Blocco note dalla quarantena / 3

• Giuliano Ferrara sul Foglio prevede – o auspica – come sarà l’Italia dopo essersi svegliata dalla «grande pennichella» della quarantena:

Di sicuro vedo nella palla magica tempi grami per gli spacciatori di certezze, per i poveri di umanità che non seppero guardare ai liberi e ai carcerati, per i preti troppo aridi – con magnifiche ma limitate eccezioni – definitivamente sostituiti dai dottori e dagli infermieri, per i litigiosi a cazzo di cane, per i no vax, per quelli che sparacchiano a caso ai neri, per gli incompetenti demagoghi antiglobalizzazione, ché senza non ci saremmo risparmiati il virus, capace di circolare magari più lento anche in tempi di scarsa comunicazione tra le persone e i villaggi, ma non avremmo avuto la mutua assistenza fulminante dei mercati e la tecnologia benigna, quella della ricerca, quella dell’intrattenimento, quella che ha reso possibile a milioni e milioni di compatrioti in tutte le patrie di godere della capacità di relazione detta smart working e della multilateralità del sistema postale integrato che non ci allontana più di tanto nel momento in cui finiscono gli abbracci, i toccamenti, le conversazioni amicali e intime.
Non parliamo degli effetti politici secondari, che sono primari, guardando al novembre prossimo americano. Non parliamone. Incrociamo le dita. Parliamo invece del torrente di alfabetizzazione spinta che potrebbe riversarsi sulle nostre abitudini: sono convinto che si vendono infinitamente meno libri perché finalmente se ne legge qualcuno in più, sono certo che l’evento del consumo culturale sciagurato e ciarliero non sarà così rimpianto, che la dimensione anche solitaria, benedetta, dell’emozione e del piacere, della gioia di raggomitolarsi in un testo avrà presa che non aveva più da tempo e non lascerà poi facilmente la presa. E forse m’illudo, forse tutto tornerà come prima, che è quello che succede sempre quando la vampata della retorica, anche quella inutile, ci suggerisce banalmente che niente sarà più come prima.

• «Soltanto gli analfabeti non adoperano il lapis» è l’incipit di un articolo pubblicato negli anni venti. Il lapis è la cannetta di grafite che sta rinchiusa nel legno di una matita; ma è stato anche, per molti anni – e, seppur in disuso sempre più frequente, qualcuno ancora lo dice – la sineddoche con cui si indica l’intera matita. La citazione è presa dalla rubrica “Frammenti” che Giorgio Dell’Arti tiene su Repubblica ed è a sua volta tratta da un libro che da tempo è nella mia wishlist: Matite. Storia e pubblicità di Giovanni Rienzi, edito da Silvana Editore. Se invece siete alla ricerca di un posto dove acquistare un po’ di (buone) matite, il negozio CW Pencils Enterprise di New York (ma spedisce in tutto il mondo) è ciò che fa per voi.

• Gianluca Marziani a proposito di Edward Hopper e della sua mostra alla Fondation Beyeler di Basilea, inaugurata ma poi anch’essa sospesa per coronavirus, e il parallelismo con la solitudine degli italiani in questi giorni:

Una coppia sul patio di un terrazzo. Una donna davanti alla bow-window della sua casa a Cape Cod. Una ragazza pensierosa sul suo letto mentre osserva la città dal’alto. Un benzinaio solitario su una via di campagna. Una donna tutta sola sul divano, una coppia silenziosa in tinello… descritte così sembrano le immagini da Instagram degli italiani che postano frammenti di vita, in realtà sono i temi ricorrenti che hanno reso magistrale la metafisica ordinaria di Hopper, la sua idea antieroica e neorealista, molto poco american way of life; un’idea in cui le solitudini garbate, la malinconia senza enfasi e la normalità dignitosa hanno offerto al mondo il lato in ombra di una Nazione ad elevata competizione selettiva. Dagli anni Quaranta ai Sessanta Hopper espresse al meglio la sua vena narrativa dal cuore filmico, il suo racconto essenziale, la sua indole da osservatore chirurgico, così simile ai tratti letterari di John Fante e Raymond Carver. Sono anni dorati per i colossi industriali a Houston e Pittsburgh, anni di crescita verticale a Chicago e New York, di crescita intellettuale nelle università di Boston, anni di grandi magazzini e invenzioni tecnologiche, di merci, automobili e lusso moderno…

Edward Hopper, “Morning sun” (1952)

• Ho riascoltato, dopo anni, Concert by the sea di Erroll Garner nell’edizione completa pubblicata qualche anno fa.

Blocco note / 2

Altre cose interessanti lette oggi sui quotidiani e sui libri.

• Il prof. Pietro Ignazi ragiona, su Repubblica, intorno ai principi fondamentali dello stato di diritto ai tempi del coronavirus e si chiede se i provvedimenti adottati dal Governo italiano «costituiscono una limitazione delle libertà fondamentali previste dalla nostra Costituzione», che all’art. 16 prevede la temporanea sospensione della circolazione delle persone, un istituto pensato dai costituenti per aree geografiche limitate ma ora esteso a tutto il territorio nazionale:

La via cinese, invocata e applicata, ha un corollario che gli esperti trascurano: è stata adottata in un sistema totalitario, in cui l’individuo non vale nulla rispetto al potere, e non in uno stato di diritto dove, oltre al bene primario della saluto, vanno salvaguardate anche le libertà individuali […] L’eccezionalità del momento è presente a tutti, e ciascuno deve fare il possibile per evitare che il contagio si diffonda. Allo stesso tempo, però, va ribadito che questa situazione deve essere limitata nel tempo e non prorogabile, qualunque cosa succeda, in quanto intacca i diritti inalienabili della persona

  Non sono convergenze, semmai “divergenze” parallele quelle tra il prof. Ignazi e Nicola Porro, che sul Giornale apre il suo articolo affermando una tesi molto simile a quelle apparsa su Repubblica: «Questo governo ha abolito, temporaneamente, le libertà civili, ma non riesce ad abolire il Tar». Sviluppo del tema è l’eccesso di burocrazia che, anche in piena emergenza da Coronavirus, sembra essere il vero virus che affligge l’Italia:

Tre imprenditori, che hanno recentemente incassato un dividendo miliardario dalla cessione di una loro azienda, hanno comprato due assistenze polmonari complete a testa: fanno sei. E le hanno donate all’ospedale Gemelli. Uno di loro ha chiesto alla ditta quando sarebbero state consegnate: il 20 marzo. Allora si è stupito del fatto che le gare Consip non avessero comprato come loro. La risposta è stata tranchant: hanno offerto condizioni economiche e di pagamento inaccettabili. La morale è che spenderemo 50 miliardi di euro di deficit in più per il Paese, ma che per i respiratori andiamo a fare le offerte come per comprare le penne a sfera per i ministeri.

  Il direttore de La Stampa Maurizio Molinari, al solito, nel suo editoriale della domenica usa invece toni ottimistici, nonostante riconosca che «in democrazia [ci sia] un limite costituzionale agli obblighi per i cittadini»:

L’Italia si sta adattando all’emergenza, facendo prevalere la passione per la vita sulla paura del virus. È un segno di energia della nostra nazione e la garanzia migliore sulla possibilità di risollevarci quando l’attacco del coronavirus sarà battuto.

  Se, come sembra, la scadenza dei versamenti fiscali prevista per domani 16 marzo subirà uno slittamento, chi ha già pagato secondo i termini ordinari non riceverà un premio, ne tanto meno un rimborso. Maria Carla De Cesari su Il Sole 24 Ore:

Il Governo ha scelto di trascinare fino all’ultimo la decisione sul rinvio la cui aspettativa – per altro – era ed è motivata dalle condizioni eccezionali. Agli occhi di molti contribuenti e professionisti la proroga all’ultima ora suona come uno schiaffo. Per altro la storia dei rinvii dei versamenti, in occasione di eventi eccezionali, riporta anche conseguenze beffarde. Occorre ricordarsi del sisma siciliano del 1990. A un certo punto il Fisco invitò a regolarizzare i pagamenti, ma quanti resistettero furono premiati: la legge Finanziaria del 2003 stabilì infatti che i debiti con l’Erario potevano essere chiusi a un prezzo di saldo, versando il 10 per cento. Chi aveva pagato tutto, per la legge, non aveva diritto al rimborso. Il contenzioso è tuttora in corso. Non sarà questo il caso, ma è bene tener presente che gli onesti e quanti sono ligi alle regole non vanno tartassati, nemmeno per un effetto perverso o involontario della legge.

  Sono sempre interessanti i fermo-immagine riflessivi di Gianfranco Ravasi nel suo «Breviario» su La Domenica del Sole 24 Ore. Oggi il tema è «Non esagerare» e lo sviluppa a partire dal motto Ne quid nimis, «nulla di troppo»:

La verità di questo monito ha raggiunto il suo apice, ma al negativo, nei nostri giorni ove impera l’esagerazione a tutti i livelli, soprattutto nel linguaggio dei politici, non tanto per lodare quanto piuttosto per offendere, criticare, detestare, ingannare. Basti solo avviarsi su uno dei viali della rete informatica per essere travolti da una serqua di insulti, attacchi, falsità. eccessi di ogni genere. Ormai trafitta a morte non è solo la prudenza ma anche la dignità stessa di chi offende e non solo dell’offeso. [Baltasar] Gracián [nel suo Oracolo manuale] concludeva: “L’esaltare è un ramo del mentire” e, a maggior ragione, lo è il denigrare, l’infamare, l’infangare.

  Oggi pomeriggio ho concluso la lettura di I baffi, romanzo distopico di Emmanuel Carrère scritto nel 1986 e oggi riproposto da Adelphi, come tutti gli altri titoli dello scrittore francese:

Nell’eccitazione della sera prima non se n’era granché reso conto, eppure era ovvio: doveva scomparire. Non necessariamente dal mondo, ma di sicuro dal suo, dal mondo che conosceva e che lo conosceva, perché le condizioni della vita in quel mondo erano ormai compromesse, incancrenite dall’effetto di una mostruosità incomprensibile che gli toccava rinunciare a comprendere oppure affrontare tra le mura di un ospedale psichiatrico. Non era pazzo, il manicomio gli ispirava orrore, per cui restava la fuga.

Blocco note.

Cose interessanti lette oggi sui quotidiani e sui libri.

• Uno strepitoso Andrea Camilleri, in un’intervista postuma su «Robinson» di Repubblica, che alla domanda di Francesco De Filippo e Maria Frega circa l’utilità delle invenzioni tecnologiche, e in particolare quelle delle grandi aziende del tech, risponde: «Si è inventato Internet, c’è cosa più bella della comunicazione? Eppure guarda cosa sono riusciti a fare della rete: una fogna, o poco meno.»

• Per i tabagisti e i viziosi, lo scrittore Francesco Palmieri in una doppia pagina nell’inserto culturale del Foglio, “Il fumo dall’epopea alla gogna”:

Forse nulla meglio del fumo rappresenta il transito dall’epoca che rimetteva la civile convivenza all’educazione individuale a una che la delega alla legge uguale per tutti. Forse nessuno meglio dei pervicaci fumatori ha constatato il mutamento velocissimo del mondo, utilizzando per parametro più il proprio vizio che il lunario dei governi, delle mode e delle incipienti tecnologie.

e, continua, descrivendo le marche di sigarette come indice sociologico-culturale e storia del nostro Novecento:

Quella vita fa, e la sua ostinata rimanenza, furono germinate dal senso di abbondanza e meraviglia conseguibili persino dagli adolescenti dinanzi al muro multicolore dei pacchetti. S’ergeva alle spalle dei tabaccai, dove s’accatastavano decide di opzioni in un’epoca che ne offriva generalmente poche. Si sceglieva una marca piuttosto che un’altra per provare sapori e distinguersi grazie alle sigarette: come se fossero segni astrologici, ma questi erano solo dodici e quelle molte di più. La virilità antiquata delle Nazionali, la passabile medietas delle MS (gialle, rosse o blu), il glamour americano delle Marlboro, delle Lucky Strike o delle Chesterfield, il coraggio necessario per le Pall Mall (specie senza filtro), la sobrietà teutonica delle HB, la raffinatezza delle Dunhill, la femminilità delle Astor, la scelta pseudosalutista delle Milde Sorte pubblicizzate addirittura da Adriano Panatta e da Gustavo Thoeni, l’avveniristico filtro delle Gallant, la trasgressione al mentolo con le dozzinali Pack oppure con le ricche St. Moritz dalla fascia dorata, costose ma di un lusso che una volta l’anno si poteva sfoggiare. Magari a Capodanno. Magari per il compleanno.

Nei giorni di penuria si potevano acquistare le sigarette “sciolte”, ossia sfuse, anche una sola o due o tre, che il tabaccaio allungava avvolte nella plastica. Al capo opposto del benessere e dell’approvvigionamento, la stecca da dieci pacchetti corrispondente a un momentaneo tesoro da porre al sicuro.

La scelta di quel segno zodiacale, quasi una sorta di tatuaggio, poteva pur essere compiuta poiché mossi più dalla seduzione del pacchetto che dal gusto del tabacco. Il rosso e oro delle Roy (pronuncia: roi), il nero e oro delle John Player Special, l’azzurro pallido delle Gauloises con l’elmo alato e il pacchetto corto, la bianchezza delle Kent (candido anche il filtro). Scelte che furono elemento distintivo, il tratto mobile nella breve biografia di chi, cambiando intenti o ragazza, cambiava anche marca di sigarette e qualche volta genere di musica, letture, attività sportive. S’avanzava tutti dinanzi a uno sciame di conoscenti o di parenti anziani, naturalmente quasi sempre fumatori ma di marche dai sapori reputati disgustosi o impossibili, tabacchi d’altri tempi. “Sai che è morto il benzinaio? Chi quello che fumava le Colombo? No, quello delle Stop senza filtro”. Una zia esibiva le Multifilter, il nonno le Presidente, i poveri più poveri le Alfa senza nemmeno il cellophane. Altro che segni zodiacali. Si tracciò sui tipi di sigarette la dettagliata carta astrale dell’umanità in un’Italia che oggi è nel ricordo piccola e circostante. “Che sigarette fumi? No grazie, preferisco le mie. Prova una di queste”: sanno di nicotina certe stereotipe battute del secondo Novecento, assieme a parole divenute desuete quali “Minerva, svedesi, cerini, Bofil”.

• «È ormai difficile incontrare un cretino che non sia intelligente e un intelligente che non sia cretino. Ma di intelligenti c’è sempre stata penuria; e dunque una certa malinconia, un certo rimpianto tutte le volte ci assalgono che ci imbattiamo in crediti adulterati, sofisticati. Oh i bei cretini di una volta! Genuini, integrali. Come il pane di casa. Come l’olio e il vino dei contadini.» Leonardo Sciascia, Nero su nero, Adelphi.

La pericolosa cultura del tetto agli sconti sui libri.

via Unsplash

Stando alla definizione data dalle statistiche, sono un lettore forte. Leggo oltre 50 libri l’anno e — anche se è difficile ammetterlo, soprattutto per le mie tasche — su di me gli sconti applicati al prezzo dei libri hanno scarso effetto. Se un libro è scontato sono come ovvio più propenso all’acquisto; ma, in una scala da 1 a 10 delle variabili che mi fanno valutare l’acquisto, lo sconto applicato si posiziona all’ultimo posto, come può testimoniare chiunque sia affetto dalla medesima compulsione.

È di questi giorni la notizia che il Senato ha approvato la legge per la promozione e il sostegno della lettura. Con effetto retroattivo al 1° gennaio 2020 questa legge, oltre a prevedere pomposi specchietti per le allodole come l’istituzione di una annuale capitale italiana della lettura o dell’albo delle librerie di qualità, fissa nel 5% (dall’attuale 15%) il limite degli sconti che le librerie possono applicare sul prezzo di un libro.

È sempre sbagliato che lo stato disciplini ex lege le abitudini d’acquisto degli italiani. E diventa surreale quando, per promuovere la lettura rilanciando la vendita di libri, diminuisce la possibilità di fare sconti. Dice: l’intento è quello di aiutare le piccole librerie di qualità (pare che «piccolo» e «qualità» siano diventati sinonimi: io quando li sento accostati metto le mani alla rivoltella) e difenderle dai colossi del web o dalle catene di proprietà dei grandi editori, gli unici a potersi permettere di applicare sconti del 15% senza eccessiva riduzione di margini. Ma il risultato dell’intervento è dannoso. Facendosi scudo di una nobile intenzione, lo stato droga il mercato provando — per altro inutilmente — a mettere fuori gioco un attore per favorirne un altro. Un intervento anti-concorrenziale mascherato da promozione della lettura. È la trasposizione su carta di un altro grande mantra dei nostri tempi, quello che vorrebbe la grande distribuzione colpevole di aver ammazzato il piccolo commercio di vicinato, con i rappresentanti di quest’ultimo che implorano al legislatore un intervento punitivo nei confronti del concorrente più grande. Ma ci arrivo più avanti.

Non è la prima volta che un governo fissa il tetto agli sconti sui libri. C’è però da segnalare che oggi la più grande associazione di editori librari italiani, l’AIE (Associazione Italiana Editori, al cui interno siedono tutti i grandi attori del libro), si dice contraria. Per voce del suo presidente Ricardo Franco Levi ha infatti affermato che il nuovo tetto agli sconti «peserà sulle tasche dei consumatori e delle famiglie per 75 milioni di euro» e che l’intero dispositivo «non è ciò che serve al mondo del libro, la prima industria culturale del paese».

Leggendo il comunicato dell’AIE ammetto di essere sobbalzato sulla sedia. Ricardo Franco Levi, che oggi critica con una certa comprensibile veemenza questa nuova legge, fu però l’ispiratore di quella che nel 2011 fissò nel 15% il tetto massimo di sconto che le librerie — di ogni tipo, anche online — potevano applicare al prezzo dei libri. Qualcosa che già allora criticai e che nascondeva di fatto le stesse motivazioni dietro la legge di oggi. Soltanto che Levi nel 2011 per difendere la sua scelta usava argomenti opposti a quelli usati oggi, ed erano argomenti molto simili a quelli che si leggono nei commenti delle altre associazioni di categoria che, a differenza dell’AIE, sono invece favorevoli a questa ulteriore limitazione alla libertà di sconto — giuro che stavo per scrivere «di impresa» — e che, manco a dirlo, sono quelle che raggruppano gli editori e le librerie indipendenti (altro supposto sinonimo di «qualità» ai giorni nostri). Il risultato della legge Levi è presto detto: solo nel 2019 sono stati venduti 9 milioni di libri in meno rispetto al 2011. Non è difficile immaginare quale sarà il trend con il tetto degli sconti ancora più ridotto.

Non c’è bisogno di scomodare la sociologia dei consumi o le teorie economiche per definire questa nuova legge, al pari di quella del 2011, come qualcosa tra l’inutile e il dannoso. Poiché il vero scopo nascosto dell’intervento non è quello di promuovere genericamente la lettura, bensì di salvaguardare le piccole librerie, bisognerà allora cominciare con l’ammettere che il problema di queste ultime — così come il problema del salumiere, del panettiere o del pasticciere — non è la oggettiva possibilità per il web o per la grande distribuzione di applicare sconti più alti rispetto a quelli che la piccola bottega riesce a fare senza mettere a rischio la sua sopravvivenza. Se si pensa infatti che, all’interno di un quadro di regole uguali per tutti, il piccolo possa competere con il grande nel suo stesso campo, la battaglia è persa in partenza. Persino se a Davide fosse data la facoltà di scontare e a Golia imposto invece un prezzo al pubblico maggiore, Golia vincerebbe. Il vero problema che deve affrontare il piccolo commerciante per raggiungere uno status qualitativo e perciò commercialmente appetibile, a prescindere dalla metratura del suo punto vendita, è piuttosto un problema culturale, superabile solo con le proprie forze e senza applaudire ad uno stato che s’impiccia di faccende che non gli competono e regolamenta a suon di leggi e decreti un mercato che dovrebbe regolarsi da sé con logiche di domanda e offerta e sviluppo della concorrenza. Se rimaniamo al libro — ma il ragionamento è estendibile a qualsiasi categoria merceologica — l’unico vantaggio competitivo che rimane al commerciante (e che né le grandi catene né il web avranno mai) è quello del servizio. Il cliente-lettore trarrà più piacere a fare i suoi acquisiti in una libreria dove egli percepisce la cura del prodotto e il suo essere acquirente è valorizzato; una libreria che operi una selezione umana e non basata su un algoritmo; che offra presentazioni ed eventi collaterali legati al libro (e, possibilmente, non al caffé o allo spritz annacquato); infine, che sia aperta in orari in cui le persone sono meglio disposte ad acquistare, perché il tempo a disposizione è sempre meno e quel poco che resta è preferibile trascorrerlo con uno scambio interpersonale e non tra uomo e macchina (lo capite da voi, vero?, che la maggior parte degli acquisti su Amazon vengono fatti in fretta e furia in orario di lavoro). Al contrario, se il cliente-lettore si reca in una libreria dove non c’è cura, i libri non sono selezionati né facilmente rintracciabili, la domenica mattina la saracinesca è abbassata, da dietro la cassa non viene mostrata la minima disponibilità e al posto dei libri si vendono gadget o addirittura i voucher per gli acquisti su Amazon (visto anche questo), è facile che questi, pur disposto a spendere investendo nella qualità di un servizio la maggior differenza rispetto al prezzo applicato da Amazon, uscirà dalla porta per non tornare più. Ed è ciò che è accaduto in moltissime librerie di paese.

È semplice. Ma capirlo pare impossibile: per il legislatore di oggi e per quello di ieri che, disperandosi, legifera in senso anti-concorrenziale e anti-mercato; soprattutto, per il negoziante-elettore, che di questa cultura è sia sobillatore che sobillato.

Il rischio dell’inopportuno

Io non ho idea di quanto costi pubblicare ogni mese una rivista come Vogue nella sua edizione italiana. Posso solo immaginare che si tratti di una cifra molto alta, soprattutto in tempi di vacche magre nel mondo dell’editoria periodica. Così come non conosco l’impatto ambientale causato dal mettere insieme i servizi fotografici di una rivista come Vogue Italia; ma, anche in questo caso, credo sia molto — ma qui faccio ancora più fatica a quantificare: da quando ci è preso l’uzzolo di misurare l’impatto ambientale di pressoché ogni cosa, esistono tante diverse scale di inquinamento, ognuna piegata alla bisogna di chi le difende o le attacca.

So però che Vogue Italia è una rivista che, da sempre, è fieramente legata alle immagini e alle fotografie e che dalle sue parti sono passati i migliori fotografi e stylist. Lo so da lettore, con un passato persino di abbonato. Provare a raccontare la moda — cioè una delle più alte forme d’arte — sostituendo alle fotografie i disegni può essere sì un azzardo interessante — David Hockney ha affermato che il dipinto, rispetto alla fotografia, è il modo migliore di rappresentare la realtà perché obbliga l’autore ad una maggior visione: e quante realtà oggi possono dirsi altrettanto importanti rispetto alla moda?). Ma questo azzardo è tanto più rischioso se compiuto in nome di un ritrovato ecologismo (dei conti economici, verrebbe da dire con un po’ di malizia) che carezza il pelo dell’opinione pubblica nel verso giusto, quando in passato lo stesso pelo era accarezzato — soprattutto da riviste come Vogue Italia — nella direzione provocatoriamente riflessiva, più che in quella compiacente, per l’opinione pubblica.

Ma passi. Dunque il segno dei tempi è anche questo, e mai vorremmo che di questo passo si avverasse una recente visione, tra il serio e il faceto, di David Brooks che, immaginando di osservare a ritroso dal 2030 questo secondo decennio appena iniziato, arriva a inserire la battaglia per i diritti degli animali come «una delle principali cause morali del decennio» (siamo comunque sulla buona strada: una corte inglese considera il veganesimo un credo filosofico e, in quanto tale, equiparabile ad una religione). Passi e arriviamo al dunque: Emanuele Farneti, che di Vogue Italia è direttore avendo preso in mano il timone che per ventotto anni fu di Franca Sozzani, ha annunciato che, per la prima volta nella storia del giornale della scuderia Condé Nast, il numero in edicola dal prossimo 7 gennaio sarà interamente realizzato senza fotografie, sostituite da disegni. «Mostrare i vestiti senza fotografarli», per non impattare sull’ambiente evitando il coinvolgimento di centocinquanta persone, venti voli aerei e poco meno di viaggi in treno, macchine sempre pronte a portare in giro le persone, luci accese per almeno dieci ore al giorno, spreco di cibo dai servizi di catering e plastica varia. Tanto, scrive Farneti nel suo editoriale, è necessario per mettere insieme il numero di settembre della rivista, il più celebre e venduto (anche agli inserzionisti pubblicitari).

vogue italia milo manaraDunque un azzardo artisticamente interessante, ma piegato al sentir comune dell’opinione pubblica e del politicamente corretto. A preoccupare non è tanto la scelta ecologista, e nemmeno il fatto che Vogue Italia di gennaio sarà per la prima volta avvolto da un cellophane compostabile al 100% a gettare scompiglio (a quanto pare anche in Condé Nast hanno iniziato a ricevere via posta le riviste straniere, da tempo avvezze alla pratica). Ciò che preoccupa è che, tra le 7 differenti copertina d’artista con cui Vogue Italia andrà in edicola, ne spicca una in cui Milo Manara raffigura, nel suo classico stile, la modella Olivia Vinten con guanti rossi di lattice e una frusta di pelle in mano. Pare che la copertina abbia scatenato un dibattito interno alla redazione, scrive il New York Times. Non fatichiamo a crederci: il lattice e la frusta di pelle rischiavano di mandare in rovina il numero ecologista. Ma il punto non era nemmeno quello; il punto era, nelle parole dello stesso direttore Farneti, l’opportunità di «riportare l’erotismo in copertina di una rivista femminile». O, più semplicemente, la paura di mettere in copertina ciò che l’opinione pubblica ormai giudica inopportuno, per magari poi finire al centro di uno scontro su Twitter, accompagnati dall’apposito cancelletto diventato emblema di ogni moderna protesta e suggello di scomunica sull’altare del politicamente corretto.

Misurare il mondo

david hockney road to york sledmere
David Hockney, The road to York through Sledmere (1997)

Noi crediamo che la fotografia sia la realtà definitiva, ma non è cosi, perché la macchina fotografica vede il mondo in termini geometrici. Noi no. In parte vediamo le cose geometricamente, ma anche psicologicamente. Se guardo il ritratto di Brahms sulla parete là in fondo, mentre lo guardo diventa più grande della porta. Quindi non è poi così vero che misuriamo il mondo in modo geometrico.

David Hockney a Martin Gayford. A bigger message. Conversazioni con David Hockney (Einaudi, collana «Saggi», 2009, p. 52)

E tanti auguri.

Vanno molto di moda i resoconti di fine anno. Adesso che ci penso, da queste parti non ho scritto granché di diverso negli ultimi mesi, e quando l’ho fatto c’erano sempre di mezzo i libri o i dischi (monotematico, con tendenza maniacale).

Dunque per gli affezionati della materia, che non posso certo deludere: questa è la reading list del 2019 (come sempre in aggiornamento fino a domani, quando conto di terminare il libro attualmente in lettura). Piena di buone letture, di letture grandiose, di pessime letture. Non molto diverso dagli alti e bassi che, con riguardo ad ogni altra cosa, caratterizzano il trascorrere di un anno, soprattutto quando li si guarda agli sgoccioli del 31 dicembre e quindi, spesso, con il giusto distacco che gli alti – e soprattutto, i bassi – richiedono per essere giudicati tali. Pero, ecco, se dovessi indicarne tre tra i migliori libri letti, fermandomi ai soli romanzi direi senza dubbio Svegliami a mezzanotte di Fuani Marino (Einaudi), Nel giardino delle scrittrici nude di Piersandro Pallavicini (Feltrinelli) e Il mio anno di riposo e oblio di Otessa Moshfeh (sempre Feltrinelli). Quanto alla non-fiction, sarò molto banale, ma Bianco di Bret Easton Ellis (Einaudi) per capacità dialettica, invettiva, provocazione e scrittura quest’anno non ha avuto eguali. Menzione particolare anche per una casa editrice che mi sono ripromesso di tenere sott’occhio di più: Nottetempo. I due romanzi letti quest’anno (La lettrice di Chechov di Giulia Corsalini e Permafrost di Eva Baltasar) sono entrambi belli e ricercati, come la migliore narrativa dev’essere.

Per i pochi lettori che fossero invece curiosi di sapere quali sono i dischi che più mi sono piaciuti in questo 2019, rimando ad una facile previsione di un paio di mesi fa e aggiungo solo una precisazione. Ho ascoltato, come al solito, tantissima musica. Non mi sono posto il problema di quanto fosse nuova, né di quanto rientrasse in questa o in quella categoria. Ma dovendo tirare inevitabilmente le somme, mi rendo sempre più conto che, di tutta la musica ascoltata quest’anno, quella che sopravviverà non è necessariamente la più emozionante, o la più godibile, o quella che ho ascoltato di più. È invece, come per tutte le cose interessanti, quella che mi ha lasciato la sensazione di tracciare una traiettoria musicale — laddove la traiettoria, come da qualche anno mi capita di percepire, è più legata al suono che non alla musica intesa come la canonica forma canzone della popular music, o come le altre canoniche altre forme delle altre musiche. E dunque, in ordine sparso, i dischi che mi sono piaciuti di più sono Oracle di Angel Bat Dawid, Reach the endless sea del nuovo progetto di Sam Shackleton a nome The tunes of negation, Lifetime di Klein, The sacrificial code di Kali Malone e Epitaph di Jay Glass Dubs.




Non tedierò nessuno con le cose che mi sono capitate durante l’anno. Le liste del tipo «cosa mi ha lasciato questo 2019» o «cosa ho imparato durante l’anno appena trascorso» hanno per me lo stesso valore delle terapie fatte in casa con l’aiuto della sezione self-help di qualunque grande libreria del centro – e sono speculari alle liste circa le attese per l’anno che si sta aprendo, puntualmente poi disattese. Non riesco più a concepire qualunque uso della rete internet — e in particolar modo i social network, dai quali mi sono definitivamente allontanato quest’anno — come il luogo dove ci si barcamena tra la positività (intesa come mostrare al mondo le proprie supposte capacità) e la negatività (intesa invece come la ricerca del compatimento mostrando, in maniera più o meno esplicita, le proprie sfighe), e purtroppo questi due poli sono in costante crescita all’interno delle bolle virtuali, e nonostante cose interessanti si continui a leggerne (o a vederne, come in certi profili Instagram) anche da quelle parti.

Preferisco raccontare quello che mi è successo oggi, in una giornata iniziata come normale ma che si è rivelata non molto distante dai concetti espressi da Mons. Nunzio Galantino nel suo — imperdibile, almeno per me — «Abitare le parole» sulla Domenica del Sole 24 Ore di ieri. Il tema era uno di quelli tipici dei periodi di festa (e dunque di vacanza), la «pausa», con iniziale citazione di Bukowski:

«Uno spazio di pausa… altrimenti le pareti ti schiacceranno». E le pareti che possono schiacciarci non sono solo quelle che stanno fuori di noi. Più subdole e non meno rovinose sono le pareti che possono soffocare la nostra voglia di vivere, impedendo al sole di illuminare angoli della nostra esistenza e frammenti della nostra vita. Soprattutto quando più forti si alternano in noi – talvolta sovrapponendosi – gioia, ansia, paura e attese. Alternanza di stati psichici provocata dal calendario con le sue scadenze e con i suoi appuntamenti. Il loro peso aumenta quando pensiamo di dare continuità e senso al nostro tempo evitando le pause; evitando cioè quei veri e propri varchi che ci permettono di prenderci cura di noi.

Questa mattina era la prima di tre giorni non festivi di vacanza che mi sono concesso dal lavoro. Almeno formalmente, perché già ieri pomeriggio e poi ancora per tutta la mattina odierna ho lavorato per finire un paio di cose che avevo lasciato in sospeso. Dunque mi sono svegliato — sul presto come mi piace fare quando sono a casa in vacanza, per godermi ogni momento — e lavorato fino a mezzogiorno. Rincasato, mia moglie mi ha proposto di andare a Palazzo Reale a visitare la collezione Thannhauser. Già che saremmo andati da quelle parti, avremmo potuto anche mangiare qualcosa insieme prima della visita. Siamo quindi andati a Milano: e a nessuno dei due è pesato fare più o meno la stessa strada che facciamo quotidianamente per recarci al lavoro. Eravamo del resto, almeno per un giorno, senza le pareti che premevano su di noi. Abbiamo pranzato — pesce, per i curiosi — e realizzato che due ore di coda per una mostra alla quale eravamo entrambi pur interessati potevano essere sacrificate in nome di una prenotazione dei biglietti e di una visita rimandata di qualche giorno pur di non congelare nel cortile di Palazzo Reale. Ci siamo dunque messi a passeggiare per il centro di Milano – una sigaretta lei, un toscano io – chiacchierando del più e del meno, fermandoci per acquistare un paio di dischi, per visitare una delle più belle tra le recenti librerie indipendenti che hanno aperto a Milano (Verso), fino chiudere con una merenda del tutto improvvisata con un cannoncino e un caffè da Panarello, in Porta Romana.
(Questa cosa del descrivere le zone di Milano con l’espressione formata da «in» e il nome del quartiere o, se venite dalla provincia, da quello della stazione della metropolitana più vicina, è uno dei tic più insopportabili della milanesità: a volte temo persino che sia un vezzo dei non milanesi).

Di ritorno da Milano siamo andati a fare la spesa. Al supermercato. Arrivando persino a pensare che fare la spesa di lunedì 30 dicembre, nel tardo pomeriggio, è uno di quei piccoli piaceri perversi che si provano solo quando non li si devono fare il sabato mattina, con la frenesia di un weekend dove si è accumulato tutto ciò che non ha trovato spazio durante la settimana. È stato proprio mentre spingevo il carrello che ho realizzato che le parole di Mons. Galantino nella sua rubrica di ieri, e tutto il concetto di pausa come elemento fondamentale per ritrovare un po’ se stessi, era quello che avevo fatto io oggi.

Credo soprattutto perché nulla di quello che ho fatto era stato programmato.

Come si dice, buon 2020.