Smarter e dumber.

https://youtu.be/NMacTuHPWFI

Il 31 marzo Amazon ha presentato Amazon Dash, il pulsante che permette di ordinare automaticamente un prodotto — il detersivo, il caffé, il dentifricio: l’elenco dei prodotti e dei marchi è in aumento — nel momento in cui ci accorgiamo che è finito, o alla meglio nell’immediatezza della sua fine. Il servizio, rivolto inizialmente solo agli utenti Amazon Prime Fresh e per ora disponibile in via sperimentale solo negli Stati Uniti, prevede una consegna veloce, come mostra il video promozionale qui sopra.

In Europa — in Italia, soprattutto — stiamo ancora baloccandoci sulla questione centri commerciali sì/centri commerciali no. Vi assicuro che capita veramente, e vede due squadre schierate. Da una parte ci sono i difensori dei centri commerciali, che non sono difensori tanto di un modello di consumo (giusto o sbagliato che sia), quanto di una serie di effetti collaterali che questo modello (e quindi il suo ampliamento anche in senso fisico) porta con sé; di solito si tratta di amministratori locali, gente che non vede l’ora di rimpinguare le casse dissestate del suo comune con oneri di urbanizzazione e progetti di compensazione. Dall’altra, c’è la squadra di chi sta contro i centri commerciali: gente che probabilmente ha il tempo di fare la spesa tutti i giorni della settimana (gente che ha tempo in generale, dunque) e che, di solito, nasconde dietro non meglio precisate e argomentate «questioni ambientali» l’opposizione ad un modello che ritiene essere, nella fattispecie: «culturale» e, ovviamente, «negativo», figlio del liberismo. La solita battaglia di principio, come se ne vedono tante in Italia, che trova la sponda in vari settori (se vi interessa la questione, ma non c’entra nulla con quanto sto scrivendo, c’è un fantastico editoriale del professor Angelo Panebianco sul Corriere della Sera).

Quello che le due squadre, chi è a favore dei centri commerciali e chi è contro, non vedono è che le loro argomentazioni sono abbondantemente superate dalla realtà. Dicevamo che qui da noi stiamo baloccandoci ancora se sia meglio ampliare i centri commerciali o dare fiato al commercio di vicinato (come se ci fosse un reale nesso di causa-effetto tra le due cose); là, da loro, dal posto da cui provengono quelle tendenze che poi noi adottiamo con un ritardo stimato tra i dieci e i vent’anni (siamo ancora gente che non ha/non usa la carta di credito, siamo figli della diffidenza) — là, dicevo, prima ancora che qualcuno si ponga un problema filosofico sul commercio e il consumo, qualcun altro inventa un pulsante da posizionare sopra la lavatrice e con il quale ordinare l’ammorbidente finito, che verrà recapitato direttamente fuori dalla porta.

Io non dico se questo sia meglio o peggio dell’acquistare l’ammorbidente in un enorme iper-mercato piuttosto che nel negozio sotto casa. Dico solo che, con ogni probabilità, è la strada che il futuro della grande distribuzione percorrerà. Con immenso scorno di entrambe le squadre attualmente in campo qui da noi: quella miope degli amministratori locali, che si ritroveranno edifici figli di un paio di rotonde sistemate e dei quali non sapranno cosa farsene una volta che ci saremo spostati sulla Rete; e quella più o meno per bene, perché miopemente anti-capitalista, che subirà la celebrazione dell’acquisto facile e compulsivo spostatosi nel frattempo dal centro commercisale al bottone collegato direttamente con l’operatore della grande distribuzione organizzata. Una squadra che ancora una volta conterà i suoi adepti insieme alle ferite, dopo essersi imbattuta nell’ennesima sconfitta dopo che la storia ne aveva già sancita una anni fa.

Sul New Yorker Ian Crouch muove una critica ad Amazon Dash — che no, non è stato un pesce d’aprile sebbene tutti in un primo momento pensavano di sì e anche in questo, se me lo si consente, sta tutta la grandezza di Amazon. È una critica un po’ al consumo in sé (e vabbé…), ma soprattutto alla limitazione della scelta e alla facilità dell’acquisto che questo metodo finisce per imporci:

But what if there is actual value in running out of things? The sinking feeling that comes as you yank a garbage bag out of the box and meet no resistance from further reinforcements is also an opportunity to ask yourself all kinds of questions, from “Do I want to continue using this brand of bag?” to “Why in the hell am I producing so much trash?” The act of shopping—of leaving the house and going to a store, or, at the very least, of one-click ordering on the Amazon Web site—is a check against the inertia of consumption, not only in personal economic terms but in ethical ones as well. It is the chance to make a decision, a choice—even if that choice is simply to continue consuming. Look, we’re all going to keep using toothpaste, and the smarter consumer is the person who has a ten-pack of tubes from Costco in the closet. But shopping should make you feel bad, if only for a second. Pressing a little plastic button is too much fun.

È una critica non molto diversa da quella che fa chi condanna la facilità dei pagamenti elettronici: senza la moneta si perde il contatto con la realtà, si spende troppo facilmente e troppo poco con coscienza. È una cantilena che abbiamo sentito spesso. Ma è una cantilena infondata, figlia del desiderio di combattere contro i mulini a vento tipico di chi è immerso in ideologie e/o vuole arrestare l’inarrestabile. Una cantilena inutile. A meno che non vogliamo arrenderci alla realtà, e pensare solo per numero di rotonde, o per quello di negozi di vicinato salvati da un destino del quale, peraltro, spesso i veri artefici più che i centri commerciali o il commercio elettronico sono gli stessi commercianti.

L’unica critica seria, e Crouch nel suo articolo la tocca almeno lateralmente, è questa: ma tutto questo cercare di essere più smart non ci sta invece rendendo più dumb? Ha un suo senso e un suo fascino, se non altro perché mi viene difficile ritenere una persona intelligente — o più intelligente — solo perché ordina l’ammorbidente con un bottone. Ma per risolvere basterebbe iniziare a misurare l’intelligenza delle persone da altro.

Volevo solo comprare dei cavi.

Vikas Bajaj voleva solo comprare comprare dei cavi per le casse dell’impianto audio che aveva appena finito di assemblare. Un suo amico gli aveva così consigliato di recarsi da RadioShack, una delle più importanti e grandi catene di elettrodomestici degli Stati Uniti che ha di recente dichiarato bancarotta. Il racconto che ne è uscito rafforza l’impressione di chi ha provato, anche qui da noi, a recarsi in una delle grandi catene di elettronica. Posti dove si va solo quando si sa già cosa comprare, e dove si acquista solo quando si trova subito la merce. Per i consigli, o per ordinare ciò che al momento non è disponibile in nessun negozio fisico, ormai ci si rivolge in massa altrove:

Un grande problema dei negozi fisici è che non possono competere con le scorte di magazzino dei negozi online. Il management di RadioShack ha provato ad accantonare il core business degli accessori elettronici (come i cavi) per fare spazio a prodotti più in voga come gli iPhone e le cuffie Beats. Se si possono avere dubbi sulla scelta di decidere di vendere prodotti già ampiamente disponibili in altri posti, non riesco però a dare la colpa ai vertici di RadioShack per aver provato ad attrarre una nuova clientela.

Molti negozi tradizionali di elettronica hanno anche lentamente abbandonato il grande vantaggio che avevano nei confronti di Amazon: commessi preparati e utili. Gli impiegati di RadioShack e Guitar Center erano cortesi, ma non mi hanno offerto di ordinare i cavi o le pedante di cui avevo bisogno, né mi hanno suggerito di cercarli sui loro siti web. Uno dei più grandi rimpianti che avevano i clienti di Circuit City prima che chiudesse era che i suoi manager avevano licenziato molti dei migliori, e più pagati, venditori che avevano per risparmiare sui costi.

Non ho nostalgia dei giorni in cui fare shopping di elettronica voleva dire affrontare la seccatura di guidare fino ad un negozio, cercare il parcheggio e studiare gli inserti dei giornali del weekend in cerca di offerte. Però c’era una certa eccitazione nel portare a casa uno stereo o un computer. Ricevere un pacchetto marroncino con il logo di Amazon è certo più efficiente, ma molto meno soddisfacente.

Gli abbonamenti alle piattaforme uccidono il mercato?

Un recente articolo sul New York Times ha permesso a Mike Shatzkin di fare una riflessione sui guadagni degli autori indipendenti ai tempi degli ebook e dei servizi in abbonamento come Kindle Unlimited:

Quello che una lunga lista di autori indipendenti ha dimostrato da quando è stato inventato il Kindle, è che c’è un sostanziale mercato disponibile a mettere alla prova le storie di scrittori sconosciuti se queste vengono offerte ad un prezzo relativamente basso. Il risultato di questo è che Amazon — seguito da altre piattaforme di e-publishing — ha reso relativamente semplice pubblicare un manoscritto, e così molte decine di migliaia di autori hanno pubblicato centinaia di migliaia di ebook in questo modo.

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Amazon è monopolista? (continua)

Anche il premio Nobel Paul Krugman interviene sulla questione se Amazon sia o meno monopolista:

Finora Amazon non ha cercato di sfruttare i consumatori. Piuttosto, ha sistematicamente mantenuto i prezzi bassi per rafforzare la sua posizione dominante. Quello che ha fatto, invece, è stato utilizzare il suo potere sul mercato per comprimere gli editori e abbassare i prezzi che paga per i libri — da qui la lotta con Hachette. In gergo economico Amazon non ha agito, almeno finora, come un monopolista: cioè come un venditore dominante che ha potere di alzare i prezzi. Al contrario, ha agito come un monopsonista, ovvero un acquirente in posizione dominante con il potere di spingere i prezzi verso il basso.

Amazon è monopolista?

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Joe Nocera sul New York Times risponde ad un lungo articolo apparso sul settimanale New Republic firmato dal direttore Franklin Foer, nel quale fin dal titolo sono chiare le intenzioni: Amazon dev’essere fermato perché, a suo avviso, rappresenterebbe un monopolio. Foer introduce la questione in questi termini, fino ad invocare l’intervento delle leggi antitrust:

Piuttosto che intascare i profitti, Amazon ha reinvestito le sue entrate nel diventare più sempre più grande — nel migliorare la costruzione di centri di lavorazione degli ordini che accelerino ulteriormente la consegna dei suoi pacchetti, nelle tecnologie che cercano di ‘leggere’ le nostre menti di acquirenti e giustamente ci suggeriscono il nostro prossimo acquisto. Comprare su Amazon è così radicato nella moderna vita americana che è diventato quasi un’abitudine spensierata, e l’azienda ha raggiunto un livello di posizione dominante da meritare l’attribuzione di un’etichetta molto antica: il monopolio.
Questo termine non viene utilizzato molto di questi tempi, ma dovrebbe. Amazon è uno dei brillanti rappresentanti di una nuova età dell’oro per il monopolio, che comprende anche Google e Walmart. A differenza di US Steel, i nuovi colossi non utilizzano il loro potere per fare innalzare i prezzi. Piuttosto sono i sedicenti servi del consumatore e hanno inaugurato un’epoca di prezzi bassi per tutto: dalla TV a schermo piatto, ai tovaglioli di carta, agli smartphone.

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Prestare i libri (a pagamento)

Negli Stati Uniti Amazon ha lanciato Kindle Unlimited, il servizio in abbonamento grazie al quale gli iscritti possono prendere in prestito ebook dal più grande rivenditore mondiale. Il servizio, annunciato forse per sbaglio e forse no la settimana scorsa, ha debuttato ufficialmente il 18 luglio. Ed è subito stato paragonato a Spotify.

In effetti sono molte le similitudini con i servizi di streaming musicale: si paga una fee mensile e si ascolta (si legge, in questo caso) quanto si vuole. Finora nessuno aveva mai pensato di applicare questo concetto al noleggio digitale di libri. Men che meno Amazon, il quale non aveva reso capillarmente disponibile nemmeno il più semplice scambio temporaneo di ebook tra utenti.

(Apro e chiudo subito una parentesi. Il concetto di «prestito digitale» è spinoso. Come noto, infatti, anche l’acquisto di file audio su iTunes non è molto diverso da un prestito: i file sono concessi in licenza per l’ascolto, ma chi li ha acquistati di fatto non li possiede; quando invece compro un compact disc, pur con tutte le limitazioni legislative sul suo utilizzo, questo rimane mio: lo posso rivendere, ad esempio).

Con i dischi non eravamo più abituati al noleggio. Una ventina di anni fa alcune videoteche avevano pensato di allargare il business aprendo al prestito dei compact disc. Poi, complice la solita tiritera sulla pirateria, la pratica è stata vietata e di fatto è riservata solo alle biblioteche (dove però, sempre più spesso, li si può ascoltare solo in loco). Per questo quando sono esplosi i servizi di streaming musicale a pagamento non ci è sembrato strano pagare per ascoltare e basta un disco. Esiste anche un aspetto che riguarda la fruizione: per quanto possa appassionarmi, difficilmente rileggerò un libro (o tutto il libro) immediatamente dopo averlo finito — cosa, questa, che con la musica capita più spesso: vuoi per un maggior appagamento fisico, vuoi perché i tempi e le modalità stessi della fruizione sono differenti.

Traslare questo discorso sui libri è un po’ diverso. Tutti noi abbiamo, o abbiamo avuto, consuetudine con le biblioteche pubbliche. Luoghi sacri nei quali vai e noleggi («prendi a prestito», secondo un’espressione con meno implicazioni commerciali) tutti i titoli che i regolamenti di ciascuna biblioteca ti permettono di noleggiare. Quello che fa Kindle Unlimited è più o meno la stessa cosa: affitti fino ad un massimo di 10 libri per volta da un catalogo disponibile e li tieni salvati sul device fino a quando non li hai letti (o abbandonati: non c’è in questo caso un bibliotecario che ti guarda storto se gli riconsegni un tomo di 3 mila pagine dopo soli due giorni). Con una piccola differenza: le biblioteche pubbliche sono gratuite, Kindle Unlimited no.

Potrebbe sembraree una differenza di poco conto. In effetti 9 dollari e 99 (che in Europa diventeranno automaticamente 9 euro e 99 quando il servizio sarà disponibile) non è di certo un prezzo proibitivo per un lettore forte (diciamo tre libri al mese). In più c’è il fatto che con Kindle Unlimited non ti muovi di casa. Non devi, cioè, affrontare il sole/la pioggia/la neve per recarti in biblioteca e prendere in prestito i libri. Si potrebbe — per semplificare e tacere il complicatissimo discorso di licenze con gli editori che c’è dietro — dire che si paga la comodità.

Più o meno, però. Perché Kindle Unlimited potrebbe introdurre un modello in grado di scardinare quello esistente di libro a prestito, facendo diventare una questione commerciale ciò che finora è stato un modello culturale e/o filantropico. Non è un discorso contro il commercio e il profitto il mio. È un dato di fatto. Con i libri siamo semplicemente davanti a due opzioni: o lo acquisto o lo prendo in biblioteca. C’è anche la terza via del «lo scarico gratis», ma non la prendo in considerazione per due motivi: a) mi metto dalla parte di chi vuole fare le cose per bene e b) leggere i libri scaricati si rivela spesso un inferno di formattazioni impazzite, di tre righe vuote ogni due di testo, di accenti ballerini e caratteri strani che vanno a rovinare l’esperienza di lettura molto più di quanto un mp3 rovini l’esperienza dell’ascolto in un ascoltatore medio in metropolitana nell’ora di punta.

Come fa efficacemente notare («Kindle Unlimited, seriamente, vai a farti fottere!») Maria Bustillos in un pezzo su The Awl:

It shouldn’t cost a thing to borrow a book, Amazon, you foul, horrible, profiteering enemies of civilization. For a monthly cost of zero dollars, it is possible to read six million e-texts at the Open Library, right now. On a Kindle, or any other tablet or screen thing. You can borrow up to five titles for two weeks at no cost, and read them in-browser or in any of several other formats (not all titles are supported in all formats, but most offer at least a couple): PDF, .mobi, Kindle or ePub (you’ll need to download the Bluefire Reader—for free—in order to read ePub format on Kindle.) I currently have on loan Alan Moore’s Watchmen, Original Sin by P.D. James, and The Dead Zone by Stephen King.

Al netto del sottinteso un po’ cultural-snob, il discorso regge. In Italia ancora non siamo abituati, ma negli Stati Uniti  esistono circuiti di biblioteche pubbliche che permettono il prestito di ebook a distanza (per esempio sul circuito OverDrive). Che mi sembra un buon punto di partenza, per Davide, per provare ad andare contro Golia. Perdendo con dignità, almeno.

I saggi consigli.

Ogni volta che leggo Ricardo Franco Levi fare un’analisi sullo stato dell’informazione, o su qualunque altro avvenimento riguardi essa, mi viene un brivido. L’uomo, giornalista finanziario, editore, fondatore e direttore di quotidiani (di un quotidiano, a dire il vero), già braccio destro di Romano Prodi e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (sempre regnante Prodi), ha ovviamente il diritto di dire ciò che pensa, soprattutto se forte del fatto che qualche cattedra autorevole ospiti le sue opinioni — ultimamente lo fa con una certa cadenza il Corriere della Sera, e la cosa mi stupisce un pochino per via del suo direttore Ferruccio De Bortoli.

Ovviamente chiunque ha poi il diritto di soppesare i commenti di Levi, o di farsene una migliore idea anche guardando a quanto in passato il giornalista ha fatto. Per dire, Ricardo Franco Levi è l’uomo che nel 2007 propose di iscrivere i blog al Roc, scatenando un putiferio di polemiche (e infatti un comma aggiunto in extremis scongiurò l’ipotesi). Oppure, più recentemente, è stato l’autore di quella legge passata volgarmente sotto il nome di “ammazza Amazon” che fissava per legge un limite allo sconto applicabile ai libri. Ma la cigliegina sulla torta, per me ma credo anche per molti altri, rimane la sua avventura come fondatore de l’Indipendente. Ne ho scritto parecchie volte nella vecchissima versione di questo blog e non mi piace ripetermi. Per raccontare quella vicenda vi sono vari testi, nonché gli archivi storici dei principali quotidiani italiani accessibili anche online. Se poi ne volete un ritratto impietoso ma veritiero, Giancarlo Perna — che è uno dei migliori ritrattisti della stampa italiana — anni fa ne pubblicò uno incredibile sulle pagine de Il Giornale. Dal quale, in merito alla vicenda dell’Indipendente, mi limiterò a citare quanto segue:

Ricardo lasciò il Corriere e, nel ’91, fondò L’’Indipendente. Doveva essere un quotidiano anglosassone, i fatti separati dalle opinioni. Ricky riuscì a separare le opinioni dalle opinioni. Quando, in piena Tangentopoli, fu arrestato l’ing. Carlo De Benedetti, scrisse un editoriale con due titoli. Uno in testa: «Perché l’Ingegnere ha torto», l’altro al centro: «Perché l’Ingegnere ha ragione». Mentre poi le procure eccitate arrestavano a destra e a manca, il giornale se la cavava con due colonne e non prendeva partito. Un surgelato. «Un morticino vestito bene», disse meglio Eugenio Scalfari. Dalle 120mila copie del primo numero, L’’Indipendente precipitò a 20mila. Sei mesi dopo, Ricky fu cacciato. Rimise di tasca propria cinque miliardi di lire. Ma tuttora, gonfio com’è, continua a dire: «Ah, se mi avessero lasciato fare…».

Per questo quando ieri, nella pagina delle opinioni del quotidiano milanese, ho letto Levi dare delle specie di consigli non richiesti a Jeff Bezos, capo di Amazon (pensa un po’, la stessa azienda che secondo la vulgata la legge di Levi avrebbe dovuto “ammazzare”) e fresco proprietario del Washington Post, mi è venuto l’ennesimo brivido. Nell’articolo (purtroppo non si riesce ancora a reperire in rete), il nostro si prodigava (nessun calembour nell’uso di questo verbo, giuro) nel tracciare le traiettorie del quotidiano del futuro, così differenti da quelle che aveva fondato lui, per altro (“la disponibilità dei lettori a pagare un prezzo per un giornale dipenderà sempre più dalla qualità e dall’originalità di un prodotto.”). Fino al consiglio principe, e cioè quello di:

[nominare] un direttore donna. […] Non per la ricerca del facile effetto di una spettacolare concorrenza con l’altro grande quotidiano americano, il New York Times, oggi diretto proprio da una donna, Jill Abramson. E nemmeno per un omaggio al mondo femminile che rischia di diventare poco più di una moda [… Quanto perché] l’occhio, la curiosità, la sensibilità di una donna si prest[ano] ad una lettura, e dunque ad un racconto, nuovi ed originali. […] Una direzione di un quotidiano affidata ad una donna si presenta come un’opportunità. Interrogato su come pensava di potere allargare il proprio pubblico di lettori, una ventina di anni fa l’editore di un quotdiano rispose: «assumendo quante più donne possibile nella mia redazione». La sua risposta fu solo apparentemente banale. Ma sarebbe stata ancora più appropriata se avesse detto «nominando un direttore donna».

Avrebbe potuto citare un esempio tutto italiano di donne che dirigono i giornali: Pia Luisa Bianco. Fu la prima donna, in Italia, a dirigere un quotidiano nazionale. Per di più, la poltrona da direttore la ereditò da uno che è riconosciuto più o meno all’unanime per essere uno dei direttorissimi degli ultimi 30 anni, Vittorio Feltri. Il giornale che Bianco diresse fu proprio quell’Indipendente fondato da Levi. Ma non dev’essere facile, per lui, nominarlo sulle pagine del primo quotidiano nazionale.
Rimane solo la curiosità di sapere chi era quell’editore interrogato una ventina di anni fa.

i Davide della musica contro i Golia della vendita.

In un articolo sul Corriere della Sera [20.01.2013 – p. 31, non esiste un link] Caterina Caselli si lancia in un’appassionante difesa del copyright. Il che, in punta di diritto e obiettivamente, è una difesa che ci si aspetta da chiunque, a maggior ragione da un discografico ed editore.

Come in molti degli interventi di questo tipo scritti dagli “addetti ai lavori” dell’industria discografica, vengono snocciolate le cause che hanno portato l’industria stessa al collasso: la pirateria musicale che lavora a larga scala grazie ad internet, soprattutto; e il presunto doppio-gioco dei “giganti del web” che a parole dicono di volerla combattere mentre nei fatti la “finanziano” (scrive proprio così Caselli). Purtroppo in questi interventi non viene mai — mai! — fatta una piccola auto-critica su come la stessa industria sia rimasta, in tutti questi anni, fondamentalmente ferma a vedere le macerie che cascavano e non abbia provato a trovare delle soluzioni (qualcosa nelle realtà più piccole è successa, in verità) ma solo cavalcato qualunque cosa le garantisse un minimo di ritorno economico sul brevissimo periodo. Perché il discorso che meno soldi all’industria significa meno investimento sugli artisti è vero; ma è vero anche che con gli introiti dei cantanti di X Factor (a titolo generale, non so nemmeno se in Sugar ce ne sia uno) non si rilancia un’industria agonizzante, né si hanno a cuore le magnifiche sorti e progressive della cultura musicale italiana. E’ però un discorso troppo lungo e legato anche a fattori sociologici (leggi: il cambiamento nelle abitudini d’ascolto) che richiederebbe spazio e tempo per essere affrontato.

Ciò che non ho condiviso minimanente nel discorso di Caterina Caselli è l’aver fatto un minestrone indigesto delle cause, mischiando la pirateria con le questioni fiscali dei grandi colossi di vendita. Scrive infatti:

Insomma, meno risorse per tutti, anche per i cittadini. Ma non per i colossi del Web che sanno come sfruttare al meglio le contraddizioni di una Europa che accetta nell’Unione Paesi a fiscalità differenziata, permettendo alle multinazionali di stabilire la sede legale nel Paese dove conviene loro. Qui fanno i profitti (tanti), lì pagano le tase (poche).

La storiella è un po’ quella della caccia ad Amazon e al fatto che non pagherebbe (condizionale!) le tasse come dovrebbe. Il che è una storiella finta, ovvio. Amazon le tasse le paga e non può essere colpevole di non pagare quanto qualcuno — vai a capire perché — vorrebbe fargli pagare in penitenza di chissà cosa. Ci si dimentica un po’ troppo spesso del fatto che aziende come Amazon nel paese in cui insediano una filiale (non nel paese dove hanno la residenza fiscale!) danno da lavorare a migliaia di persone, considerando l’indotto, e creano dunque gettito fiscale.

Leggendo l’articolo di Caterina Caselli sembrerebbe invece che l’industria musicale sia in crisi, oltre che per la pirateria, per via dell’esistenza di non meglio specificati “colossi del web” che altro non fanno se non vendere i prodotti dell’industria stessa. Boh, mi viene il mal di testa.