Colpi di sole tardo primaverili

Si parla e si scrive spesso di quando a Paul Simon «gli prese l’africana», con questo intendendo l’enorme fascino che il continente nero ebbe su di lui ai tempi di Graceland, e del successo pazzesco che ebbe quel lavoro non solo nella carriera e nelle economie di Simon stesso, ma anche nel delineare il successo di quella che poi nel mondo occidentale si sarebbe definita come «world music» (con tutte le questioni del caso). Di meno si parla di quando a Simon prese invece la sudamericana, ben espressa in The rhythm of the saints, il disco successivo.

https://youtu.be/_Y92NTnOrdY

Il 1989 e il 1990 furono anni particolarmente fortunati per tutto ciò che odorava di latino e sudamericano nel contesto di un certo pop. Tre furono i dischi angolari di questa strana triangolazione: il già citato lavoro di Simon, Rei momo di David Byrne e Strange angels di Laurie Anderson. Lo notò anche Sue Steward in un articolo apparso a febbraio del 1991 sulla rivista inglese The Wire quando, discutendo di questo strano ibrido tra il pop/rock e la musica latin, scrisse che la cosa non era da vedere in maniera negativa, perché in qualche modo le case discografiche major stavano supportando questo strano materiale proveniente dai caraibi, dal Brasile, dal centro e sud America, scritturando nuovi artisti e facendoli conoscere al grande pubblico occidentale.

Questi tre dischi, in effetti, stanno costruendo anche l’angolatura dei miei ascolti da un paio di settimane a questa parte. Devo ammettere che conoscevo benissimo sia Rei momo che Strange angels, ma che sono arrivato a scoprire l’album di Paul Simon con colpevole ritardo. Sarà la primavera con le sue giornate finalmente lunghe, soleggiate e belle; o sarà semplicemente che questa infatuazione da sempre avuta per un certo tipo di musiche pop che uscissero dal canone occidentale ora sta prendendo piede per sopraggiunta maturazione (o vecchiaia?) che si riverbera necessariamente anche negli ascolti. Devo dire però che molto del mio interesse musicale odierno, al di fuori degli ascolti confortevoli (quelli, cioè, cui si ritorna con costanza perché rappresentano un facile rifugio anche emotivo) tendono sempre maggiormente a questa ricerca. Mi chiedo solo se non sia un desiderio più o meno inconscio di fuga verso questi lidi. Si comincia con le contaminazioni di Paul Simon e Laurie Anderson (nel caso di Byrne siamo invece alla perfetta interpretazione), si passa per vagare nel reparto world music di un negozio di dischi alla ricerca di Perez Prado e poi si finisce per assistere a sessioni con musicisti locali da qualche parte laggiù. Forse è solo un leggero colpo di sole, ma in questo preciso istante credo non ci sia nulla di meglio al mondo.

L’odore della carta

Uso un Kindle da anni. Credo di aver comprato una delle primissime versioni che sono state distribuite in Italia. La storia di quell’acquisto, in verità, è particolare: il Kindle lo avevo comprato da regalare a Natale ad una persona che legge moltissimo, e pensavo che il regalo fosse di quelli graditi. Senonché, ad un paio di giorni dal Natale, quella persona mi chiese con l’aria tipica della sfida: «Non mi avrai mica regalato uno di quei cosi di plastica che si usano per leggere i libri, vero?!». Sì, era vero. Tenni il regalo per me e iniziai ad utilizzarlo con un certo entusiasmo.

Sono passati parecchi anni. Il Kindle che possiedo ora non è di ultima generazione ma, rispetto a quel primissimo regalo mancato, è di quelli con lo schermo retroilluminato, che permettono di leggere anche di notte con notevole affaticamento della vista, per la verità, ma senza disturbare chi dorme accanto. La storia di questo Kindle è per certi versi simile a quella precedente: l’avevo regalato ad una persona che legge moltissimo, ma che l’avrà usato in tutto un paio di volte perché preferisce avere la libreria piena. Così, quando mi sono trovato nella circostanza di dover cambiare il mio, ho chiesto gentilmente se si poteva non sprecare del tutto quel regalo.

All’inizio di quest’anno ho fatto una specie di fioretto, già raccontata da qualche altra parte: diminuire drasticamente la lettura di giornali e periodici in generale e aumentare quella di libri. Sfruttare soprattutto i quotidiani tempi di spostamento casa-lavoro, che al momento mi stanno consentendo di mantenere una media rispettabilissima di 7 libri al mese. Poche regole: abbandonare al primo sbadiglio un libro che ci sta annoiando e leggere in ebook i libri sopra le 300 pagine (nessuna eccezione alla prima, qualche deroga alla seconda).

Leggere sul Kindle non mi dispiace, ma ho sempre avuto l’impressione che il libro rimanesse meno impresso nella memoria e svanisse dopo qualche settimana. Può essere solo una sensazione, o più semplicemente può essere che mi è andata male e ho finora letto solo libri meno belli (o più brutti?) in versione elettronica rispetto a quanti ne abbia letti in edizione cartacea. Il Kindle ha innegabilmente i suoi vantaggi, primo tra tutti il peso e la comodità di trasporto e la possibilità di evidenziare e accedere in un solo colpo a tutte le sottolineature. Poi ci sono gli svantaggi, certo: il libro non è mai veramente tuo, il libro non lo puoi esporre, il libro non ti qualifica e non ti descrive agli occhi di chi ti vede leggere — possiamo far finta che non ci interessi, ma siamo davvero sicuri che un libro non ci rappresenti, almeno un po’, agli occhi degli altri sin dalla sua copertina?

In questi giorni sta facendo il giro della rete un bell’articolo di Paula Cocozza pubblicato sul Guardian. Racconta del crollo delle vendite degli e-book e si prende una rivincita sui funerali del libro di carta che andavano di moda una decina di anni fa. L’articolo contiene varie considerazioni sugli e-book e molte differenze con il mondo cartaceo. L’attacco del pezzo, però, elencando ciò che non si può fare con un Kindle, fa emergere alcune tra le migliori caratteristiche del libro di carta. Le riporto qui, a futura memoria e soprattutto perché Cocozza ha evitato la considerazione più diffusa e più stupida di tutte: l’odore della carta.

Here are some things that you can’t do with a Kindle. You can’t turn down a corner, tuck a flap in a chapter, crack a spine (brutal, but sometimes pleasurable) or flick the pages to see how far you have come and how far you have to go. You can’t remember something potent and find it again with reference to where it appeared on a right- or left-hand page. You often can’t remember much at all. You can’t tell whether the end is really the end, or whether the end equals 93% followed by 7% of index and/or questions for book clubs. You can’t pass it on to a friend or post it through your neighbour’s door.

(Pubblicato anche su Medium)