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Aggregare vs appropriarsi

James Kling racconta su Gawker dell’anno passato a lavorare per il Mail On Line. E fornisce un quadro abbastanza desolante non solo di come le dinamiche dovrebbero funzionare (ma non funzionano) in moltissime pubblicazioni online, ma anche di come i media più o meno tradizionali (qualunque cosa questa voglia dire) non hanno capito molte delle differenze tra il plagio e il content curating e ignorano completamente quelle che sono le regole di aggregazione dei contenuti.

C’è da dire che l’articolo di Kling non è da prendere tutto come oro colato: è la sua testimonianza e, fino a prova contraria, contestabile. Tant’è che il Mail On Line l’ha contestata, e trovate le sue posizioni in calce all’articolo originale. Sostanzialmente dice: Kling racconta un bel po’ di inesattezze che aveva per altro già provato a vendere al Washington Post, il quale le ha però rifiutate ritenendole poco accurate.

Fatta la doverosa precisazione, rimane una lettura edificante.

Il procedimento produttivo era semplice. Durante il giorno — dalle 8 della mattina alle 6 del pomeriggio — quattro news editor seduti vicino alla scrivania di Martin Clarke [il publisher del Mail On Line – ndt] assegnavano storie ai reporter prendendole da una lista continuamente aggiornata di articoli apparsi su altre testate, lista alla quale non avevo accesso. Per tutto il giorno, i quattro tenevano monitorato il traffico del sito per capire quali storie venivano cliccate e quali erano da rimuovere dalla homepage.

Quando un redattore era libero, doveva semplicemente gridare «sono libero» e uno dei quattro editor gli avrebbe girato un link ad uno degli articoli nella lista. In molti casi, accompagnandolo con un titolo sensazionalistico — che poteva, o meno, essere accurato — da utilizzare.

Durante un giorno lavorativo tipico di 10 ore, mi venivano assegnati in questo modo dai quattro ai sette articoli. A differenza di altre pubblicazioni dove avevo lavorato, ai redattori non veniva richiesto di cercare le storie o di citare le fonti. Ci venivano semplicemente assegnate storie già apparse da altre parti e ci veniva chiesto di riscriverle. E diversamente da altri siti dove chi faceva aggregazioni era incoraggiato a cercare un punto di vista differente e ad aggiungere informazioni non riportate nella storia originale, il modo con cui facevano gli articoli al Mail era quello di far passare il lavoro di qualcun altro come nostro.

La questione dell’attribuzione delle fonti, che è uno degli elementi chiave che differenzia chi si appropria di un lavoro altrui e chi invece si serve di quel lavoro citandolo (ma non in toto) e aggiungendo delle considerazioni sue, viene raccontata da Kling in questi termini:

Nella fase di training iniziale, mi è stato detto che qualunque link o citazione all’interno di un articolo di aggregazione era da inserire non più in alto del primo set di immagini nel posto — che era solitamente posizionato tre o quattro paragrafi dall’inizio della storia, quando un lettore avrebbe ormai potuto pensare che le informazioni fornite nei paragrafi precedenti non avevano attribuzione alcuna. Qualche volta mi è stato detto che se la storia originale era un articolo del New York Daily News, un diretto concorrente del Mail, non dovevo dare alcuna attribuzione.

Regole di aggregazione

Giusto per smentire la completa inutilità delle liste delle cose migliori che si sono lette durante l’anno, o forse per ribadire l’antico adagio secondo cui c’è sempre un’eccezione ad ogni regola, oggi attraverso una di queste liste mi sono imbattuto in un vecchio post di Ann Friedman pubblicato sul sito della Columbia Journalism Review riguardante il lavoro di chi aggrega contenuti altrui.
Non starò qui a fare la spiegazione del motivo per cui, oggigiorno, l’aggregazione di notizie è un filtro tanto importante quanto le notizie stesse (l’ho già fatto qui); e che si può dare una linea anche mettendo insieme contenuti prodotti da altri.
Voglio solo segnalarlo — aggregarlo —, perché sono delle semplici regole che ogni tanto bisogna ricordarsi di consultare, ché dopo un po’ il rischio è quello di farsi prendere la mano e sviare dalla linea di partenza quel tanto che basta per oltrepassare il limite — e fare dell’aggregazione una violazione dei più banali diritti riservati ad autori/editori.

Oggi che tutti filtriamo link, come possiamo evitare di sfruttare chi produce i lavori che tanto amiamo? Ci sono tre semplici regole fondamentali per essere un aggregatore etico:

1. Mettere bene in evidenza la fonte, che deve essere accreditata sia allo scrittore che a chi lo ha pagato per fare questo lavoro.
2. Mettere sempre un link diretto, e non al blog dove hai pubblicato un estratto e dove è eventualmente contenuto il link.
3. Cita non più di un paragrafo. Se sei un buon aggregatore, vuoi che la gente clicchi sulla fonte per ottenere tutta la storia. Non chiamare aggregazione il copia-incolla di 8 su 12 paragrafi che costituiscono una storia — non è aggregazione, è un ristampa (non autorizzata).