Una lettera dalla quarantena.

L’avevo iniziata come una vera lettera: io scrivevo e un destinatario avrebbe ricevuto, in forma privata. Poi mi sono fatto prendere la mano, e mi rendevo conto di aver superato lo scopo della lettera man mano che scrivevo e rifinivo. Ha preso infine la forma di un post, che pubblico qui sotto. Sono certo che il destinatario non se ne avrà – alcuni riferimenti li capirà solo lui – e, del resto, nulla di privato è stato svelato.

Caro ____,

siamo ormai giunti all’alba della quarta settimana di lavoro da casa – smart working, lo chiamano: ti ricordi quando, in uno scambio di battute, io lo canzonai come «dumb working» e tu replicasti con «not working»? Eppure ce l’abbiamo fatta: diligentemente, lavoriamo ognuno da casa propria. Più lenti del solito e con la straniante sensazione di alzare gli occhi dal pc e avere davanti il divano di casa, o la televisione, anziché un collega, la finestra sul parchetto o – lo ammetto, mi manca – quella con la vista sulla Madonnina. Nessuno di noi sta però prendendo alla leggera tutto questo, o concedendosi una «siesta» prolungata, come qualcuno da oltre la Manica maligna.

Non so se ciò sia dovuto allo spirito di sacrificio o a quel senso di dovere che è in ognuno di noi, persino quando fatichiamo nel tenerlo nascosto; so, però, che questo lavorare a distanza ha come scopo anche quello di farci sentire ancora parte di una comunità, di una consuetudine, della (pessima, invero) abitudine di alzarci tutte le mattine dal letto e cominciare a vivere. Se una cosa questo maledetto virus ha insegnato ai lavoratori, forse è quella di riscoprire che la nostra quotidianità non è solo uno stipendio a fine mese, ma l’ingranaggio – senza dare al termine l’accezione negativa che solitamente si porta appresso, soprattutto quando viene adoperato in contesti di lavoro – in un meccanismo che produce qualcosa: non solo per chi ne beneficerà, ma anche per noi stessi, per il nostro ruolo nel mondo che, certo, non è limitato al lavoro, sebbene in questi giorni di reclusione, dove tutto è ricondotto al tinello di casa, è sempre più difficile tenere separate le tante sfere che compongono la nostra vita.

C’è però preoccupazione, inutile negarlo. Ogni giorno che passa sembra allontanarsi sempre di più la luce in fondo al tunnel, e la domanda “quando potremo tornare alla vita di prima?” ha da tempo perso di ogni significato e speranza: e sociologi e intellettuali si interrogano e ci avvertono che no, quando sarà non avremo più la vita di prima, il virus non è solo uno spartiacque temporale tra un “prima” e un “dopo” ma è, soprattutto, uno spartiacque nelle nostre vite.

David Grossman, scrittore che non ho mai particolarmente amato, ha scritto nei giorni scorsi un bell’articolo su Repubblica. Forse un po’ troppo gonfio di quella retorica che oggi ci vorrebbe poco umani e dopo il virus improvvisamente tutti più umani; ma in periodi come questi è facile fare retorica e ancor più facile crogiolarsi dentro le sue vampate. In quell’articolo Grossman ha scritto che

per molti l’epidemia potrebbe trasformarsi in un evento cardine, fatidico per il prosieguo della vita. Quando si attenuerà, la gente finalmente potrà uscire di casa dopo una lunga quarantena e scoprire nuove e sorprendenti possibilità, generate forse dal contatto con il fondamento stesso della nostra esistenza. Magari la morte tangibile e il miracolo della salvezza scuoteranno donne e uomini. Molti perderanno i loro cari, il lavoro, la fonte di guadagno, la dignità. Ma quando l’epidemia finirà, non è da escludere che ci sia chi non vorrà tornare alla sua vita precedente. Chi, potendo, lascerà un posto di lavoro che per anni lo ha soffocato e oppresso. Chi deciderà di abbandonare la famiglia, di dire addio al coniuge, o al partner. Di mettere al mondo un figlio, o di non volere figli. Di fare coming out. Ci sarà chi comincerà a credere in Dio e chi smetterà di credere in lui.

Non so se quando l’epidemia sarà passata io non vorrò più ritornare alla mia vita di prima. Lo starci oggi così legato mi fa pensare di sì. Mi preoccupa di più sapere che la vita di prima non ci sarà più, e forse lì sta la tentazione di dare un taglio a tutto. Per il momento contiamo solo i giorni che scorrono o quelli che ci separano dai termini sin qui imposti da decreti legge e ordinanze, ma non le macerie che si accumulano, e rimandiamo la vera conta a quando l’emergenza sarà finita. Ma queste macerie sono evitabili o, piuttosto, il prezzo da pagare per poter riemergere quanto prima? Qualcuno ci sta pensando, qualcuno fa progetti su quella che sarà la nuova normalità – la vita sociale ed economica, soprattutto – o abbiamo già rimandato al dopo?

Di prezzi da pagare – dicono – ce ne saranno molti. E in parte già ne paghiamo. Non mi pare di secondaria importanza, a chi stia a cuore, il tema della libertà, nemmeno di fronte alla malattia e nemmeno davanti al sacro primum vivere… Una libertà che, nei fatti, stiamo tutti già sacrificando, chiusi nelle nostre case. E una libertà che, da più parti, si vorrebbe ancora più sacrificata, seppur nel quadro democratico che ci contraddistingue da chi ha (forse) superato l’emergenza avendo calpestata la libertà sempre e non soltanto nello stato di crisi. Che sia giusto usare i dati raccolti dai nostri telefoni per limitare il contagio è un tema stupido (o no?) da porsi quando il contagio non accenna a diminuire. Ma poi cosa succede se questa misura rimane anche dopo? È facile prendere, e accettare, certe imposizioni nei periodi di crisi; difficile dismetterle e farne a meno a crisi finita, quando ormai lo spazio pubblico si è ingrossato e quello privato ridotto di conseguenza.

E così non so più a cosa credere, io che mi ritenevo una persona libera e forse mi accorgo ora che confondevo la libertà con il menefreghismo o, se non proprio, almeno con l’atteggiamento di chi è facile fare i libertari quando si gode già di un’enorme libertà. Prendi l’economia: chi mi ha insegnato -e io ho appreso con passione ed entusiasmo – la superiorità del libero mercato sulle regole, sulle imposizioni, sui lacci & lacciuoli dello Stato oggi tentenna e invoca invece lo Stato come l’unico in grado di intervenire con il suo sostegno, il suo aiuto, la sua supplenza e le sue regole per controllare il mercato. E non so più a cosa credere, o chi ascoltare, se valga la pena mettere in dubbio tutto quello che ho pensato fino ad oggi – magari pecco di presunzione, ma provo a tenere duro – o se forse è meglio un bel bagno di realtà e passare, per non dare l’impressione di troppo cinismo, dall’essere libertari nella vita personale e liberisti in quella economica a non dico proprio statalisti e ortodossi ma almeno keynesiani: ci crederemo poco, noi liberisti, ma almeno ci porteremo bene in società.

Questa confusione di identità e di credi vale anche nella sfera più personale e religiosa, dove il non credente e il credente, il critico della Chiesa e il papaboy restano egualmente incantati e attratti da una foto che è già materia per i libri di storia, quella in cui il Papa prega da solo in una piazza S. Pietro mai stata così deserta. In breve tempo un colpo di spugna cancella anni di coscienza: dall’individualismo sfrenato alla riscoperta della socialità, che tanto ci manca quanto più ci viene interdetta. Fino al conforto della religione: da io a Dio.

Ma sto divagando, me ne rendo conto. È che le parole mi sgorgano come desidero facciano sempre, e invece di solito niente. Devono essere state le letture accumulate in questi giorni: varie e bulimiche, una curiosità che sembra non soddisfarsi mai: Arbasino ci ha lasciati ma non le sue scorribande, le sue interminabili vacanze, le sue descrizioni, i tic e gli chic ma mai il moralismo; e le superbe concupiscenze librarie di Giorgio Manganelli, dove è bello perdersi godendo semplicemente della costruzione delle frasi e della musicalità delle parole e fa niente se sono scritti, ritagli, recensioni e non c’è una storia, non c’è un insegnamento: la lettura non sempre deve intrattenere o educare, può essere goduta solo per il gusto della lettura, per l’estetismo del momento («l’arte per il gusto dell’arte»: espressione abusata sempre nei contesti sbagliati). Mi sembra di avere un flusso di parole che si accumula nella testa e lì si rimescola, mai fermo e mai sedimentato, e si trasforma in qualcosa che spinge per uscire. Un prurito alle mani e uno sfogo liberatorio di lettere e pensieri – forse il vero senso di questa lettera, che sta assumendo sempre più i toni di un pedante flusso di coscienza.

I libri, ecco. O i film, i dischi, i tour virtuali dei più grandi musei del mondo. Ci ripetiamo stancamente che tutto questo ci salverà dal tedio che la quarantena forzata porta con sé. Abbiamo abbonamenti a ogni possibile piattaforma streaming per i film e la musica, e Amazon ci consegna ancora qualche libro per rimpinguare le scorte della pila di quelli da leggere. Anche se la sensazione è che si legga come prima, e cioè poco o niente, e semmai la copertina è utile per un post su Instagram, che immortala e consegnerà ai posteri il diario di questa epidemia. Con l’inganno presto svelato: chi oggi vorrebbe che lo stato tracciasse i nostri spostamenti già trasmette la sua vita da recluso come fosse un reality; e in questo reality c’è la rubrica sui libri, che poi restano per giorni intonsi sul comodino del letto – l’ultimo fermo immagine che chiude la diretta della sera – con il segnalibro sempre allo stesso punto (e le case editrici che pure glieli regalano, questi libri soprammobili!) perché la condivisione del primo caffé del mattino, della preparazione del pranzo, e lo yoga del pomeriggio e l’aperitivo in videoconferenza consumano tutto il tempo che abbiamo a disposizione – persino quello in più che questo stato di emergenza ci ha regalato. Ma forse è giusto così, abbiamo abbassato talmente tanto la soglia del pudore da non considerare più tutto questo nemmeno voyeurismo, e quanto alla mistificazione della realtà i calli sono già grossi e duri sulle nostre mani; resta solo il problema della soglia voyeuristica, a quel punto alzatasi talmente da essere diventata pornografia tout court.

Ma ecco, caro ___, che in conclusione provo a rientrare nel vero argomento che mi ha spinto a scriverti. Cosa sarà di noi, dopo. Del nostro lavoro, delle macerie che dovremo raccogliere, dello stato delle cose – e della conta dei morti, no feriti non ce ne sono: la chiamano guerra, questa epidemia, ma non fa feriti, solo caduti. Non lo so cosa sarà, e forse dovremmo inventarci qualcosa se ciò che c’era prima non regge più. Ecco, solo per dirti che, nel caso, ritienimi ancora dei tuoi. Per ricostruire insieme, se necessario persino meglio di prima.

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