E tanti auguri.

Vanno molto di moda i resoconti di fine anno. Adesso che ci penso, da queste parti non ho scritto granché di diverso negli ultimi mesi, e quando l’ho fatto c’erano sempre di mezzo i libri o i dischi (monotematico, con tendenza maniacale).

Dunque per gli affezionati della materia, che non posso certo deludere: questa è la reading list del 2019 (come sempre in aggiornamento fino a domani, quando conto di terminare il libro attualmente in lettura). Piena di buone letture, di letture grandiose, di pessime letture. Non molto diverso dagli alti e bassi che, con riguardo ad ogni altra cosa, caratterizzano il trascorrere di un anno, soprattutto quando li si guarda agli sgoccioli del 31 dicembre e quindi, spesso, con il giusto distacco che gli alti – e soprattutto, i bassi – richiedono per essere giudicati tali. Pero, ecco, se dovessi indicarne tre tra i migliori libri letti, fermandomi ai soli romanzi direi senza dubbio Svegliami a mezzanotte di Fuani Marino (Einaudi), Nel giardino delle scrittrici nude di Piersandro Pallavicini (Feltrinelli) e Il mio anno di riposo e oblio di Otessa Moshfeh (sempre Feltrinelli). Quanto alla non-fiction, sarò molto banale, ma Bianco di Bret Easton Ellis (Einaudi) per capacità dialettica, invettiva, provocazione e scrittura quest’anno non ha avuto eguali. Menzione particolare anche per una casa editrice che mi sono ripromesso di tenere sott’occhio di più: Nottetempo. I due romanzi letti quest’anno (La lettrice di Chechov di Giulia Corsalini e Permafrost di Eva Baltasar) sono entrambi belli e ricercati, come la migliore narrativa dev’essere.

Per i pochi lettori che fossero invece curiosi di sapere quali sono i dischi che più mi sono piaciuti in questo 2019, rimando ad una facile previsione di un paio di mesi fa e aggiungo solo una precisazione. Ho ascoltato, come al solito, tantissima musica. Non mi sono posto il problema di quanto fosse nuova, né di quanto rientrasse in questa o in quella categoria. Ma dovendo tirare inevitabilmente le somme, mi rendo sempre più conto che, di tutta la musica ascoltata quest’anno, quella che sopravviverà non è necessariamente la più emozionante, o la più godibile, o quella che ho ascoltato di più. È invece, come per tutte le cose interessanti, quella che mi ha lasciato la sensazione di tracciare una traiettoria musicale — laddove la traiettoria, come da qualche anno mi capita di percepire, è più legata al suono che non alla musica intesa come la canonica forma canzone della popular music, o come le altre canoniche altre forme delle altre musiche. E dunque, in ordine sparso, i dischi che mi sono piaciuti di più sono Oracle di Angel Bat Dawid, Reach the endless sea del nuovo progetto di Sam Shackleton a nome The tunes of negation, Lifetime di Klein, The sacrificial code di Kali Malone e Epitaph di Jay Glass Dubs.




Non tedierò nessuno con le cose che mi sono capitate durante l’anno. Le liste del tipo «cosa mi ha lasciato questo 2019» o «cosa ho imparato durante l’anno appena trascorso» hanno per me lo stesso valore delle terapie fatte in casa con l’aiuto della sezione self-help di qualunque grande libreria del centro – e sono speculari alle liste circa le attese per l’anno che si sta aprendo, puntualmente poi disattese. Non riesco più a concepire qualunque uso della rete internet — e in particolar modo i social network, dai quali mi sono definitivamente allontanato quest’anno — come il luogo dove ci si barcamena tra la positività (intesa come mostrare al mondo le proprie supposte capacità) e la negatività (intesa invece come la ricerca del compatimento mostrando, in maniera più o meno esplicita, le proprie sfighe), e purtroppo questi due poli sono in costante crescita all’interno delle bolle virtuali, e nonostante cose interessanti si continui a leggerne (o a vederne, come in certi profili Instagram) anche da quelle parti.

Preferisco raccontare quello che mi è successo oggi, in una giornata iniziata come normale ma che si è rivelata non molto distante dai concetti espressi da Mons. Nunzio Galantino nel suo — imperdibile, almeno per me — «Abitare le parole» sulla Domenica del Sole 24 Ore di ieri. Il tema era uno di quelli tipici dei periodi di festa (e dunque di vacanza), la «pausa», con iniziale citazione di Bukowski:

«Uno spazio di pausa… altrimenti le pareti ti schiacceranno». E le pareti che possono schiacciarci non sono solo quelle che stanno fuori di noi. Più subdole e non meno rovinose sono le pareti che possono soffocare la nostra voglia di vivere, impedendo al sole di illuminare angoli della nostra esistenza e frammenti della nostra vita. Soprattutto quando più forti si alternano in noi – talvolta sovrapponendosi – gioia, ansia, paura e attese. Alternanza di stati psichici provocata dal calendario con le sue scadenze e con i suoi appuntamenti. Il loro peso aumenta quando pensiamo di dare continuità e senso al nostro tempo evitando le pause; evitando cioè quei veri e propri varchi che ci permettono di prenderci cura di noi.

Questa mattina era la prima di tre giorni non festivi di vacanza che mi sono concesso dal lavoro. Almeno formalmente, perché già ieri pomeriggio e poi ancora per tutta la mattina odierna ho lavorato per finire un paio di cose che avevo lasciato in sospeso. Dunque mi sono svegliato — sul presto come mi piace fare quando sono a casa in vacanza, per godermi ogni momento — e lavorato fino a mezzogiorno. Rincasato, mia moglie mi ha proposto di andare a Palazzo Reale a visitare la collezione Thannhauser. Già che saremmo andati da quelle parti, avremmo potuto anche mangiare qualcosa insieme prima della visita. Siamo quindi andati a Milano: e a nessuno dei due è pesato fare più o meno la stessa strada che facciamo quotidianamente per recarci al lavoro. Eravamo del resto, almeno per un giorno, senza le pareti che premevano su di noi. Abbiamo pranzato — pesce, per i curiosi — e realizzato che due ore di coda per una mostra alla quale eravamo entrambi pur interessati potevano essere sacrificate in nome di una prenotazione dei biglietti e di una visita rimandata di qualche giorno pur di non congelare nel cortile di Palazzo Reale. Ci siamo dunque messi a passeggiare per il centro di Milano – una sigaretta lei, un toscano io – chiacchierando del più e del meno, fermandoci per acquistare un paio di dischi, per visitare una delle più belle tra le recenti librerie indipendenti che hanno aperto a Milano (Verso), fino chiudere con una merenda del tutto improvvisata con un cannoncino e un caffè da Panarello, in Porta Romana.
(Questa cosa del descrivere le zone di Milano con l’espressione formata da «in» e il nome del quartiere o, se venite dalla provincia, da quello della stazione della metropolitana più vicina, è uno dei tic più insopportabili della milanesità: a volte temo persino che sia un vezzo dei non milanesi).

Di ritorno da Milano siamo andati a fare la spesa. Al supermercato. Arrivando persino a pensare che fare la spesa di lunedì 30 dicembre, nel tardo pomeriggio, è uno di quei piccoli piaceri perversi che si provano solo quando non li si devono fare il sabato mattina, con la frenesia di un weekend dove si è accumulato tutto ciò che non ha trovato spazio durante la settimana. È stato proprio mentre spingevo il carrello che ho realizzato che le parole di Mons. Galantino nella sua rubrica di ieri, e tutto il concetto di pausa come elemento fondamentale per ritrovare un po’ se stessi, era quello che avevo fatto io oggi.

Credo soprattutto perché nulla di quello che ho fatto era stato programmato.

Come si dice, buon 2020.