Le vite dei librai indipendenti

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Tra i tanti libri che ho ricevuto in regalo per Natale, ha attirato la mia curiosità un testo di cui non avevo mai sentito parlare, seppur una breve ricerca in rete mi ha restituito un gran numero di pagine, recensioni, storie e dibattiti intorno ad esso. Si tratta di Una vita da libraio, di Shaun Bythell, pubblicato nel 2017 e tradotto in italiano nella collana Stile Libero Extra di Einaudi. A metà tra il memoir e il diario puro, il libro racconta un intero anno della vita quotidiana del suo autore, proprietario della più grande libreria indipendente di testi usati della Scozia, The Bookshop a Wigtown, nella regione del Galloway (sud ovest della Scozia, affacciata sul Mare d’Irlanda).

Aveva già provato Orwell a descrivere le peripezie — quasi tutte in negativo — del commesso di una libreria di testi usati nel suo saggio Ricordi di libreria (da noi raccolto nell’antologia Letteratura palestra di libertà, Mondadori). E qui Orwell viene richiamato da Bythell all’inizio di ogni capitolo — uno per ogni mese dell’anno — come spunto per riflettere sui tanti argomenti che costellano la vita delle libreria indipendenti, in particolare quelle che trattano testi di seconda mano: dagli snob a caccia delle prime edizioni, agli «appassionati di libri» (che, secondo le statistiche e anche secondo Bythell sono quelli che alla fine escono a mani vuote dai negozi), fino al reparto di libri per bambini e alla irresistibile tentazione di questi ultimi di scompigliare gli scaffali perfettamente ordinati dai commessi.

Le riflessioni e i racconti di Bythell toccano anche i problemi con la sopravvivenza che le librerie indipendenti devono affrontare, schiacciate dalla concorrenza online e di Amazon in particolare — visto come il nemico assoluto, tanto che Shaun ad un certo punto con un fucile da caccia spara ad un vecchio modello di Kindle acquistato allo scopo su e-bay per 10 sterline e ne appende le spoglie in negozio: qui siamo solidali, ma da consumatori refrattari a qualsiasi rigurgito luddista anche molto poco comprensivi –, ormai prepotentemente subentrati nelle abitudini di acquisto di qualsiasi amante dei libri e della lettura a scapito dei titolari dei negozi. Sebbene resistano sparuti personaggi che, con sorpresa più volte qui e là disseminata da Bythell nel testo, continuano a preferire il contatto umano con le librerie (in questo senso irresistibile il personaggio di Mr Deacon, che fa capolino più volte nel testo).

Una lettura divertente, scorrevole ma non sciatta (come dev’essere per chi tratta libri nel suo quotidiano) e piena di passaggi esemplari e famigliari agli amanti dei libri. Uno su tutti, la differenza tra il commerciante di libri e il bibliotecario, riassunta in un memorabile passaggio (pp. 284-285 dell’edizione italiana):

Una signora si è guardata intorno per una decina di minuti, poi si è avvicinata e mi ha detto di essere una bibliotecaria in pensione. Forse pensava che avessimo qualcosa in comune? Macché. Noi librai detestiamo i bibliotecari. Il problema è che per spuntare un buon prezzo da un libro usato bisogna che sia in condizioni decenti, mentre lo sport preferito dei bibliotecari è prendere un libro in perfetto stato e riempirlo di timbri ed etichette adesive, dopodiché, senza nemmeno cogliere l’ironia della cosa, lo avvolgono in una copertina di plastica per proteggerlo dal pubblico. Ai libri affidati alle poco amorevoli cure di una biblioteca toccherà infine l’onta di vedersi strappato il risguardo anteriore, mentre sul loro frontespizio si abbatterà un timbro con la scritta «Scartato», e per finire verranno offerti in vendita ai comuni cittadini a prezzi stracciatissimi. Un libro passato attraverso il sistema bibliotecario vale meno di un quarto delle copie che non hanno subito quella sorte.

Leggendo Una vita da libraio si scoprono anche un sacco di altre cose, da appuntare qui per uso futuro. Wigtown è una cittadina la cui vita economica si è sempre retta su una cooperativa casearia e su una distilleria di whisky. Chiuse entrambe in quinquennio di crisi (tra il 1989 e il 1993), l’economia locale di Wigton si è poi reinventata anche grazie al libro: le numerose librerie presenti (Wigtown è città del libro in Scozia) hanno trainato l’apertura di nuovi esercizi commerciali e la sinergia tra la comunità e il libro ha dato vita ad uno dei festival letterari più importanti del Regno Unito, il Wigtown Book Festival, che si svolge in autunno con uno spin-off primaverile e una serie di eventi collaterali sparsi su tutto l’anno, per molti dei quali il Bookshop di Bythell è uno dei centri nevralgici. Nato su base associativa e volontaria, il Festival si è nel tempo imposto come una vera e propria impresa. Ci dev’essere una lezione da apprendere da qualche parte, lascio alla sensibilità di ciascuno comprenderla.

I libri di quest’anno

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Ogni tanto mi ricordo di avere questo spazio e, anche quest’anno, lo utilizzo per parlare delle mie letture.

Ho letto molto; quasi quanto lo scorso anno, sebbene in quell’occasione fossi certo che non ce l’avrei fatta: «Prevedo già di non riuscire ad eguagliarlo», concludevo allora. Sono però riuscito, ancora una volta, a non trasformare quello che era nato come un fioretto in una assurda gara con me stesso – senza premio, per giunta. Ho letto principalmente per piacere, alimentando quella spirale per cui quando inizi a leggere (e a farlo seria(l)mente), la lettura diventa una abitudine cui non puoi rinunciare. Una specie di vizio.

Ho letto molti romanzi, ho letto qualche saggio (forse qualcuno in più rispetto all’anno scorso) e ho persino acquistato – ma senza conteggiarlo nei libri letti, dove sono del tutto assenti i libri da comodino – un testo di poesia: Poesie erotiche di Patrizia Valduga (Einaudi), dopo averne letto in modo entusiasta da più parti.

Credo di aver letto meno autori italiani, e certamente ho letto meno novità. È che, ad un certo punto, ci si rende conto che gli scaffali delle librerie sono anche – soprattutto – quelli che contengono il catalogo. Per cui ho tenuto ben lontano Matrigna della Ciabatti (Solferino) – dopo che già il mancato premio Strega dello scorso anno mi aveva lasciato perplesso – e ho preferito prendere in mano Paul Auster (Follie di Brooklyn, Einaudi), o riscoprire certi libri che erano ispirati (anche) dal luogo in cui li stavo comprando – è successo in estate, e ne ho parlato diffusamente qui.

Nel conteggiare i libri letti (il cui elenco, in aggiornamento fino alla fine dell’anno, è disponibile qui), ho introdotto una novità: conteggiare anche il prezzo. E la vertigine che mi prende ogni volta che guardo il totale della colonna (che non ho reso pubblica, per ovvie ragioni), mi conferma due cose: non solo la mia innata tendenza ad avere le cosiddette «mani bucate», ma anche la fortuna di potermelo in qualche modo permettere, senza dover sacrificare troppo di altro (la musica, ancora una volta). Al momento in cui scrivo, sto leggendo il libro numero 65 (Nemici. Una storia d’amore di Isaac B. Singer, Adelphi) e, pur mancando ancora qualche giorno alla chiusura dell’anno, lo ritengo un numero più che sufficiente e appagante – e, ancora una volta: probabilmente l’anno prossimo leggerò di meno, ma la sentenza alla prossima notarella.

I libri che mi sono piaciuti di più – o che mi hanno colpito maggiormente, per motivi vari – li elenco qui, un po’ alla rinfusa: Niente di personale di Roberto Cotroneo (La nave di Teseo), Una variazione di Kafka di Adriano Sofri (Sellerio), Gli inconvenienti della vita di Peter Cameron (Adelphi) per rimanere a quelli usciti durante l’anno; tra le delusioni, non perché siano libri brutti in sé ma perché l’aspettativa era altissima, ci sono Asimmetria di Lisa Halliday e L’educazione di Tara Westover (entrambi Feltrinelli), mentre devo ancora capire che farne de L’animale che mi porto dentro di Francesco Piccolo (Einaudi). Tra i ripescaggi, svetta W. Somerset Maughan, tra i tanti con Acque Morte e In villa (entrambi Adelphi).

Se dovessi però dire quale, dei libri letti tra quelli pubblicati nel 2018, mi ha entusiasmato al punto da decretarlo il mio libro dell’anno, direi sicuramente le mille pagine di Filippo Ceccarelli con il titolo di Invano. Il potere in Italia da De Gasperi a questi qua. Il tomo non è solo una storia dell’Italia repubblicana fino ai giorni nostri (sebbene Ceccarelli conceda giustamente pochissimo spazio alle vicende attualissime, come dev’essere per un libro in grado di reggere il test del tempo), ma è anche un divertentissimo romanzo di formazione sul potere italiano, sui suoi tic, sulle sue abitudini, sulla sua sfrontatezza e sul fatto che – non importa qui se sia un bene o un male – non ritornerà più in quelle forme. Ceccarelli, e per chi lo legge o lo ha letto per anni sulle pagine della Stampa prima e di Repubblica poi non è certo un mistero, non è solo un notista politico, ma è anche un grande giornalista di costume; e le sue storie, le sue narrazioni sono condite dai dettagli politicamente più inutili ma umanamente più interessanti. Ciò che ha fatto la storia di certo giornalismo italiano, talvolta meno cronistico e talvolta meno letterario – Alberto Arbasino e Michele Masneri, per citare i due probabili estremi temporali tra i quali Ceccarelli si colloca.

Non troverete i Greta Van Fleet

Nella sbornia disintermediata, dove tutto è alla portata di tutti, e tutti consumiamo in maniera a-critica, giova mettere ogni tanto un po’ di ordine.

Quasi fine anno e spuntano da ogni dove resoconti, listoni del meglio, del peggio o, più spesso, di ciò che si porta e di cui si deve parlare per non dare l’impressione di vivere su Marte. Lo ha fatto anche The Wire, che è l’unica rivista musicale cartacea che abbia ancora un senso seguire in maniera assidua, non fosse altro che perché è l’unica a provare una visione della musica di oggi e di domani, senza troppe concessioni a quella che è stata la musica di ieri.

Il suo rewind finale è ormai un classico. Cui si aggiunge, da qualche anno, anche quello delle ristampe: un modo per celebrare musica sempre nuova, perché ripescata da un passato per lo più inosservato.

Ho messo insieme, in due playlist di Apple Music (ma la speranza è che qualcuno abbia fatto lo stesso anche su Spotify e su altri servizi), i due listoni di cui sopra.

E buon ascolto.