Hocus pocus

Se togliamo il riferimento al film Disney del 1993, nel linguaggio italiano l’equivalente dell’espressione «hocus pocus» potrebbe essere il «sin sala bim» del mago Silvan. Eppure, nel mondo anglosassone, «hocus pocus» è un modo di dire parecchio usato e dall’origine incerta. Il Cambridge Dictionary, nella sua versione online, lo descrive come un trucchetto usato per ingannare qualcuno e, in seconda accezione, come un termine nonsense impiegato per nascondere qualcosa (per rafforzare il significato, la frase esemplificativa del suo impiego è: «molto di quello che dicono i politici è un hocus pocus»). Per qualcuno l’origine dell’espressione è però da far risalire ad una parodia della cattolica liturgia eucaristica, dove il latino «hoc est enim corpus meum» (questo è il mio Corpo) è stato contratto e maccheronizzato appunto in «hocus pocus» («hoc est corpus»).

Super Mario Bros è una delle cose più terribili che ci porteremo dietro dagli anni Novanta, periodo in cui ebbe un successo planetario. Fece la fortuna della Nintendo, certo; e fu l’incubo dei genitori, strattonati dai figli nel reparto videogiochi dei grandi supermercati per comprare quei modelli di console su larga scala, che si agganciavano alla televisione tramite la presa scart (e, per i più sfortunati possessori di apparecchi dell’era precedente, con faticosi magheggi con la presa dell’antenna) e garantivano interi pomeriggi chiusi nella cameretta (sempre per i più sfortunati: nel salotto) con patatine, amici e schiamazzi. Un incubo bidimensionale, dalla grafica incerta, dove due fratelli idraulici (e prima o poi bisognerà che qualcuno scriva anche un trattattello su Luigi, il fratello minore tenuto in disparte col suo cappellino verde – nonché sul fatto che ai due furono dati i più tipici nomi da emigrati a Little Italy) combattevano nemici tra i condotti delle fognature di New York.
Come per tutti i fenomeni popolari, il marketing impazzò. Astucci, cartelle e intero corredo scolastico griffati Mario Bros; linea di abbigliamento; modi di dire. Inevitabile che, ad un certo punto arrivasse anche il film. Fu nel 1993, per la regia di Rocky Morton e Annabel Jankel e con protagonisti Bob Hoskins e Dennis Hopper. Fortuna vuole che la pellicola sia durata il tempo di una stagione, tanto che non la ripropongono più nemmeno per i gli studenti rimasti a casa per il mal di pancia da scuola.

Ai Roxette il binomio brano-film è sempre piaciuto. Se è vero che nel 1990 avevano già all’attivo due dischi da studio e un certo seguito sia in Europa che negli Stati Uniti, fu però l’inclusione della canzone It must have been love nella colonna sonora del film “Pretty woman” a garantire loro il successo planetario. E pensare che il brano era già uscito, piuttosto in sordina e solo nella loro Svezia, nel 1987 con il sottotitolo di “Christmas for the broken hearted”: strappalacrime canzone natalizia per cuori solitari.

Per Gessle dei Roxette, sia detto una volta per tutte, è uno dei migliori songwriter di pop music di sempre, come dimostra la sua enorme carriera prima con i Gyllene Tider, poi con i Roxette e persino da solista (e ancora ricordo quando, atterrato a Stoccolma Arlanda, il suo faccione sopra il logo dell’ufficio del turismo mi diede il benvenuto in Svezia). Pensando di ripetere il bis di It must have been love, Per Gessle aveva accettato di buon grado l’invito della Disney di comporre il tema del film “Hocus Pocus”. E i Roxette lo avevano già praticamente inciso quando, all’ultimo, la Disney si rivolse alle En Vogue e dirottò Almost unreal, questo il titolo della canzone, su un altro progetto cui stava lavorando con la sua sussidiaria Hollywood Pictures: il film “Super Mario Bros”.

Non è questione di ciambelle che a volte vengono senza buco, o del rischio di riproporre una formula nella speranza — quasi sempre vana — che questa si ripeta. È, piuttosto, che It must have been love era diventato un classico istantaneo e, soprattutto, che “Super Mario Bros” non era assolutamente, e sotto ogni punto di vista, “Pretty woman”. Sta di fatto che Almost unreal, come canzone sui titoli di coda del film, ottenne sì un discreto e immediato successo, ma non sopravvisse alla stagione, se non tra i fan dei Roxette. Nessuno del grande pubblico oggi si ricorda del brano e, forse con qualche colpa, nessun servizio di telegiornale l’ha messa lo scorso dicembre, quando è mancata Marie Fredriksson.

Poi ognuno ha i suoi piaceri proibiti. C’è chi pensa che “Super Mario Bros” sia un film infinitamente superiore a “Pretty woman”; e chi, probabilmente, ritiene Almost unreal migliore di It must have been love. Chi scrive si astiene dal fare commenti sulle pellicole ma nega l’adombrata superiorità del brano sull’altro. I Roxette sono uno di quei gruppi che sanno di primavera e l’immaginario costruito da Per Gessle pesca molto da lì. Dev’essere anche per il fatto — un po’ luogo comune, in verità — dei rigidi inverni svedesi e delle loro splendide primavere. I Roxette sono, per chi scrive, la quintessenza del pop spensierato nonché grande ascolto solitario nei momenti di decompressione. Fuori dal giro che conta, non vengono citati nemmeno per essere bistrattati, forse perché sotto sotto sono uno di quei nomi che covano un certo rispetto anche nel mondo ombelicale, snob e solipsistico della critica musicale.

Se però avete una sensibilità che si strugge al ricordo dei flirt estivi di quando eravate ragazzini, o ugualmente sentite ancora quella fitta allo stomaco pure da adulti, vi sfido a non provare un tuffo al cuore ogni volta che, in Almost unreal, Marie canta: «I love when you do that hocus pocus to me».

(Il video, ecco, è una delle cose più orribili mai viste).