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Sciacalli e sciacalletti

Capita, purtroppo, che alle persone interessi più quello che dici di fare, anziché quello che concretamente fai. Soprattutto quando quello che fai non deve diventare oggetto di pubblico vanto. Il riferimento è al terribile terremoto che ha devastato il Centro Italia lo scorso 24 agosto e a tutto il meccanismo virtuoso della solidarietà che, per fortuna, si è messo in modo all’indomani della tragedia.

Succede però che tu fai, o organizzi per farlo, è quello lì invece sta su Facebook a contare quanti hanno postato lo screenshot della donazione sms, o a dire che lui farà, certo, ma senza specificare cosa farà. In uno scambio privato con degli amici, ho chiamato queste persone «sciacalletti»: non sono come quelli che vanno a rubare nelle case, ma ugulamente speculano per vari fini – spesso politici, rendendo la cosa ancora più triste – su chi aiuta, chi dice di aiutare e chi invece si nasconde dietro il dito (loro, spesso).

Mi rallegra il fatto che oggi anche Aldo Grasso abbia usato questo stesso termine nella sua rubrica domenicale sul Corriere della Sera per riferirsi a questo genere di personaggi:

Ma c’è un altro tipo di sciacallaggio mediatico, forse peggiore del primo, per il quale non sono previste condanne. Sono sciacalletti, narcisi e moralizzatori, che usano la Rete solo per alimentare il piagnisteo contro gli immigrati o le bufale, per esprimere la loro insignificante indignazione, per lucrare, per trasformare una disgrazia in una battaglia politica contro i propri nemici di turno.

Consigli per gli acquisti.

Ad un certo punto, recensendo sul Corriere della Sera il libro, Aldo Grasso ne riporta un passaggio:

Tanti conoscenti, di cui finisci per dimenticarti nome e faccia da un mese all’altro, ma amici no. O si accetta e si corrobora l’ipocrisia come sistema di relazione e stai in compagnia di ipocriti come te e ti senti solo come fai sentire solo chi si fa ipocritamente compagnia con la tua o te ne stai da solo senza chiederti perché lo sei: lo sei perché sei più in gamba e non hai bisogno di una stampella per sentirti dritto solo perché grazie a essa zoppichi come tutti gli altri. E poi non sono un tipo incline a avere abitudini consociative e a lasciarmi trasportare sul nastro mobile delle ritualità, a parte quelle tra me e me legate al mangiare e al sonno

Aldo Busi, Vacche amiche (Marsilio) – esce oggi.

Magari gli andava pure bene.

Aldo Grasso è il miglior critico televisivo italiano. Un’affermazione vera, che scritta così può però suonare: a) come un luogo comune e b) come la legittimazione di una persona verso la quale — capirete leggendo — verrà mossa una critica; e quindi, legittimando il critico, si corre il rischio che poi sembri che ci si voglia innalzare qualche grado al di sopra di, tanto convinti della nostra buona argomentazione nel muovere le critiche.

No, Aldo Grasso è il miglior critico televisivo italiano, punto. Fosse anche soltanto per la concorrenza non pervenuta. E non solo critico televisivo: massmediologo, si potrebbe dire. Qualche volta, però, la fa fuori dal vaso. Certo, se tutti avessimo una rubrica sul Corriere della Sera, tutti ogni tanto la faremmo fuori dal vaso. Mica per piacere. Solo che ti viene: sei sul più importante quotidiano italiano, e quindi le ginocchia un po’ ti tremano e la mira subisce il tremolio, ed è davvero un attimo che – paff! – parte lo schizzo.

Lo schizzo di Aldo Grasso è uscito sul Corriere venerdì 10 febbraio, ma io me ne sono accorto solo ieri mattina, quando Giorgio Dell’Arti ne ha fatto — come di consueto da qualche tempo — l’apertura di taglio altissimo sul Foglio del lunedì. Nell’articolo Grasso sfotteva un po’ il mondo della Rete, reo di essersela presa con Crozza, il quale avrebbe letto alcune battute su Twitter facendole poi sue da qualche parte in televisione — di più non saprei, sono su Twitter ma Crozza non lo seguo, a tutto c’è un limite e in questo caso i limiti sono due: di tempo e di abitudini televisive.

Grasso, per farla breve, scriveva: ma come si permette il cosiddetto “Popolo del Web” (d’ora in avanti PdW, espressione bruttissima e che fa di tutta l’erba un fascio, perché anche io abito il Web ma non mi sento parte del suddetto “popolo”) di criticare Crozza, visto che da un parte ruba di tutto (musica, film, articoli di giornale) e dall’altra si riempie la bocca di complessi argomenti sul futuro del copyright (il copyleft?) e su come i diritti vantati sulle opere limitino la libera circolazione delle idee e via dicendo?

Ha ragione, Grasso. Il PdW, o almeno quello che lui considera tale, schizza fuori dal vaso continuamente, mica solo ogni tanto. Ed è permaloso; oh, se è permaloso. Qui però si vuole cercare di fare una piccola distinzione tra quello che “ruba” il PdW e quello che ha “rubato” Crozza. E sul come, pure, perché a mio avviso è qui che sta la differenza più importante di tutte.

Gli utenti della rete, si dice, distribuiscono (caricano, scaricano) materiale protetto da copyright. Se pensiamo però alle modalità con cui questo scambio avviene, esse sono estremamente differenti rispetto alla pirateria “tradizionale” (quella che esisteva prima della diffusione di Internet, per capirci). Nessuno degli utenti della rete trae vantaggio economico nel diffondere o nell’appropriarsi di materiale protetto dai diritti d’autore. Per continuare nelle differenze con la pirateria “1.0”, non esiste dietro la Rete alcun racket che fa utili dallo sfruttamento delle opere di ingegno e dei diritti altrui (oltre che delle persone che, nella vecchia modalità, facevano parte della filiera della pirateria). Esistono dei siti che, previo pagamento, permettono la memorizzazione di grandi file, ma questo di per sé non è né pirateria né argomento (davvero troppo complesso) che qui voglio affrontare. In Rete avviene quella che si definisce opera di “sharity”, ovvero di “share” (condivisione) più “charity” (ente caritatevole, letterale, ma capite da voi dove stia lo scopo della carità nel distribuire film o musica). Non per niente i blog, soprattutto quelli dove abbondano i link per scaricare intere discografie musicali, vengono definiti “sharity blogs”. C’è un danno economico per gli artisti, non c’è un vantaggio economico per chi compie il “furto”. Questa la rete.

Parliamo di Crozza. Si è connesso in Internet, ha aperto Twitter, si è segnato un po’ di battute e le ha riproposte in televisione, o così dice il PdW. Essendo le battute pensate e scritte per un social network e, presumibilmente, non avendo fruttato alcun guadagno agli autori delle medesime, non c’è stato un danno economico. Però, attenzione (anche lei, Grasso), c’è stato un guadagno: Crozza ha preso il lavoro di altri, fatto da altri anche soltanto per girare nei tubi dell’Internet per qualche ora e poi sparire per sempre, e l’ha riproposto in televisione. Guadagnandoci, pur avendo probabilmente alle spalle un team di autori che avrebbe dovuto supportarlo nella creazione di battute efficaci che mantenessero la sua reputazione di comico all’altezza della fama che col tempo si è costruita. Il PdW non voleva mica un compenso per le battute; una citazione, ecco, sarebbe stata più che sufficiente. Non ha detto, il Pdw, “pagatemi le battute”, o fatto causa all’azienda televisiva che le ha trasmesse. No, ha solo detto: sappiate che mi hanno rubato le battute. Magari gli andava pure bene.

Non vuole essere una difesa del PdW, né un’apologia di pirateria, né un attacco a Crozza. Solo un mettere i puntini sulle i di una polemica che ormai è già tanto vecchia, soprattutto per i tempi della rete, ma di cui io mi sono accorto solo ieri, e perciò mi scuso per il ritardo. Ma l’ho subito messo in chiaro che io non faccio parte del PdW.