Blocco note dalla quarantena / 3

• Giuliano Ferrara sul Foglio prevede – o auspica – come sarà l’Italia dopo essersi svegliata dalla «grande pennichella» della quarantena:

Di sicuro vedo nella palla magica tempi grami per gli spacciatori di certezze, per i poveri di umanità che non seppero guardare ai liberi e ai carcerati, per i preti troppo aridi – con magnifiche ma limitate eccezioni – definitivamente sostituiti dai dottori e dagli infermieri, per i litigiosi a cazzo di cane, per i no vax, per quelli che sparacchiano a caso ai neri, per gli incompetenti demagoghi antiglobalizzazione, ché senza non ci saremmo risparmiati il virus, capace di circolare magari più lento anche in tempi di scarsa comunicazione tra le persone e i villaggi, ma non avremmo avuto la mutua assistenza fulminante dei mercati e la tecnologia benigna, quella della ricerca, quella dell’intrattenimento, quella che ha reso possibile a milioni e milioni di compatrioti in tutte le patrie di godere della capacità di relazione detta smart working e della multilateralità del sistema postale integrato che non ci allontana più di tanto nel momento in cui finiscono gli abbracci, i toccamenti, le conversazioni amicali e intime.
Non parliamo degli effetti politici secondari, che sono primari, guardando al novembre prossimo americano. Non parliamone. Incrociamo le dita. Parliamo invece del torrente di alfabetizzazione spinta che potrebbe riversarsi sulle nostre abitudini: sono convinto che si vendono infinitamente meno libri perché finalmente se ne legge qualcuno in più, sono certo che l’evento del consumo culturale sciagurato e ciarliero non sarà così rimpianto, che la dimensione anche solitaria, benedetta, dell’emozione e del piacere, della gioia di raggomitolarsi in un testo avrà presa che non aveva più da tempo e non lascerà poi facilmente la presa. E forse m’illudo, forse tutto tornerà come prima, che è quello che succede sempre quando la vampata della retorica, anche quella inutile, ci suggerisce banalmente che niente sarà più come prima.

• «Soltanto gli analfabeti non adoperano il lapis» è l’incipit di un articolo pubblicato negli anni venti. Il lapis è la cannetta di grafite che sta rinchiusa nel legno di una matita; ma è stato anche, per molti anni – e, seppur in disuso sempre più frequente, qualcuno ancora lo dice – la sineddoche con cui si indica l’intera matita. La citazione è presa dalla rubrica “Frammenti” che Giorgio Dell’Arti tiene su Repubblica ed è a sua volta tratta da un libro che da tempo è nella mia wishlist: Matite. Storia e pubblicità di Giovanni Rienzi, edito da Silvana Editore. Se invece siete alla ricerca di un posto dove acquistare un po’ di (buone) matite, il negozio CW Pencils Enterprise di New York (ma spedisce in tutto il mondo) è ciò che fa per voi.

• Gianluca Marziani a proposito di Edward Hopper e della sua mostra alla Fondation Beyeler di Basilea, inaugurata ma poi anch’essa sospesa per coronavirus, e il parallelismo con la solitudine degli italiani in questi giorni:

Una coppia sul patio di un terrazzo. Una donna davanti alla bow-window della sua casa a Cape Cod. Una ragazza pensierosa sul suo letto mentre osserva la città dal’alto. Un benzinaio solitario su una via di campagna. Una donna tutta sola sul divano, una coppia silenziosa in tinello… descritte così sembrano le immagini da Instagram degli italiani che postano frammenti di vita, in realtà sono i temi ricorrenti che hanno reso magistrale la metafisica ordinaria di Hopper, la sua idea antieroica e neorealista, molto poco american way of life; un’idea in cui le solitudini garbate, la malinconia senza enfasi e la normalità dignitosa hanno offerto al mondo il lato in ombra di una Nazione ad elevata competizione selettiva. Dagli anni Quaranta ai Sessanta Hopper espresse al meglio la sua vena narrativa dal cuore filmico, il suo racconto essenziale, la sua indole da osservatore chirurgico, così simile ai tratti letterari di John Fante e Raymond Carver. Sono anni dorati per i colossi industriali a Houston e Pittsburgh, anni di crescita verticale a Chicago e New York, di crescita intellettuale nelle università di Boston, anni di grandi magazzini e invenzioni tecnologiche, di merci, automobili e lusso moderno…

Edward Hopper, “Morning sun” (1952)

• Ho riascoltato, dopo anni, Concert by the sea di Erroll Garner nell’edizione completa pubblicata qualche anno fa.