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Occuparsi dello stronzo, e basta.

Emma Bonino intervistata da Giovanni Casadio e Dario Cresto-Dina su Repubblica:

Il 12 gennaio, in diretta su Radio Radicale, ha fatto un outing coraggioso. Ha detto: io non sono il mio tumore e voi neppure siete la vostra malattia, dobbiamo pensare che siamo persone che affrontano una sfida che è capitata. Si è rivolta a una pattuglia di combattenti. Quanto è stato difficile pronunciare quelle parole?
«Mi è costato pensarle, metterle in fila una dopo l’altra, mostrare una mia fragilità intima. Io sono una piemontese riservata anche sulle disgrazie, da sempre provo a vivere sostenendo che il personale è politico ma credo anche che il privato non sia pubblico. Può sembrare uno scioglilingua ma spero si capisca. Ero emozionata, come se avessi dovuto annunciare un divorzio. Io che non mi sono mai sposata, pur avendo avuto due grandi amori, perché sono refrattaria alla convivenza, a quella disciplina alla quale ora la malattia mi ha costretta. O forse, pensandoci bene, sono stata una virtuosa per mancanza di tentazioni. Alla fine avere fatto quella confessione mi ha aiutata. Molti malati mi hanno scritto: “Grazie, ha aiutato anche me”. Avere la consapevolezza che noi non siamo il nostro male, che siamo altro, che dobbiamo sforzarci di continuare a essere le stesse identiche persone di prima costituisce la nostra speranza e la nostra fede laica. So che mi devo occupare di questo stronzo e basta. Io o lui, vedremo chi la spunta. Ma non vado certo su internet a cercare che cos’è il microcitoma, oppure se mi conviene prendere l’aloe o qualche specie di bacca miracolosa…».

(E tanti auguri!)

Il carro dei vincitori è sempre pieno.

foto da Wikipedia

foto da Wikipedia

Sul Corriere della Sera di oggi viene citato in due editoriali il termine «bandwagoning» a proposito del passaggio di un gruppo di otto parlamentari di Scelta Civica al Partito Democratico. Ma cos’è il bandwagoning? Spiega Wikipedia che, letteralmente, il bandwagon è il carro su cui suona la banda. La tendenza del bandwagoning, dunque, è quella di salire sul carro dove suona la banda all’interno di una parata; più prosaicamente, noi intendiamo con ciò il «salire sul carro del vincitore».

In politica, quando si fa del bandwagoning e cioè si decide di salire sul carro del vincitore, non sempre lo si fa a posteriori. È possibile, infatti, farlo anche a priori e ottenere il cosiddetto «effetto carrozzone». In questo sono concordi sia Wikipedia, che parla della tendenza

a votare quei candidati che hanno maggiori possibilità di successo, o che vengono dipinti come tali dai media: questo comportamento aumenta la probabilità di trovarsi, a elezioni concluse, dalla parte giusta, quella del “vincitore”

che il dizionario Garzanti, dove alla voce «bandwagoning» scrive:

partecipare a un’impresa, sposare una causa e simili perché di moda o sembra destinata al successo, saltare sul carro.

Non si hanno traccia di definizione di «bandwagoning» nell’ultima edizione a mia disposizione del Devoto-Oli (quella del 2009), ma non mi è difficile pensare che il termine non sia entrato a far parte di quei neologismi che ogni anno popolano le nuove edizioni dei vocabolari. Del resto, l’espressione italiana di «salire sul carro del vincitore» è molto più efficace — e conosciuta — del termine inglese.

La versione internazionale di Wikipedia dà poi un’altra sfumatura per spiegare il bandwagoning. Dopo aver specificato che il termine è stato coniato dal politologo americano Quincy Wright nel suo libro del 1948 A study of war, lo declina all’interno di relazioni internazionali e dunque afferma che si parla di «bandwagoning» quando

uno stato si allea ad un altro più forte e inizialmente avversario, e concede che questo avversario più forte ora diventato alleato guadagni sproporzionatamente in ciò che conquistano insieme. Perciò il bandwagoning è una strategia solitamente adottata da stati deboli.

Fatta chiarezza, ritorniamo al Corriere e al termine «bandwagoning» citato nei suoi due editoriali. Inizia Angelo Panebianco, dove attacca il suo fondo in prima pagina così:

Nelle tribù umane accade esattamente ciò che avviene nelle tribù dei nostri parenti più prossimi, gli scimpanzé. Dopo che un membro del gruppo ha sconfitto i rivali al termine di una dura lotta di potere, diventando il maschio alfa, o dominante, si mette subito in moto un processo di bandwagoning: quasi tutti gli altri membri della tribù saltano sul carro del vincitore, corrono a rendergli omaggio. C’è però una differenza. Fra gli umani, nel bandwagoning è sempre presente una dimensione comica. Perché gli umani sembrano obbligati a negare la vera ragione per cui saltano sul carro del vincitore, ossia il fatto che, come tutti, tengono famiglia. Sono costretti ad inventarsi nobili motivi, dichiararsi solennemente interessati solo al bene del Paese: non lo fo per piacer mio, eccetera.

Quello di cui parla Panebianco è dunque il bandwagoning nella forma forse peggiore: quello a posteriori. Non mi alleo prima con il più forte, per convenienza, ma sono pronto subito dopo ad andarci insieme per la medesima convenienza, solo ribaltata. Da quando c’è Renzi in campo, in effetti, in Italia ha sempre dominato questo tipo di bandwagoning. A partire dalle primarie che lo elessero segretario del Pd, dove all’interno del suo stesso partito il così detto «apparato» lo aveva ostacolato salvo poi — soprattutto nei governi locali, dalle regioni in giù fino ai comuni — salire sul suo carro e dimenticarsi, ad esempio, che era stato lo stesso apparato ad imporre regole ferree alle primarie per impedire ai non organici al Partito Democratico (per la maggioranza possibili elettori o simpatizzanti di Renzi) di prendervi parte.

L’altro editoriale in cui si parla di bandwagoning è quello firmato a pag. 28 da Giovanni Belardelli. Qui non si parla tanto del significato del termine, né del concetto che racchiude. Si discute, piuttosto, del doppiopesismo nel giudicare e raccontare i casi di bandwagoning in Italia. Secondo Belardelli, e come dargli torto, il passaggio degli onorevoli di Scelta Civica al Pd

è un fenomeno frequente in politica: il bandwagoning, l’irresistibile (per alcuni, almeno) propensione a salire sul carro del vincitore. Non per questo si tratta di un bello spettacolo, soprattutto ripensando al fatto che i suoi attori, fondando Scelta Civica, avevano voluto accreditarsi come i rappresentanti di quella classe dirigente seria, competente, pensosa delle sorti del Paese che in Italia mancava. Ma lo spettacolo è tutt’altro che bello anche per un altro motivo. Per l’entusiasmo con il quale i dirigenti del Pd hanno accolto i transfughi di Sc, lodandone (così il vice-segretario del Pd Debora Serracchiani) la «responsabilità», dopo avere per anni considerato proprio l’inventore dei «responsabili» Domenico Scilipoti — che lasciò l’Italia dei valori per sostenere il governo Berlusconi — , come la personificazione dei mali della nostra politica […] È riemerso insomma in questa occasione un fenomeno che tutti ben conosciamo, consistente nell’applicare un metro diverso di giudizio dinanzi a un’azione a seconda se la compie un amico o un avversario.

L’album di famiglia di Rossana Rossanda

rossana-rossanda

Oggi sulla prima pagina del Corriere della Sera lo storico e politologo Ernesto Galli della Loggia ha scritto un articolo, intitolato Assassini e il coraggio di dirlo, che sta facendo molto discutere. In buona sostanza Galli della Loggia spiega che il mondo islamico non deve fare una ritrattazione o dissociarsi dai terribili fatti commessi negli ultimi giorni a Parigi dietro richiesta del mondo occidentale; piuttosto, ha bisogno di uno «scandalo» al suo interno, ovvero

di qualcuno nelle sue file che abbia la lucidità intellettuale e il coraggio di dire che se nel mondo si aggirano degli assassini – non uno, non dieci, ma migliaia e migliaia di assassini feroci – i quali sgozzano, violentano donne, brutalizzano bambini, predicano la guerra santa, e fanno questo sempre invocando Allah e il suo Profeta, sempre annunciando di compiere le loro gesta in nome e per la maggior gloria dell’Islam, ebbene se ciò accade non può essere una pura casualità. Non può essere attribuito a una sorta di follia collettiva. Il mondo non è pazzo: qualche ragione deve esserci. Deve esserci qualche legame – distorto, frainteso grossolanamente, erroneamente interpretato quanto si vuole – ma un legame effettivo con qualcosa che riguarda l’Islam reale.

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Politica senza cultura?

Marcello Veneziani spiega sul Giornale la mancanza di un reale retroterra culturale nei tre leader politici emersi dopo la crisi della Seconda Repubblica: Matteo Renzi, Matteo Salvini e Beppe Grillo. Se la vecchia sinistra, per tradizione, era imbevuta di cultura, persino nel berlusconismo e nella nuova destra secondo Veneziani erano rintracciabili dei sottoboschi culturali. Ora, invece:

Non c’è una nuova post-sinistra dietro Renzi, non c’è un pensiero radicale dietro Grillo, non c’è neanche mezzo Miglio dietro Salvini, almeno in partenza. E questa mancanza di retroterra non produce nei leader e nei loro proseliti alcun disagio, come se fosse inutile, ridondante, ingombrante, del tutto superfluo.

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Voli di Stato

Mi pare abbastanza significativo riportare una cronaca apparsa su Repubblica del 15 agosto 1984 a firma Toni Visentini. Significativo perché in questi giorni il Presidente del Consiglio Matteo Renzi è accusato di aver utilizzato un volo di Stato per recarsi in montagna a sciare con la sua famiglia. Renzi non ha bisogno di un avvocato; né c’è bisogno che quell’avvocato sia io — che pure lo critico, pubblicamente e privatamente. Però è stato divertente fare una ricerca negli archivi storici dei quotidiani perché le stesse persone che oggi accusano Renzi sono quelle che al Colle vorrebbero salisse una persone erede — non biologico, ma morale — del protagonista di questa cronaca.

SELVA GARDENA – Si erano conosciuti nel marzo di due anni fa a San Francisco, durante il trionfale viaggio del presidente della Repubblica negli Stati Uniti. La simpatia era stata immediata e reciproca e nei confronti del sindaco della città californiana Dianne Feinstein – una bella signora alta dai capelli neri – Pertini aveva fatto sfoggio di tutta la sua galanteria: “San Francisco è una bellissima città e lei la rappresenta nel modo migliore. Consenta di dire queste cose ad un uomo coi capelli bianchi che sa ancora apprezzare la bellezza femminile”. Sandro Pertini e la “major” di San Francisco si sono incontrati di nuovo ieri, questa volta però tra le montagne della Val Gardena, a Monte Pana, sotto il Sassolungo. “Ho saputo che la signora Feinstein e suo marito erano in vacanza a Cortina e le ho fatto sapere che avrei avuto molto piacere di incontrarla per ricambiare la gentilezza che lei mi ha usato a San Francisco”, ha spiegato Pertini ai giornalisti. Proprio Dianne Feinstein, – esponente di primo piano del partito democratico e il cui nome era stato fatto come candidata alla vice presidenza degli Stati Uniti insieme a quello di Geraldine Ferraro – ha decretato che ogni anno, il 27-28 e 29 marzo, a San Francisco si festeggino i Pertini’ s days. Così il presidente della Repubblica ha spedito ieri a Cortina un elicottero dei carabinieri per prendere la signora e il marito. Poi – lasciati nell’ armadio i pantaloni alla zuava e il maglione alla norvegese, e indossato un elegante completo principe di galles beige con cravatta verde – il capo dello Stato ha portato a colazione i suoi ospiti allo “Sport Hotel Monte Pana”, l’ albergo di “Tschucky” Kerschbauer, amico di Pertini grande appassionato di sci e di hockey, uno dei personaggi più famosi della valle. Con accanto una graziosa interprete gardenese, Pertini ha intrattenuto i suoi ospiti bevendo un aperitivo. Poi a colazione, seduto ad un tavolo a fianco degli altri clienti ha mangiato salmone affumicato, tartine al caviale e speck e ancora gnocchi alla romana seguiti da fegato alla veneziana. Bistecche di vitello invece per i coniugi Feinstein. Infine, torta “Sacher” e grappa per tutti. Il sindaco di San Francisco e Pertini hanno bevuto birra. Mister Feinstein, invece, Coca Cola. “Preferisce Pertini o Reagan?”, hanno chiesto i giornalisti al sindaco di San Francisco. “Domanda difficile. Certo è che conosco Pertini meglio di Reagan e vorrei vederlo per altri sette anni al Quirinale”, ha risposto la signora Feinstein. Prima dell’arrivo dell’elicottero che doveva riportare gli ospiti a Cortina (ci resteranno fino a sabato poi i coniugi Feinstein proseguiranno le loro vacanze italiane a Portofino) Pertini ha avuto nuovamente modo di mostrasi galante con la signora. “Guardi che chiamo i carabinieri se non mi fa stare vicino a sua moglie”, ha detto, scherzando, il capo dello Stato a mister Feinstein che, per una foto-ricordo, si era messo in posa al centro tra il presidente della Repubblica e sua moglie. Tutta la scena è stata seguita da numerosissimi turisti italiani diventati ormai padroni assoluti della valle da quando Pertini viene qui in vacanza.

Rifiutare le onoreficenze.

Pierluigi Battista sul Corriere della Sera [02.01.2014, p. 25], a proposito del rifiuto dell’economista Thomas Piketty (autore de Il capitale del XXI Secolo) dell’onorificenza della Legion d’Onore che la Francia avrebbe voluto conferirgli, in protesta contro la politica economica di Francois Hollande (un socialista):

Non importa che la Legion d’Onore non sia esattamente emanazione dei lupi di Wall Street. E non importa che sia il simbolo di una tradizione statalista di grandeur francese che con il liberismo non ha nulla da spartire. Resta la qualità di un gesto di protesta contro il regno del vil denaro che ha già suscitato l’entusiasmo dell’onorevole Fassina, convinto di interpretare nel vistoso beau geste di Piketty il segno di una rinnovata battaglia contro la disumana dittatura «liberista». E poi, certo, si potrebbe addirittura sostenere che Piketty non sia quello che si definisce una vittima del sistema economico, e che anzi il capitalismo gli abbia portato, con la montagna di diritti d’autore meritatamente accumulati, un notevole vantaggio in termini liberisticamente economici.

Cuba libre? (roundup)

Mentre oggi da più parti viene celebrata la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra gli Stati Uniti e Cuba, Matthew Yglesias su Vox fa un riepilogo per spiegare perché gli attivisti anti-castrismo non hanno tutti i torti nel condannare le violazioni dei diritti umani a Cuba:

Secondo la Freedom House, Cuba ha la censura sulla stampa più restrittiva dell’emisfero occidentale ed è l’unico stato dichiarato «non libero» del continente Americano. Tutti i media ufficiali sono statali e controllati dal governo. I blogger dissidenti vengono regolarmente arrestati. Per Amnesty International, chi protesta contro il regime viene arrestato e incarcerato senza processo. La Fondazione per i Diritti Umani a Cuba parla di oltre 6 mila detenzioni di attivisti per i diritti umani nel 2013.
Una volta in carcere, i detenuti affrontano condizioni rigide. «I prigionieri spesso dormivano su letti di cemento senza materasso», si legge in un rapporto sui diritti umani a Cuba del Dipartimento di Stato americano, «e alcuni detenuti hanno dichiarato che un piccolo letto era diviso tra più persone. Se disponibili, i materassi erano sottili e spesso pieni di vermi e insetti».
Oltre alla mancanza di libertà di stampa e di parola, il governo cubano si è contraddistinto dopo la rivoluzione per la persecuzione nei confronti dei cittadini omosessuali. Negli anni Sessanta e Settanta, c’è stato un vasto licenziamento, oltre ad un imprigionamento di massa e un ricovero (per malattie mentali), di gay e lesbiche cubani. La repressione fu così severa che persino Fidel Castro nel 2010 si è parzialmente scusato. Dal 1986 al 1994 il governo cubano ha messo forzatamente in quarantena tutti i sieropositivi.
Inoltre, il governo cubano non ha mai dato alla popolazione alcun tipo di opportunità di votare in giuste elezioni ed esprimersi nella scelta del governo.

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Tutto il mondo è paese

Una delle cose che gli addetti all’informazione nostrani amano ripetere riguarda la superiorità dei giornali stranieri rispetto a quelli di casa nostra. In questo continuo decantare le lodi ci sono elementi di verità, certo: è indubbio che alcuni giornali (o alcune sezioni di alcuni giornali) stranieri siano fatti oggettivamente bene. Siano piacevoli da sfogliare, gradevoli da osservare, appassionanti da leggere. Ma ci sono anche, secondo me, altri elementi che fanno considerare il prodotto giornale che viene dall’estero di una fattura superiore. C’è l’elemento della non abitudine: se tutti i giorni leggiamo i giornali italiani, quando ci capita tra le mani una copia del Guardian, del Times, del New York Times, di Le Monde, ci sembra di leggere qualcosa di nuovo la cui fattura ci appassiona. Un elemento di esotismo, quasi, che ci spinge a considerare in maniera distorta come migliore tutto ciò che è semplicemente differente a quanto siamo abituati.

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Parlamentarizzare i diritti civili

Pierluigi Battista su La Lettura del Corriere della Sera [19.10.2014, pp. 2-3] spiega che l’unico modo per poter legiferare su quei temi rubricati genericamente come «diritti civili» (quali ad esempio le separazioni, le nozze omosessuali, l’eutanasia) è quello di seguire la parlamentarizzazione,

un termine astruso che vuol dire il rispetto scrupoloso della centralità del Parlamento nell’elaborazione e nell’approvazione delle leggi […]. Il Parlamento, non il governo. Fondamentale distinzione: perché se si costringe un governo in cui convivono sistemi di valori diversi a identificare la propria sorte con l’approvazione di una legge sui diritti civili, allora tutto diventa più difficile.

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Terrorismo pornografico.

Con l’espressione «money-shot» si intendono, in ambito cinematografico, quelle scene che sono costate in proporzione molto più di ogni altra, o che si ritengono memorabili a tal punto da far dipendere da esse tutto il potenziale commerciale di una pellicola. Nel mondo dei filmati pornografici, «money shot» viene poi utilizzato come eufemismo per indicare la scena finale di un rapporto sessuale, quella che solitamente culmina con l’eiaculazione maschile.

La definizione è utile a Simon Cottee, che sull’Atlantic studia le analogie esistenti tra i filmati pornografici e quelli prodotti dai terroristi di matrice jihadista. Scrive Cottee che l’odio per gli stili di vita e per la produzione tipicamente occidentale che i jihadisti proclamano non ha impedito loro di studiare le tecniche di comunicazione tipiche dell’occidente; né il mondo del porno. A supporto di questa tesi, cita la quantità di materiale pornografico ritrovata nel rifugio dove si nascondeva Osama Bin Laden.

Il mondo dei filmati porno, scriveva Martin Aimis in un saggio pubblicato anni fa, si divide in due grandi categorie: features e gonzo. Laddove i primi «non ti mostrano due che stanno scopando, ma ti mostrano anche perché stiano scopando», nei secondi ogni contesto e tentativo di costruzione di una storia viene sacrificato per mostrare solo due che scopano. Secondo Cottee anche

i video della violenta propaganda jihadista possono essere classificati in features e gonzo, dove i primi hanno descrizioni di violenza narrativamente ricche e orientate ad un obiettivo, mentre i secondi mettono in mostra in maniera cruda le distruzioni e le uccisioni.

Della prima categoria, secondo il giornalista americano, fanno parte i video di martiri che venivano prodotti in Palestina a metà degli anni Novanta. Questi filmati, scrive, erano solitamente lunghi anche più di un’ora, e seguivano un canovaccio narrativo incentrato sulla rivincita, dove il debole ma virtuoso alla fine trionfava sul potente ma ingiusto. Le produzioni gonze, invece, sono più recenti. Cottee attribuisce la loro origine in Iraq, a partire dalla seconda invasione americana (2003). Sono filmati corti (spesso anche di pochi secondi), prodotti con poco budget, girati con una sola telecamera e montate in maniera rudimentale, secondo l’aurea amatoriale tipica del mondo del porno gonzo. Non contestualizzano, ma si limitano a mostrare solo la scena «money-shot»: «Mostrano attacchi alle forze governative americane o irachene, ma senza preoccuparsi di spiegare perché questi attacchi stiano avvenendo».

Anche i filmati gonzo

sono celebratori, ma l’oggetto della celebrazione non sono la vita umana e il suo passaggio verso il paradiso; piuttosto è la morte umana, o più morti umane. Ci sono un deliberato sadismo e la glorificazione della distruzione fine a se stessi. In alcuni di essi, si può sentire la voce estasiata del cameramen, proprio come succede all’inizio e alla fine dei filmati pornografici amatoriali.

Secondo Cottee lo stesso Isis — l’autoproclamato Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, il temibile Califfato — negli ultimi mesi ha spinto molto nel far girare una forma di propaganda amatoriale violenta, fatta di fotografie di corpi martoriati e di filmati delle esecuzioni dei soldati americani e statunitensi con le videocamere dei telefonini. Prodotti e distribuiti dagli stessi guerriglieri, questi che Cottee definisce come «materiale macabro in maniera nauseante» rappresentano «la forma più pura di gonzo».

La novità di questi video, sottolinea Cottee, non sta più nella sola violenza, ma nell’umiliazione — secondo la definizione che lo storico Walter Laqueur diede di «barbarizzazione del terrorismo», dove il nemico non dev’essere più solo distrutto, ma deve mostrare il tormento della sua sofferenza. Se una quarantina di anni fa l’esperto di terrorismo Brian M. Jenkins ribadiva la teatralità del terrorismo stesso, nessuno poteva prevedere quanto diventasse «diffuso e grottescamente pornografico questo teatro, e quando radicalmente gonzi i gruppi che lo portano in scena».