutto giustificato.

In secondo luogo, il governo con l’iniziativa 18App (immaginiamo l’enorme studio dietro la scelta del nome) cerca di promuovere una cultura che non è molto distante da quella che Il Foglio in un suo editoriale ha definito «la cultura del volemose bene»: una cultura da mondo immaginario, che non tiene conto di una reale promozione culturale. Tutto fa brodo, purché tutto sia correttissimo; la cultura come un gran bazar, senza che venga minimamente tenuto in considerazione il senso vero della Cultura: il luogo del pensiero e l’indagare chi siamo.

Viviamo in un paese in cui il 55,2% dei professori, a un paio di settimane dall’inizio delle scuole, non ha superato le – immaginiamo terribili, per un aspirante insegnante – domande del concorsone. C’è il rischio concreto che 23 mila cattedre rimangano vuote. Ci sono professori che parlano di deportazione – sostenuti dai soliti bravi maestri – perché, anziché spostarsi per andare ad insegnare dove ci sono studenti che chiedono un insegnante, preferirebbero che fossero gli studenti ad andare là dove il numero dei professori è al di sopra di qualunque ragionevole rapporto studenti/insegnanti. Ci sono poi studenti universitari che non sanno scrivere una tesi e nemmeno una semplice e-mail ad un professore. In questo scenario, il governo crede di investire in cultura regalando 500 euro da spendere per libri musei film e concerti, anziché educare al piacere di spendere – magari di tasca propria, ma non è solo questo il punto – per una cultura intorno alla quale si è sviluppato, durante il corso di studi o durante il susseguirsi degli eventi che definiscono una vita, un senso critico.