Archivio mensile:Settembre 2016

Questione di karma.

Pressure Drop just came to me on guitar. It’s a song about revenge, but in the form of karma: if you do bad things to innocent people, then bad things will happen to you. The title was a phrase I used to say. If someone done me wrong, rather than fight them like a warrior, I’d say: “The pressure’s going to drop on you.”

Frederick ‘Toots’ Hibbert, di Toots and the Maytals, racconta come è nata “Pressure drop”.

Il moderno galateo.

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«Inviato da iPhone», la dicitura che chiude le e-mail che ogni giorno migliaia di persone inviano da un device di Apple, da segno elitario e snobistico è diventata una forma di galateo digitale:

Recently, however, the refrain has returned to our correspondence, but those using the sign-off can no longer be accused of not knowing how to switch it off (it’s easy) or gloating (it’s not a big deal). Rather the phrase has become an important part of online decorum. Including the sign off contains an innate apology for the brevity of the message. It begs forgiveness for any spelling or grammatical errors. It allows a little wiggle rooms for errant emojis. It is a nod of acknowledgement that you are on the hoof and doing as well as can be expected.

Essere scambiati per Donald Trump

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Immagine: Openclipart

“The callers are always men,” he said. “The last couple weeks, these guys have had campaign slogans and ideas that they wanted me—well, you know, Trump—to use. ‘Go after Hillary harder!’ ‘Don’t give up on the Wall!’ ‘Do things this way!’ ” His caller I.D. offers some clues: “Most come from the New York City area. Some from New Jersey. Once in a while, we’ll get a California one, too. We get Albuquerque. And Florida. You know, the kooky places.”

Nel nuovo numero oggi in edicola, il New Yorker racconta la storia di Richard Rhoades, il cui numero di telefono è stato inserito negli elenchi come quello di Donald Trump.

Post-it per Peter Gabriel

E’ uscito un nuovo singolo di Sting e a novembre uscirà addirittura un album intero. La canzoncina è adorabile, non c’è che dire. Si diverte come un ragazzino e si sente che a Hell’s Kitchen, NYC, se la passa non male. Mai piaciuto Sting, più per via di una certa epica che lo circonda che per altro. Però appunto qui il brano, come post-it nella speranza che Peter Gabriel – con il quale l’ex Police è andato in tour si recente – tiri fuori anche lui una sciocchezza come questa “I can’t stop thinking about you”, che sarebbe comunque meglio di una qualunque delle cose che ha fatto negli ultimi 15 anni.

La canzone più brutta di sempre?

Da ragazzino avevo comprato una compilation scovata nei cestoni di un supermercato. Dovrei averla ancora da qualche parte. Era una compilation a scopo benefico, in favore delle vittime del terremoto in Armenia del 1988. Il disco, che si chiamava qualcosa tipo Rock classics o Classics of rock music conteneva alcuni brani degli artisti che avevano aderito alla raccolta di fondi: c’erano una versione di “Smoke on the water” dei Deep Purple suonata da una specie di all-star band (ad un certo punto riconobbi Bruce Dickinson cantare una strofa), brani dei Genesis, degli stessi Iron Maiden e un paio di canzoni di gruppi che non avevo mai sentito prima: gli Asia e gli Starship. “Heat of the moment” e “We built this city”, per qualche strano motivo che solo oggi riesco a comprendere, hanno segnato quella mia estate dei tredici o quattordici anni.

Adoravo entrambi i brani. Su qualche libro trovato nella biblioteca locale, avevo scoperto che gli Asia erano un supergruppo – «il primo vero super gruppo», ricordo ancora l’improbabile attacco del pezzo – che aveva a che fare con due cose che non potevano sembrarmi le più diverse possibili: gli Yes e i Buggles. Un mio amico, l’amico di sempre, che già sapeva di musica più di tutti noi, trovava però delle somiglianze armonico-compositive tra “Video killed the radio star” e “Heat of the moment”, e tanto mi bastava per certificare il legame che univa, negli Asia, i due gruppi citati.

Gli Starship rimanevano un mistero. Tant’è che per anni, il filo rosso che collega Jefferson Airplaine, Jefferson Starship e poi semplicemente Starship, mi era sembrato più il frutto della mia fervida immaginazione di adolescente che il vero corso della storia. Cosa potevano avere in comune Grace Slick, “Somebody to love” e “We built this city”?

La storia degli Starship inizia dal nome. Nel 1984 Paul Kantner, l’unico membro fondatore dei Jefferson Airplane rimasto nei Jefferson Starship, lasciò la band e fece causa ai suoi ex compagni: nessuno avrebbe più potuto usare le parole «Jefferson» e «Starship» all’interno di un nuovo progetto musicale, a meno che tutti i membri della società Jefferson Airplane Inc. (e cioè Bill Thompson, Grace Slick Jorma Kaukonen e Jack Casady, oltre allo stesso Kantner) fossero d’accordo.

La band, che nel frattempo aveva adottato il fantasioso nome di Starship Jefferson, si vide quindi costretta ad adottare il più semplice, e legalmente più sicuro, nome di Starship. David Freiberg decise di rimanere e insieme Mickey Thomas, Grace Slick, Donny Baldwin, Craig Chaquico e Pete Sears, si mise a lavorare su quello che sarebbe diventato il disco di debutto di questo nuovo gruppo, Knee deep in the hoopla. Fino a quando Freiberg litigò con Peter Wolf, che stava producendo il disco, abbandonando definitivamente la navicella stellare.

“We built this city”, ho scoperto solo recentemente, ha una lunga tradizione di permanenza nei posti alti delle classifiche delle canzoni più brutte di tutti i tempi. E anche chi fu dietro al brano – dai musicisti, al produttore, al team di autori di lusso che la scrissero – oggi fa un sorriso amaro e cerca in qualche modo di prenderne le distanze. Come ha affermato Grace Slick a proposito di quell’esperienza:

Odiavo gli Starship. Il nostro più grande singolo, “We built this city” era terribile. Mi veniva da vomitare, ma sorrisi e lo facemmo lo stesso. Lo spettacolo doveva continuare.

Per quanto Slick odiasse il gruppo, il suo obiettivo – nelle parole di Dennis Lambert, autore del brano insieme a Bernie Taupin, Peter Wolf e Martin Page – era più venale:

Mi diede specifici ordini: «Voglio incidere dei successi». Mi disse che voleva andare in tour, fare un sacco di soldi e poi ritirarsi.

Il motivo per cui ho un’ossessione per “We built this city” non è solo il ricordo dell’anno in cui la scoprii. È una nostalgia nella nostalgia: a metà anni Novanta, quel pezzo mi rimandava alla mia infanzia. Può essere che l’avessi già sentito e non me ne ricordassi; ma può essere, molto più semplicemente, che quel pezzo è la fotografia di quanto di buono – e di cattivo – ha rappresentato certa musica di quel periodo.

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Si può dire che la copertina del singolo, quella sì che è davvero brutta.

Per questo trovo ingiuste le accuse che negli anni sono state mosse al brano. Tanto più se paragonate ad altra paccottaglia che veniva prodotta in quel periodo. Non ci si capacità perché «mambo» sembra essere pronunciato come «mamba»? Abbiamo tutti chiuso le orecchie per anni di fronte a brani i cui testi risultavano letteralmente incomprensibili. Poi ho letto questo pezzo su The Awl, in cui il direttore Alex Balk dice che sì, “We built this city” è un pezzo orrendo, ma non supererà mai l’unico vero brano più brutto di tutti i tempi: “Don’t stop believin” dei Journey:

Yes, on a technical level Starship’s “We built this city” may be slightly more objectionable than “Don’t stop believin,” but the latter’s continued and baffling popularity, particularly among people who would otherwise be horrified to publicly admit that their favorite meal is a big bowl of shit washed down with a glass of warm piss, which is essentially what you are saying when you say you like “Don’t stop believin,” pushes it up past Starship’s “We built this city” in the Worst of All Time contest. I’m horrified that we even need to have this discussion. It is a bad, bad song and you should all know better. Now that you do, please don’t make me bring it up again. I’m just very disappointed with you.

Anche il critico della NPR, Stephen Thompson, qualche anno fa rispondendo ad un lettore che gli chiedeva conferma del fatto che “We built this city” fosse davvero il pezzo più brutto di sempre, diceva che la questione ha anche a che fare con certi tic mentali — e anche con un po’ di snobismo:

I’m not here to defend “We built this city,” though I hardly think it’s the worst song of all time. Instead, I’m here to urge every music fan to dig deeper and interrogate his or her own definition of what makes a song terrible. I feel like we pile on “We Built This City” because it’s too feeble to fight back; because we as a community of music-lovers accept that it’s the worst song ever the way we accept that Pet Sounds or Sgt. Pepper or A Love Supreme or Blue or Blood on the Tracks is the best album ever. That is to say, we accept these opinions as truth because they’ve been accepted that way before most of us even got here.

 

Abbiamo detto di essere Charlie, ma non abbiamo capito perché.

La vignetta pubblicata da Charlie Hebdo, in cui le vittime del terremoto che ha devastato il Centro Italia sono raffigurate come specialità culinarie delle quali la lasagna col ripieno di corpi e gli strati di cemento sbriciolato rappresenta il culmine delle portate – e della risata –, è una vignetta dissacrante e di cattivo gusto, nel solco della tradizione della dissacrazione e del cattivo gusto che da sempre contraddistinguono l’operato di Charlie Hebdo. Solo chi non ha mai incrociato il settimanale satirico francese e basa i suoi giudizi per lo più sul sentito dire, può oggi stupirsi.

Intorno a questa vignetta si è scatenato un dibattito che, come è prassi da quando sono stati chiusi i bar sport di paese, si è riverberato soprattutto sui social network. Il dibattito, come prevedibile, ruota anche intorno al fatto che Charlie Hebdo è il giornale che ha subìto un terribile e vergognoso attacco da parte del terrorismo di matrice islamica, sempre per via della pubblicazione di vignette che hanno scatenato l’ira di chi di solito risolve le cose staccandoti la testa dal resto del corpo o facendosi saltare per aria in mezzo alle persone. Quando il 7 gennaio 2015 successe tutto questo, in moltissimi – soprattutto tra chi ora dibatte – avevano ripetuto a gran voce che loro «erano Charlie Hebdo». Lo avevano gridato e scritto in ogni dove, immedesimandosi nelle motivazioni della vittima e condannando duramente quelle del carnefice. Una reazione comprensibile, anche quando non era ragionata ma si manifestava in molte più come un tic per emulazione; e una reazione doverosa, per presa di posizione nei confronti del più debole, certo, ma anche perché nessuno riconosceva come canone della cultura occidentale quello di rispondere alla satira con un commando armato che decimasse la redazione di un giornale, né pensava fosse giusto mettere un bavaglio di sangue alle parole degli altri, quand’anche queste fossero giudicate parole eccessive. Nel dibattito di queste ore, l’opinione più diffusa è che, siccome la vignetta schifosa ora riguarda noi italiani, tutti quelli che prima erano Charlie lo erano col culo degli altri, perché così è tutto più facile. Ecco, questo dibattito e le argomentazioni che lo sostengono, sono il dito.

Quanto alla luna, ci fosse stato qualcuno che – al di là della legittima opinione più o meno tollerante sul gusto di una brutta vignetta – avesse detto che essere Charlie Hebdo non significava allora , e non significa oggi, condividere il contenuto di quanto il giornale pubblica, né dare aprioristicamente un giudizio positivo sul suo operato; significa invece volere – fortissimamente volere – che quell’operato prosegua, a prescindere dal contenuto, perché dobbiamo essere in grado di avere un senso estetico e un criterio di giudizio che ci permettano di dire che un disegno è brutto e offensivo, ma non possiamo permetterci che nessuno disegni più cose oscene. Dobbiamo mantenere due libertà: quella di poter andare in edicola a comprare un contenuto osceno e offensivo, e quella – altrettanto importante – di poterci rifiutare di acquistarlo.

Detto meglio, a favore di chi prosegue nel dibattito: la luna sarebbe il fatto che, ad oggi, non risultano minacce da parte del popolo italiano ai redattori di Charlie Hebdo, né tentativi di irruzione nella sua sede.