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Friends will be friends.

Sull’amicizia ai tempi di internet — quelli di Facebook sono veri amici?, scriveremmo ad un nostro contatto su Twitter quello che diremmo ad una persona cara nella vita reale? — Rebecca Carroll sembra avere le idee abbastanza chiare (e definitive): è pur sempre una questione di messaggio, non di mezzo:

L’amicizia, anche online, deve essere qualcosa in più del recitare l’amicizia nei confronti degli altri. La ragazza che ti faceva sedere al tavolo del bar durante le scuole medie ma che non ti ha mai invitato a casa sua non era una vera amica; allo stesso modo, la persona che commenta il tuo stato pubblico su Facebook ma non trova il tempo di rispondere al tuo messaggio privato non è un vero amico, a prescindere da come hai settato la privacy su Facebook. Puoi e devi farti delle amicizie online — ma devi comunque essere un amico. Altrimenti sei solo un amicoTM

Gli accorati appelli in difesa del niente.

Sul Corriere della Sera è apparso un accorato appello (ma avete notato che quando si parla di un «appello» lo si fa precedere sempre dall’aggettivo «accorato»?), primo firmatario Umberto Eco (e vabbé…), seguito da altre 42 firme illustri, contro l’ipotesi di acquisto di RCS Libri da parte di Mondadori. Quello che ne nascerebbe — già ribattezzato, con sprezzo del buon gusto linguistico, «Mondarizzoli», «Mondazzoli» o «Rizzondadori» — sarebbe un polo editoriale con in mano circa il 40% del mercato. Mercato che, però, è assai morto; e se è vero — come parrebbe — che Mondadori ha messo sul piatto 120 milioni di euro per acquisire una società, la RCS, che ne varrebbe 200, c’è poco da fare se non dire ad Umberto Eco e ai suoi amici (tra i quali, oltre ai soliti noti dalla firma facile, appare anche qualche outsider dell’appello e insospettabile come Pietrangelo Buttafuoco e il mitologico Raffaele La Capria) che è il caso di rassegnarsi. Premessa la lunga vita che si dedica ad ognuno, se va avanti così moriremo democristiani; non sarà un problema, per loro, morire stipendiati da Berlusconi (avrei voluto scrivere «morire berlusconiani», ma mi rendo conto dell’esagerazione).

Tra l’altro, l’appello in questione contiene anche qualche elemento di comicità, come in tutti gli appelli che si rispettino. E lo si trova laddove i firmatari scrivono che, tra i danni che «un colosso del genere» causerà nel mondo editoriale, vi è quello di uccidere «a poco a poco le piccole case editrici». I cui cataloghi, come è noto, sono pieni di titoli firmati da Umberto Eco, Mauro Covacich, Andrea De Carlo, Paolo Giordano, Antonio Scurati e Susanna Tamaro (questo elenco non voglia fare un torto ai nomi qui citati, ma soprattutto a quelli non citati).

C’è un ultima strada che questi scrittori possono percorrere per non incrociare questo tragico destino. Che è quella che la scrittrice Sandra Petrignani traccia sul Foglio. Non volete essere parte di questo nuovo, eventuale, polo editoriale? Non vi resta che rimboccarvi le maniche. Non è una tragedia, nel libero mercato:

Sarebbe bello se ci fosse un ravvedimento generale a partire proprio dagli scrittori ora «molto preoccupati», se non indignatissimi, e pronti a prendersela con i soliti cattivoni berluscononi e manageroni editoriali. Sarebbe bello se gli scrittori tornassero a credere di poter partire da se stessi, se fossero in grado di abbandonare la navona che non affonda, anzi salpa per lidi sempre più arraffoni e maneggioni e spietatissimi, e se ne andassero tutti insieme a fondare qualcosa di nuovo altrove, un nuovo sogno, una scommessa sul futuro dell’arte e della letteratura sottratte alla politica e agli scambi di poteri. Ma non solo gli scrittori, anche gli editor di valore che non ne possono più – a ogni nuovo testo che presentano in casa editrice – di sentirsi chiedere non “quanto è bello?” ma “quanto vende?”, e con loro altre persone di buona volontà, come si diceva una volta. Via tutti a fondare qualcosa di nuovo, di mai visto prima, via a cercarsi industriali sognatori pronti a scommettere su un manipolo di veri pazzi. Chissà che divertimento, allora, e quanti bei romanzi imperituri si tornerebbe a scrivere.

Millenial a chi?

Juliet Lapidos, classe 1983, non ci sta a farsi inserire nel calderone dei millenial:

A differenza dei venti-venticinquenni, non sono una vera nativa digitale. Internet per me non era naturale. Ho dovuto imparare cosa fosse e come usarlo. Scrivevo lettere a casa quando andavo al campo estivo, e ho avuto il mio primo cellulare a 19 anni.
Sono stata abbastanza fortunata da laurearmi prima della peggior crisi finanziaria dai tempi della Grande Depressione — il che vuol dire che ho preso le prime decisioni riguardanti la mia carriera quando l’economia era ancora buona, e ho avuto il mio primo impiego prima che la Lehman Brothers andasse in bancarotta. Se mi fossi laureata qualche anno più tardi, avrei certamente passato anche io l’ormai comune periodo post-laurea da disoccupata.
Probabilmente è per questo che quando leggo articoli sui millenial non mi riconosco. Non vivo sui social media; leggo libri di carta; non sono dovuta tornare dai miei genitori quando la recessione ha iniziato a farsi sentire.
Anche se non esiste il modo perfetto per raggruppare le persone in categorie generazionali per anno di nascita, i confini che definiscono i millenial sembrano più imperfetti che inutili. Non mi interessa cosa dicono i demografi, io non sono una millenial.

Toglietemi dalla vostra cazzo di mailing list.

fake_paper

Nel 2005 i ricercatori informatici David Mazières e Eddie Kohler, esasperati dai continui inviti a conferenze ricevuti via mail, crearono un finto paper dal titolo eloquente: Get me off your fucking mailing listLevami dalla tua cazzo di mailing list. Unico contenuto: il testo del titolo, ripetuto per 10 pagine (qui trovate il Pdf). Il paper, impaginato come se fosse una vera ricerca scientifica — titolo, abstract, grafici — ha fatto in breve tempo il giro della rete e in molti, nella comunità scientifica e non, hanno imparato a riconoscerlo come un falso, uno scherzo, una boutade.

Secondo quanto riporta il blog Scholarly Open Access, lo scienziato australiano Peter Vamplew dell’Università australiana di informatica, infastidito dal continuare a ricevere inviti ad inviare le sue pubblicazioni da parte dell’International journal of advanced Computer Technology, si è ricordato di questo vecchio pdf, l’ha tirato fuori da qualche angolo del suo computer e l’ha inviato per tutta risposta. E qui viene il bello: l’International journal of advanced Computer Technology ha preso l’articolo, ha dichiarato di averlo revisionato, l’ha considerato eccellente e l’ha accettato. Fortunatamente non pubblicato: per questo, infatti, il dr. Vamplew avrebbe dovuto pagare una fee di 150 dollari — questo il prezzo chiesto dalla pubblicazione agli autori.

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Essere dark nel 1982

A proposito della sottocultura dark — o gothic, come è conosciuta in tutto il mondo tranne che in Italia. In questo spezzone, tratto dal documentario Another State Of Mind, Valerie racconta cosa vuol dire (voleva dire?) essere una dark per lei nel 1982:

Penso che le persone dovrebbero scoprire se stesse in un modo che esprima quello che provano. È per questo che i miei capelli sono così; ed è per questo che trucco la mia faccia in questo modo. Perché, alla fine, mi sembra che la cosa a cui somiglio di più sia la morte. Credo che alcuni trovino questo repellente. Ma credo anche che altri lo trovino sexy e attraente.

La gomma che non cancella.

eraser

Heather Schwedel sull’Atlantic vi spiega il motivo per cui tutte le volte che avete provato a cancellare quanto appena scritto a matita vi siete accorti che il risultato era peggio dell’errore. Questo perché la gommina sulle matite non è composta da gomma naturale — tra le migliori nel possedere qualità cancellanti — ma da qualcosa che nemmeno gli esperti di gomme («eraserheads», nell’articolo originale) sanno bene definire:

L’esatta composizione delle gomme di oggi è abbastanza un mistero. La ricetta e composizione dei materiali di cui sono fatte sembrano essere custoditi dai produttori come segreti aziendali. Rigoberto Advincula, professore della Case Western Reserve University e consulente di aziende che producono gomme e matite, ha detto che le gomme sono generalmente fatte da una combinazione di gomma e plastica. La gomma naturale — proveniente dagli alberi da gomma — ha buone proprietà di cancellazione. Le termoplastiche, polimeri che possono essere induriti o ammorbiditi a seconda del calore, sono più facili da modellare. Una serie di additivi, particelle supplementari e agenti aromatici, servono ad ottimizzare ulteriormente la miscela. Le gomme che compriamo sono generalmente una combinazione brevettata di questi elementi.

Ma se le gomme naturali hanno buone proprietà cancellanti, perché allora ci ritroviamo con il foglio stropicciato e l’originale ancora leggibile dopo che abbiamo provato a cancellare?

Sono i materiali più economici come le termoplastiche di ultima scelta e le gomme sintetiche a dar vita a gomme più economiche, ma anche peggiori. Charles Berolzheimer, CEO di CalCedar, azienda che fornisce il legno per la costruzione delle matite, attribuisce il declino della qualità delle gomme alla globalizzazione. Le aziende, cercando di mantenere i prezzi bassi, hanno spostato la produzione in Asia e cercato materiali meno costosi. Più economica è la matita, più economica sarà la gomma.

Le perfette simmetrie di Wes Anderson

Kogonada, video-artist famoso per le sue ricerche sulle tecniche di ripresa e montaggio di celebri registi, ha realizzato questo mini-documentario sull’utilizzo delle simmetrie nei film di Wes Anderson.

Presentandolo su Open Culture, Jonathan Crow scrive

As you can see from the video above, Anderson loves to compose his shots with perfect symmetry. From his breakout hit Rushmore, to his stop-motion animated movie The Fantastic Mr. Fox, to his most recent movie The Grand Budapest Hotel, Anderson consistently organizes the elements in his frame so that the most important thing is smack in the middle.

Directors are taught in film school to avoid symmetry as it feels stagey. An asymmetrically framed shot has a natural visual dynamism to it. It also makes for a more seamless edit to the next shot, especially if that shot is another asymmetrically framed shot. But if you’ve watched anything by Anderson, you know that seeming stagey has never been one of his concerns. Instead, Anderson has developed his own quirky, immediately identifiable visual style.

Eccezione culturale?

Rispondendo al lettore Gianni Colombo, che dalla rubrica delle lettere lamentava un utilizzo troppo frequente di termini inglesi che pure possiedono un loro equivalente in italiano negli articoli dei giornali («trend», «brand», «performance» ecc), Sergio Romano sul Corriere della Sera 27.09.2014, p.55] scrive che

i giornali devono difendere il buon uso della lingua nazionale, ma sono i cronisti della società contemporanea e non possono ignorarne l’evoluzione.

Poi compie un excursus sulle lingue che, nel tempo, hanno avuto la funzione di essere lingue del mondo:

Per molto tempo è stata il latino, ma dal XVII secolo ai giorni nostri la lingua veicolare è quella del Paese che esercita sul continente una sorta di egemonia politica e culturale: il francese dal Seicento all’Ottocento, l’inglese delle isole britanniche sino alla Seconda guerra mondiale e l’inglese degli Stati Uniti sino ai nostri giorni.

Con buona pace, dunque, del Globish vantato da Matteo Renzi, è la lingua degli Stati Uniti («motore della modernizzazione», scrive Romano) ad essere la nostra lingua globale. Quanto all’abuso di termini inglesi sui giornali, l’ex Ambasciatore italiano a Mosca conclude:

È vero, caro Colombo, che quasi tutte le parole inglesi citate nella sua lettera hanno un equivalente italiano. Ma le parole possono avere significati diversi a seconda del contesto in cui vengono usate e la traduzione letterale, in molti casi, non trasmetterebbe il nuovo significato che la parola ha acquistato nell’uso inglese o americano. Questo fenomeno è troppo importante perché un grande giornale possa ignorarlo. Non sarebbe lo specchio dei tempi.

(foto via Flickr)

La pastiglia di cianuro

È interessante l’analisi di Adriano Sofri su Repubblica [21.09.2014, p.1]. Pur ammettendo di non voler «cedere alla tentazione di giudicare John Cantlie», racconta la situazione del giornalista britannico nelle mani dei rapitori dell’Isis, che in un videomessaggio è costretto — in cambio della vita, almeno per il momento — a raccontare ai media «le colpe dell’occidente e la bontà del Califfato». Se Cantlie afferma che, dalla situazione di farsi portavoce del Califfato, non ha nulla da perdere, Sofri si chiede

Se Cantlie si salvasse la vita così, o se qualche altro evento lo tirasse fuori vivo dalla sua buca, bisognerebbe rallegrarsi e accoglierlo come il figliol prodigo. Ma non è vero che non ha niente da perdere, e noi con lui. Chi dedica di intraprendere il suo viaggio deve mettere in conto questo, oltre che la morte, le ferite e l’umiliazione. Deve mettere nello zaino, o in un luogo più alla portata, la sua pastiglia di cianuro, per l’eventualità che condurre un programma dello Stato Islamico gli, o le, sembri peggio che morire.

Secondo Sofri, la domanda che chi si reca in quelle zone dovrebbe porsi è: «Sei pronto a dire al mondo che l’America e la Gran Bretagna sono il male, e il jihad dei tagliagole il bene?». E:

non c’è una deontologia per chi va a capire e informare, o a soccorrere, in luoghi così tormentati: ma bisogna sapere qual è il rischio, e farsela quella domanda.

2013: un anno in musica

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E’ arrivato il momento di dire quali sono i dischi che ho più apprezzato in questo 2013. Lo so: trattasi di abitudine inutilmente onanistica. E’ però difficile rinunciarci, poiché oltre alla dose di esibizionismo che ogni classifica porta con sé nel momento in cui la si pubblica, c’è anche l’aspetto —infinitamente più piccolo, è vero — dell’autoanalisi. Compilare una classifica vuol dire infatti compiere delle scelte. E riflettere sul perché: capire cosa valga la pena di essere salvato e cosa, invece, di rimanere fuori anche se c’è piaciuto lo stesso.

I dischi che vedete elencati qui sotto sono una minima parte di quelli che ho ascoltato durante il 2013. Capita infatti che, dovendo lavorare con la musica, io ascolti veramente di tutto. Soprattutto ciò che mai e poi mai mi metterei ad ascoltare per il puro piacere di farlo.

L’ambito da cui parto è quello delle musiche cosiddette “sperimentali”, o comunque “altre”. E da lì cerco di capire quali sono i dischi di cui tra vent’anni si potrà dire che rappresentavano il 2013. Mi rendo conto che, per chi sia poco avvezzo a questo genere di musica, dire tra vent’anni che una raccolta di composizioni per piano preparato di Joseph Byrd risalente ai primi anni Sessanta rappresenta il 2013 può sembrare una follia inutilmente astrusa. Proprio per questo rimango stretto in questo ambito: ciò che mi incuriosisce maggiormente, da qualche anno a questa parte, non è la musica. E’ il suono, piuttosto.

(dovrei aprire una troppo lunga parentesi per spiegare cosa intenda per suono e perché sono attratto sempre più da questo che dalla musica. Diciamo, per semplificare e fare in fretta, che la musica non è che un piccolo sottoinsieme del suono. Il suono la comprende, ma comprende tante altre cose che una persona solitamente non tende a considerare musica, ma che hanno pari dignità. C’è il rumore; e il rumore — come mi è già capitato di scrivere più volte — è bellissimo. E c’è il silenzio, che gli Einsturzende Neubauten definivano sexy, che John Cage insegnava non esistere, e che una piccola etichetta italiana proprio quest’anno ha voluto celebrare con un doppio vinile a cavallo tra situazionismo e opera musicale).

Ci sono delle eccezioni significative (Nick Cave, Elvis Costello). Le ho messe per questioni affettive e perché, secondo me, rappresentano lavori di cui tra vent’anni si potrà dire ecc ecc…

Procedendo per esclusione, a questo punto dovrei spiegare perché non ci sono Miley Cyrus o Lady Gaga. E nemmeno gli Arctic Monkeys o gli Arcade Fire. Ho un parere anche su questi dischi: se volete ne discutiamo. Ma rimangono fuori dalla classifica, pur prevedendo l’obiezione di chi, là in fondo con la mano già alzata, non vede l’ora di dirmi: “ma anche Lorde traccia le traiettorie della musica del 2013”. Verissimo. Infatti a me il disco di Lorde è piaciuto molto. Però —come si dice— questa è casa mia e le regole le faccio io.

Ultimo elemento (ancora masturbatorio): in calce ci sono anche quelle che ritengo essere le 5 migliori ristampe/materiale d’archivio di questo 2013. I criteri di selezione rimangono più o meno gli stessi. Sono solo 5 perché da qualche anno m’impongo l’acquisto di materiale nuovo su quello già edito. Non chiedetemi perché: pensavo di averlo capito, e invece niente.

1. Oneothrix Point Never – R Plus Seven (Warp)
2. Fire! Orchestra – Exit (Rune Grammofon)
3. Julia Holter – Loud City Song (Domino)
4. Nick Cave & The Bad Seeds – Push The Sky Away (Bad Seed)
5. Denseland – Like Likes Like (m=minimal)
6. The Necks – Open (ReR)
7. Laurel Halo – Chance Of Rain (Hyperdub)
8. Matana Roberts – Coin Coin chapter two: Mississipi Moonchile (Constellation)
9. John Butcher, Thomas Lehn, John Tilbury – Exta (Fataka)
10. Blixa Bargeld & Theo Teardo – Still Smiling (Specula)
11. Dean Blunt – The Redeemer (Hippos In Tanks)
12. Jakob Ullman – Fremde Zeit Addendum 4 (RZ edition)
13. Peter Brotzmann – Long Story Short (Trost)
14. Joseph Byrd – NYC 1960-1963 (New World)
15. Josephine Foster – I’m A Dreamer (Fire)
16. Wolf Eyes – No Answer: Lower Floors (De Stijl)
17. Graham Lambkin & Jason Lescalleet – Photographs (Erstwhile)
18. Elvis Costello & The Roots – Wise Up Ghost (Blue Note)
19. Dennis Johnson – November [played by R. Andrew Lee] (Irritable Hedgehog)
20. Chris Watson – In St. Cuthbert’s Time: The Sounds Of Lindisfarne and The Gospels (Touch)
21. Young Echo – Nexus (Ramp)

Ristampe:

1. Scott Walker – The Collection 1967-1970 (Universal)
2. Robert Wyatt – ‘68 (Constellation)
3. David Tudor – The Art of David Tudor (New World)
4. AA/VV – Italian Records: The Singles 7’’ Collection (Spittle)
5. AA/VV – Selected Signs III-VIII (Ecm)