Gli amministratori locali, le disposizioni e noi.

Senza che questo suoni come una polemica, tanto inutile quanto più l’emergenza del coronavirus restringe sempre più la nostra quotidianità e ci obbliga a rispettare le norme senza commentarle.

Mettetevi però nei panni di un amministratore pubblico. Di un Sindaco e della sua giunta, da più parti definiti – non a torto – come i primi avamposti nei confronti della cittadinanza e come gli ultimi a mollare il colpo in tempi di emergenza, dovendo sempre stare in trincea a controllare i propri territori. Non vale nemmeno la massima di Flaiano per cui la situazione è grave ma non seria. La situazione, oggi, è grave e seria. Ma se alla gravità dobbiamo far fronte nei modi che ormai tutti stiamo imparando a conoscere – rispetto delle norme, stare in casa e non uscire ché non va tutto bene come ripetiamo in un mantra ormai sempre più stanco – sulla serietà siamo purtroppo rimasti da soli.

Saltiamo a piedi pari gli ultimi quindici-venti giorni e andiamo direttamente a ciò che è successo nelle ultime ore.

Le regioni del Nord Italia, le più colpite, con la Lombardia in testa, da giorni chiedono al governo una ulteriore stretta rispetto alle misure fin qui messe in atto. Di fatto, ciò che Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna chiedono sono misure ancor più restringenti, con la sola salvaguardia delle filiere che garantiscono i servizi essenziali per i cittadini, generi alimentari in testa.
Il governo però nicchia. Comprensibilmente, aggiungo io: non è facile prendere a cuor leggero una decisione che, contemporaneamente, mette sotto torchio la nostra economia ancor più di quanto fatto finora e, soprattutto, corre il rischio di minare al già fragile equilibrio sociale della popolazione, che ad ogni mezzo annuncio delle istituzioni risponde con immotivate e incomprensibili file fuori dai supermercati, dettate però da un allarme psicologico che non tutti riescono a tenere a bada.

Superata l’ora di cena dell’ennesimo sabato di quarantena, la Lombardia decide per lo scatto in avanti. Per una forzatura, se stiamo agli inviti del governo a non fare passi unilaterali e a mantenere un coordinamento tra lo stato e gli enti locali. E stabilisce che siano chiuse le attività artigianali di servizio (definizione incontestabile: ma quanti sanno cosa significa?), i cantieri e gli studi professionali, che siano evitati gli assembramenti di più di due persone nei luoghi pubblici (pena una multa da 5 mila euro), che le uniche attività commerciali aperte siano quelle di vendita di generi alimentari, le farmacie, i tabacchi e le edicole. Dopo l’annuncio, la pubblicazione di un’ordinanza, firmata dal Presidente Fontana.

Passano un paio d’ore e i telegiornali, chiamati in edizione straordinaria, annunciano che Conte avrebbe fatto alcune dichiarazioni alle 22.45. E qui il Presidente del Consiglio annuncia la chiusura anche delle attività produttive, tenute aperte nell’ordinanza Regionale seppur con grandi inviti ad adottare prudenza. Allo scatto in avanti Lombardo ha quindi risposto il Governo con un sorpasso a destra.

Si badi bene – e ritorna l’invito fatto in apertura a non considerare questa mia una polemica – quello di Conte è però solo un annuncio. Che suona quasi come un’accusa di lesa maestà: come si permettono i governatori di prendere decisioni autonome rispetto a quelle del Governo?
Se ci fermassimo solo al contenuto dell’annuncio, non sarebbe però un problema: gli italiani stanno dimostrando di accettare le norme e le regole stringenti e, sebbene il dibattito sulla chiusura delle attività produttive continuerà nei prossimi giorni, accetteranno anche questa decisione, pur in tutta la scompostezza che ci caratterizza come popolo e che dobbiamo comprendere anche in periodo di crisi, ché non può essere solo vanto di varia creatività quando vogliamo spendere il nostro «modello Italia».

Il fatto è che non c’è altro, oltre l’annuncio. Al momento in cui scrivo – e sono passate dodici ore dall’intervento di Conte – non esiste il decreto con le misure; nemmeno una bozza che circola pazza nelle chat dei governatori locali o riportata dagli organi di stampa con accusa di «fuga di notizie».

E torniamo agli amministratori locali. Che in tutto questo devono comunicare ai cittadini le nuove disposizioni – temporanee e salvo il nuovo decreto, in arrivo ma che non arriva – e organizzare il lavoro sulla base di una comunicazione del sabato sera del Presidente del Consiglio, che inverte l’ordine naturale delle cose: perché prima si fa il decreto, e poi lo si illustra agli italiani. Perché gli annunci non dispongono, non sono operativi, non entrano in vigore.

È prassi che i consigli dei ministri deliberino titoli e slide da mostrare in conferenza stampa, delegando agli uffici legislativi la successiva scrittura del foglio bianco. Ma qui non si tratta di una misura buona da spendersi nell’immediato. Qui si tratta del presente – e del futuro, ce ne accorgeremo nei prossimi mesi – di una intera nazione, lasciata nell’incertezza della validità di un dispositivo verbale e nella confusione con altri dispositivi come le ordinanze regionali, che almeno una firma e una finestra di decorrenza la recano. Se per una volta, anziché rincorrere le fughe e intestarsi la sovranità delle decisioni in un tiro alla fune tra Stato e Regioni, tutti dimostrassimo un po’ più di rispetto per le regole – anche legislative e deliberative -, nella situazione di emergenza in cui ci troviamo solo l’Italia avrebbe da guadagnare. Che in un momento come questo – mi sia permesso cari Presidente del Consiglio e della Regione – sarebbe già gran cosa.

Poi, quando tutto sarà finito e speriamo il prima possibile, torneremo a fare la voce grossa, a farci i dispetti, a scattare in avanti e a subire sorpassi a destra (o a sinistra).