Archivio della categoria: Muffa

tutto ciò che ho scritto sul vecchio blog, sul tumblr e da altre parti che voglio recuperare.

Over and over.

La professoressa Elizabeth Margulis del Dipartimento di Musica dell’Università dell’Arkansas, in un video prodotto dal TED spiega perché la ripetizione in musica è tra le nostre cose preferite.

Sulla questione sono stati scritti celebri articoli. Uno di questi era opera della stessa professoressa Margulis. Un differente punto di vista sulla questione lo possiamo trovare in un saggio di Mark Richardson pubblicato su Pitchfork qualche anno fa. Val la pena ripescarlo e sottolineare in particolar modo un passaggio sulle false ripetizioni, che per essere riconosciute costringono l’ascoltatore a prestare più attenzione:

Something often noted about repetition is that the music isn’t actually repeating at all but is in fact always changing slightly in a way that careful listeners can detect. This is the principal on which Steve Reich’s phase pieces are based, that the content is actually to be found in the gradual changes.

 

 

Bere birra.

Sto vivendo in una bolla. Da 24 ore dove abito io il segnale 3g del mio operatore telefonico prende (come da apposito simbolino sul display dell’iPhone), ma va lento come se fosse un modem di quelli preistorici a metà degli anni ’90, rendendo di fatto impossibile ricevere posta, controllare Twitter, leggere i feed, dare un’occhiata a Zite ecc. senza la copertura Wi-Fi.

Non vi dico il nome della mia compagnia telefonica: sono stati gentilissimi, m’hanno già aperto una segnalazione, affidato un codice e promesso di farmi sapere qualcosa entro 48 ore. Sto con loro da più di 10 anni, mi è sempre andata bene e sono fiduciosissimo anche questa volta.

Ieri sera, intorno alle 23, un piccolo spiraglio di luce. Poi niente. Il bello è che, appena mi sposto di 4-5 chilometri, tutto funziona come prima.

Potrei provare uno di quegli esperimenti lagnosissimi di chi ne approfitta e per 10 giorni vive come nel Paleolitico. Ma temo non ne valga la pena. Intanto questa sera mi berrò una birra.

[fondo di magazzino] la gente i dischi li comprerebbe ancora, se solo voi li sapeste produrre.

Pubblico su questo sito gli appunti di un discorso che avrei dovuto tenere qualche mese fa e di cui poi non se n’è fatto più niente. Avrei potuto articolarlo meglio, avendolo interrotto nel momento in cui mi è stato detto “è saltato tutto, ci spiace”. Ma il file giaceva nella cartella delle bozze da troppo tempo, e rimetterci mano ora avrebbe significato buttare via molto di quanto scritto. E tra il cestino e il blog ho scelto il blog. Prendetelo per quello che è: una specie di fondo di magazzino. (g.m.)

* * *

Si sente dire sempre più spesso che «la gente non compra più i dischi». Non è ovviamente vero: la gente compra ancora i dischi, altrimenti non staremmo qui a discutere. Certo è che lo fa con una frequenza immensamente inferiore rispetto a un tempo e per diversi motivi, alcuni dei quali non hanno niente a che vedere con la musica, col suo stato di salute e con la fama di cui gode. C’è da dire anche un’altra cosa: chi acquista sempre meno dischi (o non li acquista affatto) potrebbe anche non essere la stessa persona che vent’anni fa si recava regolarmente nei negozi di dischi (o non si recava affatto, perché il «una volta era diverso» è un po’ vero ma anche un po’ una storiella).
Rimane un problema: persino gli addetti ai lavori comprano meno dischi. Anche chi è professionalmente nel mondo dell’industria musicale (o nel grande indotto che questa genera) tende a spendere meno in prodotti discografici, o a sviluppare un odio generalizzato e semplificatorio verso l’industria, al quale fa da contraltare un elogio spericolato del file sharing. Tutto ciò può sembrare anche un po’ paradossale: come se un salumiere o un barista smettessero di comprare il prosciutto, o di bere caffé. Continua a leggere

Il tetto dello sconto

A volte una o due o tre parole bisogna dirle. Capita che in queste giornate estive sia stato approvato un disegno di legge che definire indecente è dire poco. Mi riferisco al ddl riguardante la nuova disciplina del prezzo dei libri (2281-B), di cui ho scritto indecente per vari motivi. Il più importante: avere come presupposto principale quello di drogare il mercato, di fissare odiosi paletti, di mettersi in mezzo alle faccende di economia libraria. L’obiettivo di questo ddl è infatti quello di fissare nel 15% del prezzo di copertina lo sconto massimo che i librai potranno applicare alla maggior parte dei libri (sono esclusi dall’oggetto del ddl i libri antichi, i libri artigianali, gli invenduti e i fuori catalogo). A proposito si è letto e scritto molto, e chi tende a difendere questa scelta dice: così salviamo le piccole librerie, le quali non riescono più a sopravvivere schiacciate dalle offerte concorrenziali e dagli sconti altissimi applicati dalle grandi catene (quelle che fanno capo ai più grossi gruppi editoriali italiani, per intenderci) e, soprattutto, dagli store online (da qui il nome di legge «ammazza Amazon» che ha iniziato a circolare in rete). A quesa osservazione si può solo aggiungere che una legge economicamente liberticida non vale mai la pena, tanto più quando è ancora tutto da verificare se chi comprava i libri in rete adesso non continui a farlo lì, anche se lo sconto è solo del 15%, anziché iniziare a rivolgersi al libraio sotto casa spinto da spirito compassionevole. Altro argomento in difesa è quello secondo cui incentivando i piccoli librari si incentiva la lettura e la promozione di testi “minori”; anche qui però è facile ribattere che non si è mai visto che per incentivare un qualcosa si vada a diminuire la possibilità di acquistarla ad un prezzo inferiore, normalizzando di fatto il mercato. E di testi minori ne sono piene tutte le librerie, anzi: più la libreria è grande, più sono i testi (compresi quelli “minori”). C’è poi un’altra questione non da poco che collima con la promozione del libro e della sua cultura: la legge fissa anche nel 20% del prezzo di copertina lo sconto che i librai potranno effettuare alle biblioteche le quali, è risaputo, comprano una enorme quantità di libri che poi verrà prestata gratuitamente. Bene, il presidente dell’AIB – Associazione Italiana Biblioteche ha scritto una lettera al Presidente della Repubblica, della Camera e del Senato per comunicare loro che, prima di questa legge, era consuetudine che le biblioteche ricevessero sconti ben superiori al 20%. Rimane purtroppo poco da aggiungere a quanto già detto, se non che leggendo tra gli estensori della legge rispunta un nome che, in Italia, è sempre andato di pari passo con l’editoria combinando di volta in volta un disastro dopo l’altro: Ricardo Franco Levi. Un passato da giornalista, fu il fondatore dell’edizione italiana de l’Indipendente, quotidiano borghese creato sulla falsariga del giornalismo anglosassone e che da quello prendeva il motto “i fatti separati dalle opinioni”. Risultato: la cordata di imprenditori che ci mise (tanto) denaro si sfaldò quando le vendite crollarono in edicola (19 mila copie al dì) e fu fatto arrivare Vittorio Feltri a salvarne le sorti (ma questa è faccenda da manuali di storia del giornalismo italiano). Levi compare poi varie volte come sottosegretario in governi di centrosinistra. L’ultima volta fu nel secondo breve governo Prodi, quando s’inventò nientemeno che un disegno di legge che prevedeva un registro statale al quale i siti web nostrani dovevano iscriversi dopo aver anche nominato un direttore responsabile, come fosse una testata giornalistica. Levi non è l’unico promotore del disegno che limita gli sconti sui libri, ci mancherebbe, ne è solo l’estensore principale. Così come il ddl è stato votato in modo bipartisan, anche i promotori sono sia di destra che di sinistra (e c’è persino anche qualche giornalista, persona che forse più di altri dovrebbe essere quanto meno sensibile al tema). L’Istituto Bruno Leoni, che è uno dei pochi think tank seri italiani, insieme a nicchie liberali come i tizi di Chicago Blog guidati da Oscar Giannino, nei giorni scorsi si sono occupati spesso dell’argomento e hanno promosso anche una raccolta di firme da consegnare al Presidente della Repubblica. Loro ci provano. In bocca al lupo.

Separare il fumo dall’arrosto (ovvero, della morte di Amy Winehouse)

L’ultimo prima di lei, in ordine cronologico, è stato Kurt Cobain. E a pensarci bene, tra i due corre più di qualche similitudine. Entrambi tossici, entrambi giovani (tutti e due morti a 27 anni, lei avrebbe compiuto i 28 il prossimo settembre), entrambi di poco talento, se si vuole essere davvero obiettivi. E già, perché domani scriveranno che Amy Winehouse era una tra le più talentuose del suo tempo, una cantante eccezionale, un’interprete sopraffina, una voce che chissà quando ne risentiremo un’altra così — perché poi, quando non si sa più dove andare a parare, si tira fuori la storiella della “voce così”, buona per tutte le stagioni e soprattutto ottima per inquadrare il soggetto anche in chi non lo conosce nemmeno per sbaglio, continuando per altro a non conoscerlo affatto.

La grande cantante, in realtà, di suo ha fatto ben poco. Ha scritto i brani di “Back to Black”, è vero, poi li ha dati in mano a Mark Ronson che ne ha cercato di fare il disco di punta del revival bianco del suol nero, uno degli ultimi deliri di retromania durante i quali si re-impacchetta il passato dopo avergli dato una spruzzata di compressore. Ma basta citare una che la “gran voce” l’aveva veramente anche se poi le è andata così così, Joss Stone, per capire che forse quella scena (se di scena vogliamo parlare) aveva ben altri e più degni rappresentanti. Di Amy Winehouse sono rimasti i video privati, partoriti dalla pruriginosa stampa anglosassone che con le celebrità (meglio se malconce) ha sempre avuto un rapporto morboso nel quale a guadagnarci era sempre lei. E quei video sembrano essere gli unici reali prodotti artistici della nostra, tanto che vedendoli l’impressione è che lei si aggrappasse disperatamente a questi mezzi per poter riaffermare il proprio status, o anche solo per dire semplicemente “ricordatevi di me”.

È triste e anche un po’ banale dirlo: da domani sarà una faccia sulle magliette. Insieme a Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Sid Vicious e Kurt Cobain (non ce ne vogliano i dimenticati). Dell’ultimo ho già detto, con gli altri il paragone è addirittura imbarazzante.

Lettera aperta a Christian Rocca su David Sylvian, le sperimentazioni e la critica musicale italiana

Caro Christian Rocca,

cercherò di girarci pochissimo intorno, di non fare convenevoli che risulterebbero solo ruffiani, e di arrivare subito al dunque: la tua Gommalacca di domenica 19 giugno è a suo modo una lezione. Riguardante come non si dovrebbe mai scrivere di musica, tanto meno sui giornali, tanto meno nell’inserto culturale tra i più prestigiosi (il più prestigioso?) della stampa italiana.

Il perché è presto detto: si parla di un artista, nella fattispecie David Sylvian, che si conosce poco o, e credo sia questo il tuo caso, che si è conosciuto bene e che ora non si conosce più. Perché qui non è in discussione il fatto legittimo che i suoi ultimi dischi non ti piacciano – hanno incontrato pochissimi favori di critica, soprattutto nel circuito mainstream, e non è un mistero che la svolta sperimentale abbia lasciato i più con l’amaro in bocca. La questione è: stroncare tutta una parte della carriera di Sylvian con argomentazioni tipo “inascoltabile”, “a malapena se ne salvano un paio”, “delusione inevitabilmente insopportabile” non è degno né dell’artista né dell’intelligenza di chi ne vorrebbe parlare.

Definisci Blemish un lavoro sufficiente e appena appena ascoltabile, ma forse ti è sfuggito un piccolo particolare: quel disco è realizzato per la quasi totalità insieme a uno dei musicisti più importanti di tutto il secolo scorso, il chitarrista Derek Bailey, il papà dell’improvvisazione libera, un personaggio che dello studio di nuove tecniche musicali per la chitarra da applicare all’improvvisazione – come la definiva lui – “non idiomatica” ha dedicato tutta la sua vita (i tizi di una piccola casa editrice di Pisa, la ETS, hanno di recente ristampato il suo fondamentale testo “Improvvisazione – sua natura e pratica in musica”, te lo consiglio). E rappresentava Blemish il tentativo di conciliare un certo tipo di cantautorato (sofisticato, del quale Sylvian era divenuto nel frattempo uno dei migliori interpreti) con il mondo, sconosciuto al grande pubblico, dell’improvvisazione europea. Una collaborazione di quelle che passeranno alla storia, e che proprio per questo motivo andrebbe valutata con maggiore spirito critico anziché trattata con sufficienza sulle pagine del Domenicale del Sole 24 Ore (e soprattutto all’interno di una paginata dedicata al MiTo).

Recensendo Died in the Wool avresti poi dovuto almeno citare Manafon, del quale il nuovo lavoro è una rielaborazione, un cut and paste, degli stessi materiali audio, con la collaborazione del compositore Dai Fujikura e dei produttori Jan Bang e Erik Honoré. Questo lavoro, che tu inserisci nella categoria degli “inascoltabili” è, se possibile, addirittura un passo in avanti rispetto a Blemish. Per la sua realizzazione è stato coinvolto un intero mondo musicale forse a te sconosciuto, forse a te non gradito, ma che anche qui si incontra con quello della “popular music” (secondo le definizioni di Richard Middleton prima e Franco Fabbri dopo) per la prima volta, delineando nuovi scenari nel lungo corso musicale di Sylvian che, partito dal glam-punk dei primissimi Japan ha esplorato gradualmente tutti i mondi dell’avanguardia musicale, da quella più pop a quella più astratta alla quale sembra essere approdato ora. Keith Rowe (fondatore degli AMM e pioniere della tabletop guitar applicata all’improvvisazione elettroacustica), Evan Parker (che pure ha pubblicato in passato per ECM, etichetta che spesso citi e tributi), John Tilbury, John Butcher, Sachiko M, e Christian Fennesz sono solo alcuni dei nomi che, improvvisando, hanno fornito il tessuto musicale sopra il quale Sylvian ha scritto e cantato i suoi testi.
Una scelta produttiva, questa, che all’epoca dell’uscita del disco fu pure molto criticata per la sensazione di poca coesione che dava all’intero lavoro: ricordo che suThe Wire Ian Penman fu spietato in fase di recensione e che anche qui da noi i pareri furono discordi (quasi sempre sottolineando, tra l’altro, che la cosa che meno funzionava era proprio la vocalità di Sylvian, che quasi sembrava sporcare l’ottimo lavoro musicale prodotto dai musicisti sopracitati). Insomma, si è letto di tutto, ma sempre in senso critico. Nessuno, per fare un esempio, ha scritto nemmeno sul più piccolo dei siti web che era come se il disco fosse “composto da un’unica noiosa canzone, senza musica, senza melodia, senza niente” o lasciato intendere che l’ex cantante dei Japan avesse la vena compositiva inaridita o, peggio ancora, si fosse bevuto insieme agli anni Ottanta (vi prego, una moratoria sul cliché del decennio “da bere”!) anche la musicalità, l’estro, l’eccentricità.
Ecco, sarebbe bastato sapere che i nomi coinvolti nella realizzazione del disco della melodia spesso non sanno che farsene, dato che il loro obiettivo principale – te la faccio facile –  è sfuggire agli idiomi musicali conosciuti e concentrarsi piuttosto sull’aspetto timbrico. Dopodiché si sarebbero potuti criticare la scelta, il nuovo corso di Sylvian, la pochezza del disco – tutti giudizi legittimi e rispettabili, se solo argomentati con coscienza e criterio.

L’impressione è invece quella della nostalgia come arbitro unico nel giudicare un lavoro musicale. Qualcosa del tipo: fino a che lo seguivo io, grande musica; siccome poi non l’ho più capito (e forse nemmeno l’ho più seguito tanto bene), spero sempre che Sylvian rifaccia un Gone to Earth o un Secrets of the Beehive, musica con la quale sono cresciuto, con la quale la mia coscienza di ascoltatore si è formata (o consolidata, non saprei), che aiuta a ricreare intorno a me un ambiente familiare, lontano da azzardi e/o sperimentalismi che, non capendo, non ho nemmeno gli strumenti per giudicare.
Una tecnica, questa, che trova sempre più spazio nella stampa italiana, dove si parla del caro e vecchio passato (tutti a spellarci le mani per il nuovo di Paul Simon o di chi vuoi tu) o della novità basata sull’immediato passato, dal gusto tanto retro’ da sfiorare il camp. Quando però un Sylvian (o un Neil Young con Le Noise, che pure mi sembra ti sia piaciuto) fanno qualcosa di diverso, sperimentano, osano, cercano di uscire dalla gabbia nella quale sono stati intrappolati per troppo tempo (o che hanno sempre rifiutato, come nel caso di Sylvian), ecco tutti storcere la bocca, dire “inascoltabile”, rimpiangere i bei tempi che furono. E senza spirito critico, beninteso.
Se vado a sentire un concerto di un esponente del Gruppo Wandelweiser, poi difficilmente scriverò che si è ascoltato ben poco e che per la maggior parte del tempo c’era silenzio. Cerco piuttosto di contestualizzare, ma dal punto di vista di chi conosce perché altrimenti è fin troppo facile prendere fischi per fiaschi, o ridurre sempre tutto a pezzulli autoreferenziali che soffocano la critica della grande stampa.

Ecco, caro Christian, forse ti sembrerò un po’ presuntuoso (fin dal darti del tu) e ti chiederai perché sprecare del tempo io a scrivere e tu a leggere. Probabilmente perché ti apprezzo talmente tanto per il tuo lavoro da giornalista, conoscitore come nessun altro (tanto meno le anime belle di certa stampa italiana) degli Stati Uniti, per credere che tu possa davvero scrivere una serie di banalità dopo l’altra parlando di musica. Un passatempo che immagino non essere un obbligo, né di vitale importanza per le tue finanze. Potresti sempre farti assegnare da Napoletano una column nella quale sbugiardare settimanalmente Vittorio Zucconi, o ricominciare a recensire Repubblica e altra stampa italiana come ai bei tempi del Foglio. Avresti materiale in abbondanza, noi ci divertiremmo un sacco a leggerti e il mondo te ne sarebbe (ancor di più) grato.

Con immutata stima.