Referendaria

Nel dibattito sull’importanza di riformare l’istituto del referendum propositivo, che ha echi non solo per via della Brexit ma anche per le istanze portate avanti dal governo giallo-verde, copio un passaggio dell’articolo di Sergio Fabbrini apparso sul Sole 24 Ore [20.01.2019, p. 1]:

Come può il singolo cittadino risolvere il dilemma relativo alla permanenza o meno del proprio Paese in un’unione sovranazionale? Problemi complessi non possono avere risposte semplici, basate sulla scelta binaria del “sì o no” (che è propria del referendum). È stato un atto di irresponsabilità — e non di democrazia — affidare ai cittadini britannici il compito di decidere questioni che vanno al di là del loro buon senso. E sarebbe un atto altrettanto irresponsabile il ricorso ad un secondo referendum (che non risolverebbe alcunché). Il referendum è uno strumento fondamentale di partecipazione popolare, ma il suo compito è quello di integrare,  non di sostituire, la rappresentanza politica. Spetta ai rappresentanti politici prendere decisioni su materie irriducibili alla semplificazione, assumendosene quindi la responsabilità di fronte ai propri elettori. È singolare che in Italia, nonostante l’esperienza britannica, esponenti della maggioranza (come il ministro grillino delle Riforme) propongano una riforma costituzionale incentrata sul referendum propositivo. Come se il popolo potesse legiferare su ogni cosa.