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Nel mondo, ogni giorno sono pubblicati articoli di giornale, pagine di siti web, tesi di laurea, keynote e chi più ne ha più ne metta, dedicati al futuro del giornalismo. Anche in Italia. Si studiano i nuovi modelli, si cerca di capire come meglio distribuire i contenuti, s’indaga sul concetto di qualità e su quale sia il metodo migliore per trattenere milioni di lettori in fuga. Ogni santissimo giorno. E ogni giorno, in Italia, nel fare tutto ciò si perde tempo. Perché oggi un direttore di giornale è stato condannato al carcere per un articolo che lui non ha scritto, ma che ha omesso di controllare prima di mandare in pagina. Perché in Italia la diffamazione è reato penale, e nessuno ha pensato bene di depenalizzarlo per garantire un futuro migliore al giornalismo e alla libertà d’opinione. Ma oggi, l’Italia è anche un paese molto meno civile di quello che si pensava.

Gli impressionanti distinguo sul caso Sallusti.

La cosa divertente è leggere i distinguo. Piccolo riassunto, per chi avesse passato le ultime 36 ore su marte. Ieri mattina Il Giornale dà in apertura la notizia di un possibile arresto (manca il pronunciamento della Cassazione, previsto per mercoledì) del suo direttore responsabile Alessandro Sallusti, reo nel 2007 di aver diffamato su Libero (di cui allora era reggente) un giudice di Torino. Reo in modo oggettivo, perché l’articolo che avrebbe contenuto la diffamazione non era firmato da lui, ma da un’altra persona (sotto pseudonimo), e il giudice non era nemmeno nominato (vi si faceva solo riferimento). Siccome Sallusti era il direttore responsabile, la responsabilità del pezzo (o dell’omesso controllo prima che finisse in pagina), secondo le vetuste regole che governano il mondo dell’informazione italiana, è sua. Quindi in galera ci finisce lui, poiché la diffamazione è un reato penale e — come spiegava Vittorio Feltri nell’editoriale a corredo della notizia — ai direttori di giornale difficilmente vengono concesse le attenuanti per via del mestiere che nel corso degli anni fa loro collezionare una certa quantità di precedenti. Per il giudice che ha emesso la sentenza in secondo grado e che ha condannato il direttore del Giornale al carcere (condanna assente in primo grado), inoltre, Sallusti dovrebbe andare in galera non solo per i precedenti appena citati, ma anche perché ci sarebbe il pericolo che, esercitando la sua professione, possa reiterare il reato. Insomma, una cosa terribile nell’Italia del 2012, ma purtroppo reale.
Giustamente la notizia ha avuto una reazione unanime nel mondo del giornalismo e in quello politico, dove tutti (anche acerrimi nemici “politici” di Sallusti, vedi Marco Travaglio) sono concordi nel ritenere l’eventuale galera a Sallusti un’azione che limita la libertà di espressione. E anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha fatto sapere di seguire da vicino la vicenda, dopo che in molti si sono rivolti a lui chiedendo di intervenire.
Dicevo all’inizio: è divertente però leggere i distinguo alla solidarietà espressa. E questi, va detto subito, provengono quasi tutti dalla rete, ovvero da quel mondo che giorno e notte combatte una guerra di superiorità contro la carta stampata ma che, sentendosi profondamente subalterno ad essa, non perde quindi l’occasione — ghiottissima — di levarsi qualche soddisfazione. Allora è tutto un coro di “punti fermi” in solidarietà a Sallusti, seguiti da una serie di “ma” e “però” che fanno accapponare la pelle, per via dell’ipocrisia con la quale vengono affermati. Si fanno le pulci alla cosa, facendo intendere che il giornalismo un po’ spericolato di Sallusti, del Giornale e di Libero un po’ giustificherebbe la galera; che la diffamazione non è un reato penale solo in Italia; che le regole dell’informazione sono quelle e via dicendo. Come se, ad esempio, il fatto che diffamare porti in carcere anche in altri paesi faccia dell’Italia, da questo punto di vista, un posto un po’ più civile di quello che è. O come se Sallusti fosse l’unico giornalista il cui tenore di scrittura è sopra le righe. Insomma, dei distinguo patetici, fosse solo per il modo in cui vengono condotti: con abbondanti arrampicate di specchi. Quando, al popolo della rete sempre pronto ad inginocchiarsi al pensiero dominante, sarebbe bastato dimostrarsi un po’ più coraggioso e dire: sono solidale, ma un po’ meno solo perché Sallusti mi sta sul cazzo — e se sta sul cazzo a me, un po’ si merita la galera.