Visioni miopi.

John Seabrook sul New Yorker fa una corretta – e cliccatissima – analisi sul perché la scelta di non rendere disponibile il disco di Adele 25 sui servizi di streaming è a cortissimo raggio:

Album sales are profitable, but they are not the future of the music business—streaming is. Could it be possible that the record business, pursuing a strategy of inflating sales by keeping an album off Spotify, Apple Music, or Deezer, is choosing short-term profits over long-term growth? (Perish the thought!) That would be consistent with the industry’s attitude toward its potential tech partners, going back to its failure to join forces with Napster in 2001 and killing Napster instead.

Aggiungo, se interessa: no, non ho ascoltato il disco di Adele. L’avrei fatto se fosse stato su Spotify? Probabilmente sì, è un fenomeno pop, impossibile ignorarlo. Comprerei il disco perché non posso ascoltarlo in streaming? No, non credo. Lo scaricherei in maniera illegale, giusto per dargli un’ascoltata? No, non lo faccio nemmeno con la musica che realmente mi interessa.

Come andrà a finire? Nel giro di tre-quatto mesi 25 sarà disponibile anche sui servizi in streaming, almeno per chi possiede un abbonamento — secondo un’analisi che stanno facendo in molti. È inevitabile: esaurita la spinta iniziale, le vendite fisiche non reggeranno e allora tanto varrà la pena raccogliere un po’ di soldi con lo streaming. A latere, aggiungo: 25 ha battuto il record di vendite in una settimana negli Stati Uniti, con la considerevole cifra di 3,2 milioni di copie vendute. Il record precedente lo aveva un disco degli NSYNC, No string attached. L’album uscì nel 2000, oggi nessuno si ricorda un solo passaggio. Questo per dire che c’è un rischio concreto: che non sia vincente nel breve periodo solo la scelta di non rendere 25 disponibile sui servizi di streaming, come Seabrook fa notare, ma anche il successo stesso di Adele.

They do know it’s Christmas.

Nel difendere la scelta di Adele di ignorare totalmente gli inviti di Bob Geldof a partecipare all’ennesiva, nuova, re-incarnazione di Band Aid e della hit Do they know it’s Christmas, Bryony Gordon sul Telegraph scrive delle cose su questo tipo di operazioni che vedono coinvolte persone ricche e famose. Lo fa con un (bel) po’ di cinismo; ma secondo me sono cose molto condivisibili:

[T]he rich and famous donate their precious time, and for this they expect to be celebrated and congratulated, as if before they flashed their expensively whitened teeth in the video for a song, we had no idea that Ebola was a problem, or that thousands of Africans were spending their last days on this earth in unimaginable horror, bleeding from every orifice, unable even to be comforted by their family and loved ones.

“Give us your f***ing money,” was Geldof’s message way back when, and it is his message now – you all dig deep and give up your hard earned cash because these famous people who make millions singing songs have deigned to give up a few hours of their time on a weekend.