Il rischio dell’inopportuno

Io non ho idea di quanto costi pubblicare ogni mese una rivista come Vogue nella sua edizione italiana. Posso solo immaginare che si tratti di una cifra molto alta, soprattutto in tempi di vacche magre nel mondo dell’editoria periodica. Così come non conosco l’impatto ambientale causato dal mettere insieme i servizi fotografici di una rivista come Vogue Italia; ma, anche in questo caso, credo sia molto — ma qui faccio ancora più fatica a quantificare: da quando ci è preso l’uzzolo di misurare l’impatto ambientale di pressoché ogni cosa, esistono tante diverse scale di inquinamento, ognuna piegata alla bisogna di chi le difende o le attacca.

So però che Vogue Italia è una rivista che, da sempre, è fieramente legata alle immagini e alle fotografie e che dalle sue parti sono passati i migliori fotografi e stylist. Lo so da lettore, con un passato persino di abbonato. Provare a raccontare la moda — cioè una delle più alte forme d’arte — sostituendo alle fotografie i disegni può essere sì un azzardo interessante — David Hockney ha affermato che il dipinto, rispetto alla fotografia, è il modo migliore di rappresentare la realtà perché obbliga l’autore ad una maggior visione: e quante realtà oggi possono dirsi altrettanto importanti rispetto alla moda?). Ma questo azzardo è tanto più rischioso se compiuto in nome di un ritrovato ecologismo (dei conti economici, verrebbe da dire con un po’ di malizia) che carezza il pelo dell’opinione pubblica nel verso giusto, quando in passato lo stesso pelo era accarezzato — soprattutto da riviste come Vogue Italia — nella direzione provocatoriamente riflessiva, più che in quella compiacente, per l’opinione pubblica.

Ma passi. Dunque il segno dei tempi è anche questo, e mai vorremmo che di questo passo si avverasse una recente visione, tra il serio e il faceto, di David Brooks che, immaginando di osservare a ritroso dal 2030 questo secondo decennio appena iniziato, arriva a inserire la battaglia per i diritti degli animali come «una delle principali cause morali del decennio» (siamo comunque sulla buona strada: una corte inglese considera il veganesimo un credo filosofico e, in quanto tale, equiparabile ad una religione). Passi e arriviamo al dunque: Emanuele Farneti, che di Vogue Italia è direttore avendo preso in mano il timone che per ventotto anni fu di Franca Sozzani, ha annunciato che, per la prima volta nella storia del giornale della scuderia Condé Nast, il numero in edicola dal prossimo 7 gennaio sarà interamente realizzato senza fotografie, sostituite da disegni. «Mostrare i vestiti senza fotografarli», per non impattare sull’ambiente evitando il coinvolgimento di centocinquanta persone, venti voli aerei e poco meno di viaggi in treno, macchine sempre pronte a portare in giro le persone, luci accese per almeno dieci ore al giorno, spreco di cibo dai servizi di catering e plastica varia. Tanto, scrive Farneti nel suo editoriale, è necessario per mettere insieme il numero di settembre della rivista, il più celebre e venduto (anche agli inserzionisti pubblicitari).

vogue italia milo manaraDunque un azzardo artisticamente interessante, ma piegato al sentir comune dell’opinione pubblica e del politicamente corretto. A preoccupare non è tanto la scelta ecologista, e nemmeno il fatto che Vogue Italia di gennaio sarà per la prima volta avvolto da un cellophane compostabile al 100% a gettare scompiglio (a quanto pare anche in Condé Nast hanno iniziato a ricevere via posta le riviste straniere, da tempo avvezze alla pratica). Ciò che preoccupa è che, tra le 7 differenti copertina d’artista con cui Vogue Italia andrà in edicola, ne spicca una in cui Milo Manara raffigura, nel suo classico stile, la modella Olivia Vinten con guanti rossi di lattice e una frusta di pelle in mano. Pare che la copertina abbia scatenato un dibattito interno alla redazione, scrive il New York Times. Non fatichiamo a crederci: il lattice e la frusta di pelle rischiavano di mandare in rovina il numero ecologista. Ma il punto non era nemmeno quello; il punto era, nelle parole dello stesso direttore Farneti, l’opportunità di «riportare l’erotismo in copertina di una rivista femminile». O, più semplicemente, la paura di mettere in copertina ciò che l’opinione pubblica ormai giudica inopportuno, per magari poi finire al centro di uno scontro su Twitter, accompagnati dall’apposito cancelletto diventato emblema di ogni moderna protesta e suggello di scomunica sull’altare del politicamente corretto.