Agosto 23, 2016

La chiamano cultura.

C’è qualcosa di sbagliato nella decisione del governo Renzi di destinare 500 euro a ciascun ragazzo che abbia compiuto i 18 anni nel 2016, spendibili in “cultura” – intendendo con questo i libri, i musei e le aree archeologiche, il cinema e il teatro, le mostre, i concerti, le fiere e altri eventi. Spiega Tommaso Nannicini, il sottosegretario che ha curato l’iniziativa, che il messaggio che si vuol promuovere è quello «di una comunità che ti accoglie nella maggiore età ricordandoti quanto siano cruciali i consumi culturali, per il tuo arricchimento personale e per irrobustire il tessuto civile di tutto il Paese» e che per la prima volta, in questo modo, «i fondi per promuovere la cultura non sono ripartiti dalla burocrazia ma dalle decisioni di migliaia di giovani. I soldi andranno laddove si indirizzeranno le scelte dei 18enni».

Il che vuol dire essenzialmente due cose. Primo, il governo ti spiega quanto sia cruciale il consumo di cultura, ma te lo spiega solo nel senso che è importante consumare cultura quando i soldi con cui lo fai sono calati dall’alto, per altro con il solo criterio della maggiore età e senza prendete in considerazione altri fattori che forse avrebbero meglio determinato la capacità o meno di poter sostenere autonomamente la spesa. Insomma, il massimo dello statalismo, tipico di un governo che ha bisogno di distribuire una mancia elettorale e che, nel farlo, si nasconde dietro la foglia di fico che tutto sommato è una mancia destinata ad un buon fine: quello dei buoni libri, dei buoni film, dei buoni concerti (immaginiamo che i diciottenni spenderanno questo borsellino alla Scala o presso altri teatri lirici), della buona arte – tutto buono e dunque tutto giustificato.

In secondo luogo, il governo con l’iniziativa 18App (immaginiamo l’enorme studio dietro la scelta del nome) cerca di promuovere una cultura che non è molto distante da quella che Il Foglio in un suo editoriale ha definito «la cultura del volemose bene»: una cultura da mondo immaginario, che non tiene conto di una reale promozione culturale. Tutto fa brodo, purché tutto sia correttissimo; la cultura come un gran bazar, senza che venga minimamente tenuto in considerazione il senso vero della Cultura: il luogo del pensiero e l’indagare chi siamo.

Viviamo in un paese in cui il 55,2% dei professori, a un paio di settimane dall’inizio delle scuole, non ha superato le – immaginiamo terribili, per un aspirante insegnante – domande del concorsone. C’è il rischio concreto che 23 mila cattedre rimangano vuote. Ci sono professori che parlano di deportazione – sostenuti dai soliti bravi maestri – perché, anziché spostarsi per andare ad insegnare dove ci sono studenti che chiedono un insegnante, preferirebbero che fossero gli studenti ad andare là dove il numero dei professori è al di sopra di qualunque ragionevole rapporto studenti/insegnanti. Ci sono poi studenti universitari che non sanno scrivere una tesi e nemmeno una semplice e-mail ad un professore. In questo scenario, il governo crede di investire in cultura regalando 500 euro da spendere per libri musei film e concerti, anziché educare al piacere di spendere – magari di tasca propria, ma non è solo questo il punto – per una cultura intorno alla quale si è sviluppato, durante il corso di studi o durante il susseguirsi degli eventi che definiscono una vita, un senso critico.